Giovani e digitale, un rapporto di "timore e cautela": ecco perché. La ricerca | Agenda Digitale

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Giovani e digitale, un rapporto di “timore e cautela”: ecco perché. La ricerca

Una ricerca condotta dall’istituto Scenari per conto di Assoetica rivela alcuni risvolti inattesi del rapporto tra nativi digitali e tecnologie. Fa pensare, soprattutto, il diverso approccio delle ragazze, più preoccupate, più attente ai rischi e più propense a mettere limiti. Ecco come leggere questi risultati

18 Giu 2021
Francesco Varanini

Consulente, docente, scrittore

Quale interpretazione, quali chiavi di lettura danno i giovani sugli aspetti salienti della società civile così come essa si presenta in conseguenza della trasformazione digitale?

Coloro che chiamiamo nativi digitali non hanno partecipato alla costruzione di questo mondo. A differenza delle generazioni precedenti, sono nati quando esso era già costruito. Sono quindi privi di termini di paragone. Sanno muoversi nell’uso degli strumenti con scioltezza, con naturalezza. Ma, possiamo chiederci, quanto conoscono veramente gli aspetti tecnici? Cosa pensano dei rischi impliciti, dell’impatto politico e sociale di strumenti e piattaforme? E ancora, come giudicano la corsa del progresso[1]?

Atteggiamenti e sensazioni dei giovani (18-30 anni) di fronte alla novità digitale

Per cercare di dare una risposta a tutte queste domande, ho quindi chiamato in causa un istituto di ricerca. L’istituto Scenari ha svolto gratuitamente la ricerca per conto dell’associazione Assoetica.

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Scopo della ricerca: verificare atteggiamenti e sensazioni dei giovani italiani (18-30 anni) di fronte alla novità digitale.

La ricerca, condotta tramite questionari semistrutturati somministrati via web, si è svolta nel febbraio 2021. Le informazioni sulla metodologia adottata ed i risultati completi sono messi da Scenari e da Assoetica a disposizione di chiunque sia interessato.

Il punto di partenza della ricerca sta in una constatazione: le notizie sulla novità digitale sono diffuse dagli addetti ai lavori. Gli addetti ai lavori – siano essi computer scientist accademici, tecnici impegnati in Ricerca & Sviluppo in imprese private, imprenditori del settore, filosofi o politici sostenitori della trasformazione digitale – sono accomunati da un comune interesse: difendere ed incrementare il proprio campo d’azione. Mantenere viva e dove possibile accelerare la trasformazione digitale.

Si parla magari anche dei rischi, ma sempre in un quadro dove si considera che la corsa del progresso non possa e non debba essere messa in discussione.

Si dice per esempio: cerchiamo di indirizzare gli sviluppi nel campo dell’Intelligenza Artificiale in direzioni benefiche. Ma senza, per principio, mettere in discussione il fatto che l’Intelligenza artificiale debba essere robusta. Cioè sempre più autonoma rispetto agli esseri umani.

Dunque, qualsiasi ricerca tesa a sondare l’opinione dei cittadini sulla novità digitale promossa dagli addetti lavori sarà mossa da un implicito presupposto: spargere fiducia.

La ricerca di cui parliamo qui è mossa da una opposta intenzione: lo spargere fiducia degli addetti ai lavori rende necessario un saggio bilanciamento, ovvero lo spargere cautela.

I risultati della ricerca Scenari-Assoetica

Ci si è dunque rivolti ai giovani italiani non considerandoli solo come utenti di prodotti e servizi digitali, ma considerandoli invece come cittadini autori di scelte. Di conseguenza, sono state poste domande che gli addetti ai lavori orientati a spargere fiducia non avrebbero posto.

A cominciare dalla prima domanda: “Quando il tuo computer, tablet, smartphone da indicazioni “a fare la tal cosa”, “a comportarti nel tal modo”, “a scaricare qualcosa”, “ad aggiornare una app”, tu ti senti…”

Dove si propone di scegliere tra queste risposte: Mi sento grato per il servizio offerto, mi sento indifferente, infastidito, arrabbiato. Circa il 50% si mostra indifferente.

Le successive risposte ci dicono che, nell’utilizzare il motore di ricerca, il 49 % dei giovani si ferma al primo risultato.

Veniamo anche a sapere che il 67 % dei giovani consulta solo l’edizione italiana di Wikipedia; che il 56% dichiara di confrontare le notizie con notizie tratte da altre fonti; e che il 42% considera i social network luoghi dove si è controllati e sorvegliati; e che solo il 19% gradisce i suggerimenti di Alexa, Siri ed altri assistenti personali.

Il questionario è costruito in modo tale da passare da questi quesiti di ordine generale, tutto sommato innocui, a domande più impegnative. Il 56% dei giovani prova simpatia per robot antropomorfi o simili al animali. Il 75% considera auspicabile la convivenza con Intelligenze Artificiali autonome.

È a questo punto che si nota, nelle risposte, un punto di svolta. La domanda successiva chiede: “In un futuro più o meno lontano è possibile che esseri umani e Intelligenze Artificiali siano interfacciati in modo indissolubile, tanto da rendere indistinguibili le due entità originarie. Tu come consideri questa prospettiva?” Qui la preoccupazione viene alla luce: il 64,5% risponde ritenendo opportuno che la prospettiva sia da subito oggetto da subito di attenta riflessione e discussione pubblica. Il 63% non ritiene giusto che le ricerche nel campo della computer science, delle nanotecnolgie e della bioingeneria si svolgano senza controllo o sorveglianza da parte dei cittadini.

E tuttavia il 57% prova fiducia nel progresso e nella innovazione scientifica e tecnologica, perché ci si affida a esperti, tecnici e scienziati.

La domanda finale sintetizza le precedenti. Si chiede se “di fronte alla sempre crescente potenza di calcolo, e quindi, in senso lato, alla crescente ‘intelligenza’ ed autonomia dei computer si confida in un miglioramento delle macchine digitali, senza limiti, o se invece sia conveniente mettere un limite, perché resti spazio per l’agire umano”. Il 69% dei giovani considera conveniente mettere un limite.

Come in ogni ricerca, gli aspetti più interessanti emergono quando nei risultati si legge qualcosa che esula dalle iniziali ipotesi di lavoro, e che appare sorprendente ai ricercatori stessi. In fondo, ogni indagine è un tentativo di scoprire qualcosa di inatteso.

Nel nostro caso, la sorpresa sta in questo: più si avanza nelle domande impegnative, eticamente rilevanti, più si divarica nelle risposte la differenza di posizione tra uomini e donne. Le donne provano meno simpatia per robot antropomorfi. sono più critiche rispetto all’interfacciamento tra esseri umani ed Intelligenze Artificiali. L’idea che in un futuro più o meno vicino, i neuroni del cervello umano possano essere connessi ad un computer tramite sottili filamenti artificiali è considerata esaltante dal 56% dei maschi, ma fa rabbrividire il 71% delle donne.

Il 63% che non ritiene giusto che le ricerche avanzate si svolgano senza controllo o sorveglianza da parte dei cittadini si spacca in un 56% di uomini e un 70% di donne.

Abbiamo anche visto come il 69% dei giovani considera conveniente mettere un limite all’autonomia delle macchine digitali: la risposta acquista nuovo senso se si osserva, più in dettaglio, che sono di questa opinione il 58% degli uomini e invece l’81% delle donne.

Più donne nelle STEM: sfatiamo un mito

La ricerca mostra dunque che se sollecitati in proposito, i giovani cittadini italiani considerano importante la cautela. E mostra anche che il punto di vista femminile diverge da quello maschile: le donne sono più preoccupate, più attente ai rischi e più propense alla necessità di mettere limiti.

Possiamo di conseguenza chiederci come far sì che un atteggiamento di cautela entri nella progettazione delle varie forme di Intelligenze Artificiali, nella ricerca nel campo del Machine Learning, nella scrittura di algoritmi, in genere nello sviluppo di prodotti e servizi digitali.

La prima via, di cui abbastanza si parla, appare essere questa: più donne nelle carriere STEM.

Purtroppo non sembra una via veramente efficace.

I percorsi di studi STEM e la cultura STEM negano valore al sesso e al genere. Sembra anzi che l’essere ricercatori, scienziati, tecnici si fondi su un presupposto: l’essere uomo o donna è irrilevante. La storia da cui la cultura STEM discende vede non a caso come capostipiti Cartesio e Leibniz: per loro ciò che conta è la mente, il corpo non conta, il cervello non è altro che una macchina. Si rimuove così comodamente l’aspetto essenziale, ovvero il fatto che la cultura STEM è una cultura maschile.

Abbiamo quindi motivo di temere che le divergenze sarebbero ridotte se prendessimo in considerazione solo la popolazione femminile ri-educata da una formazione STEM.

Appare gravissimo il peso della responsabilità di chi si trova a scrivere algoritmi e in generale a progettare macchine destinate ad agire autonomamente, al posto di esseri umani impegnati in un qualsiasi lavoro, e anche destinate ad agire andando oltre i limiti della stessa programmazione iniziale definita dal progettista. E così il peso della responsabilità dei ricercatori che lavorano nel campo delle nanotecnologie, neuroscienze, bioingegneria.

Di fronte alla responsabilità, la prima scelta, purtroppo, è spesso l’elusione. Il ricercatore elude la responsabilità personale nascondendosi dietro l’idea che il progresso e la tecnica non possono essere in ogni caso fermati, e che quindi “se non sviluppassi io questo strumento, lo svilupperebbe comunque un altro scienziato”. E’ comune il trincerarsi dietro questa affermazione: “a noi compete fare ricerca e sviluppo, degli usi se ne occuperà la politica”.

Conclusioni

I risultati della ricerca mostrano quanto -nonostante l’insistita propaganda tesa a spargere fiducia- siano diffusi timore e cautela. Di fronte a simili risultati, la comoda lettura degli addetti ai lavori dice: i cittadini si esprimono così perché non conoscono l’argomento, sono ignoranti.

Possiamo rovesciare questa lettura sostenendo che l’atteggiamento degli addetti ai lavori che dicono: “lasciateci lavorare, non siete in grado di capire” è viziato dall’interesse personale; e condizionato dalla formazione STEM; una formazione angusta, che esclude scienze umane e riflessione filosofica.

L’auspicio finale è duplice. Che gli addetti ai lavori tornino a sentirsi innanzitutto cittadini – in quanto tali dubbiosi ed autocritici. E che un numero sempre maggiore di cittadini-ricercatori arrivi ad impegnarsi pubblicamente a rinunciare a lavorare ricerche che preoccupano, e che fanno rabbrividire.

Note

[1] Ho scritto un saggio sugli aspetti salienti della società civile così come essa si presenta in conseguenza della trasformazione digitale: Le cinque leggi bronzee dell’era digitale. E perché conviene trasgredirle. Nel libro propongo chiavi di lettura della nuova situazione che ogni cittadino del pianeta sta vivendo.

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