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informazione

Governo e fake news, Pizzetti: “Nessuna base normativa, molti i pericoli”

Polizia postale a caccia di fake news: una iniziativa senza base normativa si vorrebbe legittimare dall’urgenza di difendere la libertà di informazione in un periodo delicato come quello delle elezioni. Ma solleva molti motivi di allarme. Ecco perché, secondo il noto giurista

23 Gen 2018

Franco Pizzetti

professore ordinario di Diritto Costituzionale - Facoltà di Giurisprudenza Università di Torino


Sono preoccupato e inquietato dalla notizia dell’intervento della polizia postale per la caccia alle fake news. Una iniziativa priva di base normativa, con conseguenze pericolose e in parte imprevedibili.

Sappiamo che il 18 gennaio, alla presenza del ministro Minniti, è stato presentato un nuovo Protocollo Operativo “per il contrasto alla diffusione delle fake news attraverso il web in occasione della campagna elettorale per le elezioni politiche 2018”.

Già il titolo del Protocollo sembra fatto apposta per incuriosire e quindi fare “notizia”.

Cosa significa, infatti, dire che il Protocollo Operativo è attivato “in occasione della Campagna elettorale per le elezioni politiche 2018”?

Che il Protocollo ha durata e oggetto limitato unicamente alla Campagna elettorale e si occuperà, poi vedremo come, delle sole Fake News in qualche modo connesse a tale Campagna? O che invece si tratta di una prima sperimentazione di un metodo di contrasto alle Fake News attivato in un periodo particolarmente sensibile per le libertà di informazione e manifestazione del pensiero, ma destinato a continuare e allargarsi nel tempo?

Leggendo il testo del Protocollo non si hanno risposte chiare circa l’oggetto e il perimetro dell’iniziativa. E per la verità nemmeno rispetto al contenuto dell’attività a cui si dà avvio.

Richiamato il dibattito in corso a vari livelli sul fenomeno delle Fake News, si afferma infatti che si ravvisa “la necessità di arginare, con specifico riguardo al corrente periodo di competizione elettorale, l’operato di quanti, al solo scopo di condizionare l’opinione pubblica, orientandone tendenzialmente il pensiero e le scelte, elaborano e rendono virali notizie destituite di ogni fondamento, relative a fatti o argomenti di pubblico interesse”.

Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle. Più modestamente a noi viene da chiedere quale sia la base normativa che giustifica questa iniziativa, tenendo conto che in Italia la manifestazione del pensiero e la libertà di informazione non è sottoposta a autorizzazioni o censure e può essere sottoposta a sequestro solo su atto della autorità giudiziaria o per intervento di un ufficiale di polizia giudiziaria, e solo nei casi previsti dalla legge sulla stampa.

Di questo peraltro chi ha pensato al Protocollo è certamente consapevole, ed infatti l’iniziativa assunta dichiara di voler combattere essenzialmente non tanto le Fake News quanto le forme di diffusione di notizie in rete che, grazie anche ai sistemi di bot e altri sistemi tecnologici che possono facilmente far diventare “virale” una notizia “falsa”. Insomma sembra che l’obiettivo principale si combattere i sistemi attraverso i quali si possono diffondere per scopi specifici, legati all’obiettivo di incidere sul dibattito pubblico, notizie o informazioni in grado di raggiungere “una vastissima platea di destinatari” e “di spingere la notizia falsa fino a portarla tra gli argomenti più in evidenza del dibattito elettorale”.

Dunque, il senso dell’iniziativa al centro del Protocollo Operativo è la convinzione che “alla viralizzazione del problema è opportuno contrapporre la “viralizzazione della possibile soluzione”. A tal fine si vuole “muovere da un’idea di sicurezza partecipata che prevede, a fianco della Polizia di Stato, l’azione attiva e proattiva di provider e cittadini”.

Insomma, una iniziativa priva di qualunque base normativa viene presentata come legittimata da un lato dall’urgenza di difendere la libertà di informazione e manifestazione del pensiero da forme di inquinamento legate all’uso di sistemi virali in rete in un periodo particolarmente sensibile come è quello legato alla campagna elettorale. Da un altro lato, a supporto della iniziativa si enfatizza il fatto che si vuole promuovere una forma di “sicurezza partecipata, aperta alla azione attiva e proattiva di provider e cittadini”.

Onestamente qualche piccolo brivido potrebbe venire, sentendo che si torma a parlare di sicurezza partecipata per invitare sostanzialmente i cittadini a porre in essere forme di segnalazioni (o denunce?) a tutela di un bene di indiscusso valore, ma senza che alcuna norma specifica lo preveda e lo legittimi. Qui infatti non si tratta di denunciare un reato ma solo la convinzione che una o più notizie siano false, anche indipendentemente dal fatto che esse siano diffuse o no in forma virale.

Ancora di più qualche brivido viene di fronte al fatto che nel Protocollo non si dà, né si potrebbe dare, una nozione “sostanziale” di Fake News, salvo una generica e presupposta falsità della notizia, mentre si dà invece, malgrado quanto dichiarato nella parte introduttiva, non si considera essenziale la sua “virilizzazione”, cioè alle modalità della sua diffusione. Vero è che, in qualche punto, ci si richiama anche forme di virilizzazione tecnologiche come i bot, sui quali molto si è discusso in questi mesi, ma resta fermo che il protocollo è su questo punto per lo meno piuttosto confuso. Il rischio ovvio è che si denuncino come false notizie semplicemente perché il denunciante le considera contrarie alle proprie opinioni. Del resto, salvo che per il caso dei provider, ben pochi cittadini possono essere in grado di capire se la diffusione di una notizia sia ottenuta con apparati tecnologici simili ai bot o siano invece frutto di una normale circolazione tra persone fisiche che ne condividono il contenuto.

Arrivati a questo punto ci sarebbero molte ragioni di legittimo allarme. Per questo probabilmente la Polizia postale, ben consapevole di tutto questo, propone come strumento di segnalazione finalizzato alla lotta alle notizie false (ma non è chiaro se solo a quelle potenzialmente virali o a tutte), un immaginifico Red botton, messo a disposizione dei cittadini e dei provider sul sito www.commissariatodips.it”. Attraverso questo Red button è possibile “segnalare” le Fake News. Non sembra che sia richiesta all’utente alcuna motivazione specifica della segnalazione. È solo previsto che, se lo vuole, il segnalante possa “arricchire la segnalazione con la indicazione precisa della URL, la compilazione di campi in cui poter indicare la piattaforma social ove la Fake viene diffusa ovvero, attraverso la compilazione di un campo ad inserimento libero, fornire le informazioni utili”.

Insomma, un sistema che, affermando di voler promuovere una sicurezza partecipata, promuove nuove forme di “delazione elettronica”, relative per di più a un settore sensibilissimo come quello della libertà di informazione e manifestazione del pensiero, sia pure sulla rete.

Ma che fine fa la segnalazione? Secondo il Protocollo tutte le segnalazioni saranno prese in carico da un team dedicato del CNAIPC, al quale spetterà compiere una rapida indagine per verificar se la notizia possa essere definita Fake News. A tal fine questo team terrà presente se vi sono smentite ufficiali, se la falsità del contenuto è comprovata da fonti obiettive (?) e se le Fake provengono da fonti non accreditate o certificate”.

Le conseguenze di questa istruttoria, quanto mai libera nei fini, nei modi e nei metodi?

Una prima conseguenza potrà essere quella di segnalare sul sito commissariatodips on line e su canali social istituzionali (?) eventuali smentite. In sostanza, come si spiega, si vuole dar vita a forme virali di controinformazione, dando diffusione altrettanto virale anche alle smentite ufficiali.

Se ve ne saranno le condizioni, e la Polizia postale lo riterrà necessario, essa potrà “forte delle della professionalità acquisita nel corso degli anni” fornire “ausilio al cittadino destinatario delle Fake News, guidandolo nell’interlocuzione con le maggiori piattaforme di social e indirizzandolo nella promozione di richieste di rimozione di contenuti ritenuti lesivi, anche se, si precisa, tali richieste dovranno comunque essere valutate dai singoli social.

Il Protocollo finisce qui.

Che dire? Non vi è dubbio che esso traccia una strada lastricata di buone intenzioni, ma, come si sa, sono proprio questi i casi in cui è più facile ritrovarsi all’inferno.

Da un lato si pensa di contrastare un fenomeno come le Fake News partendo con solenni proclamazioni di lotta al fenomeno dell’inquinamento della campagna elettorale grazie e forme di sicurezza partecipata da parte dei cittadini e, dall’altro ci si limita a promuovere forme di controinformazione, se possibile parimenti virali, per diffondere le smentite ufficiali. A questo si aggiunge concretamente una lodevole disponibilità a supportare i cittadini che ritengano di essere stati destinatari di Fake News (ma, è ragionevole pensare, solo nel caso in cui il team del CNAIPIC concordi sul carattere di Fake della notizia) per aiutarlo a esercitare una forma di diritto all’oblio, guidandolo tecnicamente nel proporre la richiesta ma lasciando al social di valutare la richiesta. Del resto è ovvio che, anche tendo conto della cospicua giurisprudenza della Corte di Giustizia in materia di diritto all’oblio, sarebbe stato certamente illegittimo che la Polizia Postale pretendesse di imporre la rimozione della notizia, salvo ovviamente che questa integrasse un fatto di reato.

Difficile esprimere una opinione compiuta su questa iniziativa. Per un verso verrebbe da dire “tanto rumor per nulla”. Per un altro verso non si può non provare una qualche inquietudine di fronte alla messa a punto di forme di delazione elettronica anche con le migliori intenzioni.

Da un ultimo lato, infine non si può non provare una punta di curiosità circa gli effetti e i risultati che questa iniziativa potrà avere.

Dunque aspettiamo che la campagna elettorale finisca e prepariamoci a chiedere alla Polizia postale di fornire, al termine di questo periodo, tutti i dati relativi alle segnalazioni ricevute, alle modalità con le quali sono state istruite, alle iniziative prese e ai risultati raggiunti.

Certamente si tratta di una iniziativa innovativa e interessante ma anche potenzialmente pericolosa.

Giusto dunque attendere i risultati che saranno raggiunti e, riconoscendo la dinamicità della Polizia postale, augurarci fin da ora che, a iniziativa conclusa, si apra un serio dibattito pubblico sugli effetti e i potenziali sviluppi di azioni di questo tipo.

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