l'analisi

Una rete più chiusa e censurata dopo la guerra in Ucraina

Dopo sanzioni economiche e chiusura degli spazi aerei, la censura dell’informazione stata fra le prime misure dell’Occidente contro la Russia. Ma qual è il rapporto tra censura dei contenuti online e i diritti fondamentali? E tra democrazia e tecnocrazia? Il ruolo della rete nella costruzione di una nuova razionalità

31 Mar 2022
Fabio De Felice

Università degli Studi di Napoli “Parthenope”

Antonella Petrillo

Università degli Studi di Napoli “Parthenope”

Se la pandemia ha influito in maniera massiccia e pervasiva sull’utilizzo dei social e di internet, contribuendo alla diffusione dei web meeting e del lavoro a distanza, come impatterà sul mondo digitale la guerra in Ucraina e la recrudescenza dei recenti eventi bellici?

Il tema riveste una importanza cruciale, considerando il ruolo che le tecnologie digitali stanno svolgendo nel corso della crisi Ucraina e negli eventi che potranno auspicabilmente portare alla sua conclusione.

Censura, come funziona e quanto è estesa nel mercato digitale

Censura e uso a fini manipolatori dei canali di comunicazione

Prescindendo, per ora, dalle operazioni di hackeraggio volte a paralizzare i sistemi informatici, va detto che uno degli effetti più importanti deriva sicuramente dall’uso a fini manipolatori dei canali di comunicazione, in particolare Facebook e YouTube, che potrebbe generare una tendenziale disaffezione degli utenti che si trovano di fronte alla incertezza di cosa sia “realmente vero”, ma anche è un altro discorso, che riguarda da vicino la psicologia sociale.

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Non meno interessante, invece, è indagare sulla censura digitale come soluzione adottata dai Governi (non solo di regimi autocratici) per mitigare o limitare la deriva della disinformazione prodotta on line, come nel caso del recente oscuramento dei siti russi (o riconducibili a Mosca) annunciata dal presidente della Commissione europea Ursula Von der Layen come forma di ritorsione nei confronti delle operazioni militari decise da Putin in Ucraina.

Quando sono i Governi a censurare

Tema su cui si appunta l’attenzione di un rapporto dell’agenzia statunitense che si occupa di commercio internazionale (International Trade Commission) che analizza le modalità con cui i Governi attuano pratiche censorie sui contenuti in ambito digitale.

Con l’espressione “censura di Internet” – si legge sulla relativa voce di Wikipedia – si intende il controllo o il blocco della pubblicazione di contenuti — o dell’accesso ad essi — nella rete Internet. Può essere effettuata dal governo o da società private su richiesta del governo, da un’autorità di controllo, o di propria iniziativa. Il livello di censura di Internet varia in realtà da paese a paese: mentre in alcuni essa è praticamente assente, in altri (come, ad esempio, Iran e Cina) può arrivare perfino a limitare l’accesso alle notizie e reprimere la discussione tra i cittadini sul web.

Ed infatti è stata fra le prime misure che l’Occidente – simile per contrappasso la controreazione della Federazione russa – ha messo in campo contro l’invasione dell’Ucraina disposta da Vladimir Putin. Dopo le sanzioni economiche e la chiusura degli spazi aerei ai voli dalla Russia, ecco la censura delle fonti di emissione di notizie da quel Paese, sospettate di essere in realtà propalatrici di fake-news e di trolls, vale a dire di messaggi anonimi volti a intralciare il normale svolgimento di una discussione con messaggi provocatori, irritanti o fuori tema.

Il rapporto tra censura e diritti

L’argomento è delicato. Riguarda la relazione tra censura dei contenuti presenti on line e i diritti fondamentali come la libertà di parola e di espressione, nonché l’esigenza legittima di essere compiutamente informati.

Come riportato da Marina Rita Carbone, proprio su questa rivista, si registra un chiaro sbilanciamento del potere tra istituzioni di governo e big player delle tecnologie digitali. I governi sono oggi consapevoli della crescente rilevanza di Internet per la diffusione delle opinioni e della parola. Grazie alla cooperazione con aziende private, i governi censurano contenuti molto differenti, tra i quali rientrano opinioni politiche, sociali e relative alla sicurezza nazionale. Cina, India e Vietnam si sono concentrati sui contenuti politici. Russia, Turchia e di nuovo Cina hanno effettuato un filtraggio dei contenuti relativi a conflitti con altri paesi, dispute di confine, movimenti separatisti. Indonesia e ancora Russia hanno effettuato filtraggio pervasivo dei contenuti social, anche in settori come la pornografia, il gioco d’azzardo, le droghe e contenuti relativi alla intersessualità (gruppi LGBT).

Il caso di auto-censura di Russia Beyond.it

Ma non era ancora capitato un caso di auto-censura come quello che è successo a Russia Beyond.it, agenzia di stampa con sede a Mosca impegnata a realizzare progetto internazionale del gruppo editoriale ANO TV Novosti. Fondato nel 2007, il progetto si pone l’obiettivo di far conoscere la Russia nel mondo. “Vogliamo essere la porta d’accesso – si legge nella nota informativa di presentazione – a tutto ciò che è legato a questo paese: dalla cultura ai viaggi, dall’istruzione alla lingua, passando per il mondo del business e degli investimenti…”. Il sito, a seguito dell’inasprirsi della crisi in Ucraina (o più probabilmente per effetto dell’annuncio della Van derLeyen) si è censurato “da solo”.

“Cari lettori – si legge in un post del 28 febbraio, stesso giorno di apertura della trattativa tra Russia e Ucraina – siamo consapevoli che nelle circostanze attuali sia molto difficile continuare a leggere e a seguire i materiali sulla cultura, la storia e le tradizioni della Russia, da sempre al centro del nostro lavoro. Abbiamo deciso di sospendere temporaneamente le pubblicazioni su Facebook e Twitter per non trasformare la sezione dei commenti in una piattaforma di scontro, odio e insulti…”.

Il ruolo di rete e social nella corretta gestione delle informazioni

Viene da chiedersi a questo punto, ancora una volta, qual è il ruolo che dovrebbero avere i social media e la rete in generale nella corretta gestione e diffusione delle informazioni.

Se, alle prime avvisaglie dì una criticità – che sia di limitate proporzioni come un’elezione, o di grandissimo impatto come una guerra – quelli noti come strumenti contemporanei della democratizzazione, diventano attori della distorsione informativa, è necessario porsi delle domande. Dove finisce il confine di quella democrazia sbandierata dai social ed inizia invece la propaganda, pro o contro una persona, un’azienda o un Paese? Come fare per rendere indipendente il processo dalle ingerenze degli stati o dei grandi gruppi del digital?

Non è da oggi che ci poniamo questi interrogativi, ma la guerra ha fatto emergere come ciò che era “democrazia”, in poco tempo possa diventare viceversa il simbolo della dittatura, oppure un suo braccio armato.

La risposta a questi interrogativi è che solo governando questi processi, e non rincorrendolo la tecnologia, possiamo immaginare di regolare i rapporti tra le big tech e le istituzioni di governo. Senza più propalare una parvenza simulatrice di libertà, ma promuovendo una libertà “vera”, regolamentata con strumenti condivisi.

Il concetto di egemonia al tempo della società digitale

Una lettura molto interessante in questo senso, ce la fornisce Francesco Antonelli, docente di Sociologia generale all’Università “Roma Tre”, autore di un saggio sul concetto di egemonia al tempo della società digitale.

Uno degli assunti principali del libro riguarda il comune denominatore dei tre grandi progetti politico-sociali che sono emersi dalla fine delle ideologie del secolo scorso. Il neopopulismo, il fondamentalismo jihadista e il globalismo a trazione neoliberale (e persino il progetto ecologista, che non ha ancora raggiunto il livello di influenza dei primi tre) si costruiscono – afferma Antonelli – attraverso un complesso gioco di distanza e vicinanza, rigetto e inclusione più o meno selettiva, della “principale forza che tiene in piedi l’intero sistema-mondo globale: la tecnocrazia”.

Il rapporto tra democrazia e tecnocrazia

Quindi, per individuare un percorso che risolva i quesiti che ci siamo posti prima, può essere interessante porsi un interrogativo sul rapporto tra questa nuova tecnocrazia e la democrazia stessa.

Dobbiamo declinare bene il concetto di tecnocrazia, vista non, semplicemente, come il governo della tecnica o dei tecnici, degli algoritmi e nemmeno il governo degli “esperti”, ma “un insieme coerente e sistematico di culture, strumenti digitali e non, soggetti, istituzioni e pratiche di potere tramite le quali un sistema sociale cerca di migliorare la propria capacità di intervento su sé stesso”.

Meglio: “è un circuito che immette le energie della scienza e della tecnologia nei cronicamente esangui corpi della politica e dell’economia. Una risorsa, quindi, che serve (può servire, è auspicabile che serva) a ridare slancio alle nostre democrazie ferite ed appannate dalla recente guerra. Tutto il sistema della comunicazione digitale è così destinato ad andare in conflitto, o nella migliore delle ipotesi in rotta di collisione, con il concetto di democrazia: “La tecnocrazia -potenziata dalle strutture digitali- è l’idea che qualcuno ne sappia su di noi più di noi stessi. La democrazia è l’idea che nessuno ne sappia su di noi più di noi stessi. La tecnocrazia pretende di realizzare il governo per il popolo anche senza il popolo. La democrazia dice che nessun governo per il popolo può essere realizzato senza il popolo”.

In altri termini, la tecnocrazia è la forma egemone con la quale si integra in maniera strutturale la “scienza” nei meccanismi di governo e di trasformazione della società, passaggio che sancisce la oggettivazione del discorso tecnocratico. Anche se probabilmente la prospettiva tecnocratica non è l’unica possibile e auspicabile, tuttavia si presenta come non eludibile, a meno di non concepire un rapporto diverso (nuovo) tra saperi scientifici, tecnologia digitale ed istanze democratiche.

I rischi dei modelli basati sul sistema tecnocratico

Modelli basati sul sistema tecnocratico, se da un lato potrebbero apparire oggettivi (o comunque realistici, e quindi autonomi dall’ingerenza della politica), dall’altro comportano una pericolosa autonomia decisionale, resa ancora più complessa per l’introduzione nel processo di algoritmi di intelligenza artificiale.

Se quindi un problema è calcolabile quando è risolvibile mediante un algoritmo, l’algoritmo assurge alla funzione prioritaria di definire ciò che è problema (distinguendo ciò che problema non è) e di fornire una soluzione.

Ma il vero problema sorge quando essi impattano la dimensione della democrazia, poiché l’algoritmo non apprende la realtà in nodo “oggettivo” da una mole di dati classificati, poiché: “… sia la scelta del dataset che la generazione dei dati stessi sono il prodotto di azioni umane culturalmente e socialmente situate, le quali possono introdurre distorsioni sistematiche nel modello”.

Quando la tecnica evolve in tecnocrazia

La tecnica evolve in tecnocrazia, quindi, quando corrobora i sistemi di governo, nella misura in cui la sua razionalità strumentale si trasforma in razionalità sostanziale, tendente a dare una risposta a quattro grandi obiettivi:

  • modernizzare la società;
  • porre un argine agli effetti di disorganizzazione sociale e di alienazione;
  • migliorare la governabilità dei processi politico-sociali;
  • liberare le energie individuali da vincoli oppressivi mediante lo sviluppo del mercato e, soprattutto, della connettività e della potenza sistemica.

Il rischio a cui andiamo incontro è che questi sistemi governati dai plutocrati del digitale, assurgano a “un potere di tipo culturale e simbolico che vincola e riscrive il linguaggio del potere politico” offrendosi in definitiva come “… una risposta tutta moderna alla necessità di reintrodurre su basi secolari, pragmatiche ed empiriche… la razionalità oggettiva, coercitiva, esteriore e indipendente dalle decisioni del singolo individuo”.

Conclusioni

Forse questa potrebbe essere la via che i governi devono intraprendere per gestire la complessità di questo nuovo mondo informatico dei social, solo così si potrebbe aspirare ad un modello ideale tipico della decisione perfetta: unica, incontestabile e non negoziabile, che non può più essere modellata ad appannaggio di un ‘oligarca di turno, o di un’azienda o una nazione.

Se si riuscisse ad “orientare” il digitale in questa direzione condivisa, a quel punto sarebbe impossibile pilotare o reinventare l’informazione, dal momento che la protezione dell’informazione sarebbe gestita direttamente dalla rete, dagli algoritmi e dalle strutture ingovernabili della blockchain.

Non sarebbe più possibile censurare da parte di stati sovrani alcun percorso legato alla rete, o disconnettersi dalla stessa, dal momento che il network continuerebbe ad operare con capacità di adattamento automatico in tutte le direzioni. Rendendo vano ogni tentativo di pilotaggio o di censura.

La costruzione di una nuova razionalità nella dimensione contemporanea passa quindi attraverso un riequilibrio tra scienza, tecnica, digitale e democrazia che sono le grandi forze di emancipazione del genere umano in marcia verso il nuovo Illuminismo. Cercare e trovare nuove forme di conciliazione tra questi elementi è la vera sfida che l’uomo di oggi ha di fronte.

Bibliografia

C. Fuchs, Communicating COVID-19: Everyday Life, Digital Capitalism, and Conspiracy Theories in Pandemic Times (SocietyNow), Ed. Emerald Publishing , 2021

F. De Felice, A. Petrillo. Effetto digitale. Visioni d’impresa e Industria 5.0. Ed. McGraw-Hill Education, Milano, 2021.

F. Antonelli, Tecnocrazia e democrazia – L’egemonia al tempo della società digitale, Ed. L’asino d’oro edizioni, 2019

M. Airoldi, D. Gambetta, Sul mito della neutralità algoritmica, in “he Las’s Quarterly”, 2018.

S. Bianchini, Russia e Cina nel mondo globale. Due potenze fra dinamiche interne e internazionali, Carocci, 2018.

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