disinformazione

Guerra israelo-palestinese, le fake news social infiammano le parti

Video e notizie false, condivisi anche da fonti ufficiali, stanno contribuendo ad alimentare l’escalation della violenza tra Israele e Palestina. Ecco in che modo i social consentono di diffondere la disinformazione e di alterare la percezione della realtà, diventando una vera e propria arma per ambo le parti

17 Mag 2021
Marina Rita Carbone

Consulente privacy

conflitto israele palestina

La disinformazione social e le fake news stanno svolgendo un ruolo sottovalutato nel conflitto Israelo-Palestinese o guerra di Gaza.

Le fake news social nella guerra israelo-palestinese

All’intensificarsi dei combattimenti sul campo, infatti, sono stati moltissimi i contenuti condivisi su Facebook, Whatsapp, Twitter e, in particolar modo, TikTok, che avrebbero alimentato le tensioni fra le due fazioni. Grazie all’elevatissima diffusione del social, e al ruolo chiave che lo stesso gioca oggi nella condivisione di fatti e notizie, in poco tempo sono diventati virali dei filmati riguardanti il presunto lancio di razzi su Israele, i combattenti a Gaza e le proteste palestinesi, trasportando il conflitto sui piccoli schermi telefonici di tutte le persone in tutto il mondo.

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La rapidità della diffusione di tali notizie, tuttavia, e la mancanza di meccanismi di verifica adeguati che potessero permettere di capire se tali filmati fossero attendibili o meno, non ha mancato di suscitare fortissime preoccupazioni: la delicatezza della situazione sociopolitica, e le note problematiche legate alla manipolazione dei contenuti sui social, ha fatto sorgere non pochi dubbi in merito alla possibilità che ambedue le parti stessero usando tali strumenti digitali per diffondere messaggi estremisti e fake news.

I video della disinformazione

Stando a quanto riportato dal New York Times, uno degli eventi che ha scatenato l’odierna discussione sul rischio della disinformazione nel conflitto fra israeliani e palestinesi sarebbe stata la pubblicazione su Twitter, da parte del portavoce del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Ofir Gendelman, di un video di 28 secondi nel quale, a detta dello stesso, dei militanti palestinesi locati nella Striscia di Gaza lanciavano degli attacchi missilistici verso i territori israeliani.

Il tweet contenente tale video è stato condiviso centinaia di volte prima di essere ritirato a seguito dell’avvenuta scoperta della decontestualizzazione dello stesso: sembrerebbe, infatti, che il video non solo fosse stato registrato nel 2018, ma che ritraesse dei militanti che sparavano razzi non da Gaza ma dalla Siria o dalla Libia.

Il video condiviso da Gendelman, che poteva essere trovato su Youtube e altri siti di hosting video, rappresenta solo uno dei molteplici tasselli che questa settimana hanno contribuito ad alimentare sul web il clima di paura e violenza già esistente fra israeliani e palestinesi, non solo su TikTok e Twitter ma anche su Facebook, Whatsapp e altri social media. Tra le principali fake news figuravano video, foto e clip di testo che venivano spacciate come proveniente da funzionari governativi della regione, oltre a post che affermavano l’avvenuta invasione di Gaza da parte dei soldati israeliani, o presunti “alert” che avvisavano che la folla palestinese stava per invadere i sobborghi israeliani nella notte.

Le analisi condotte dal New York Times hanno evidenziato come l’impatto delle fake news sia stato amplificato dall’avvenuta diffusione delle stesse anche tramite gruppi di Whatsapp e Telegram composti da migliaia di membri, contribuendo così ad amplificare il clima di odio crescente fra le due fazioni del conflitto, in una situazione nella quale i sospetti e la sfiducia reciproci sono già molto alti, con effetti potenzialmente mortali.

Anche alcune fonti ufficiali in lingua araba ed ebraica sembra che abbiano contribuito ad amplificare alcune fake news: da ultimo, diversi media israeliani avrebbero discusso di un video nel quale si mostrava una famiglia camminare verso un funerale, per poi scappare nel momento in cui si sentivano suonare le sirene della polizia; tale video, secondo il New York Times, avrebbe dovuto costituire la “prova” che le famiglie palestinesi stavano tenendo finti funerali ed esagerando il numero di persone uccise nel conflitto.

A loro volta, alcuni siti di notizie in lingua araba avrebbero contribuito a diffondere dei video per provare che gli ebrei fingevano di aver subito ingenti perdite nel corso degli scontri svoltisi a Gerusalemme.

Tuttavia, ambedue i video, secondo le analisi condotte dal Times, sarebbero stati decontestualizzati o utilizzati a sostegno di teorie non veritiere.

Tali eventi, che oggi si manifestano in modo ancor più impattante, dato l’elevatissimo tasso di diffusione delle notizie tramite i social media, rappresentano solo l’apice di una lunga storia di disinformazione che ha caratterizzato l’intero conflitto, e di una guerra che si combatte anche tramite la manipolazione dei mezzi di comunicazione.

Tuttavia, ciò che maggiormente preoccupa, è come, a distanza di anni, i principali social media non siano ancora in grado di intervenire tempestivamente per evitare che tali situazioni di rischio si verifichino, trovandosi così ad intervenire soltanto in una fase successiva, nel momento in cui il danno nei confronti dei cittadini e dell’opinione pubblica si è già verificato.

Il “potere” della disinformazione

La disinformazione rappresenta un’informazione deliberatamente fuorviante o una falsa narrazione che viene diffusa al fine di alterare, intenzionalmente, le percezioni di coloro che vi sono esposti. Perché, tuttavia, combatterla è così difficile, nonostante le tecnologie di cui si dispone?

L’esperto di disinformazione Lawrence Martin-Bittman, afferma che l’efficacia delle campagne di disinformazione sia legata proprio al fatto che le stesse sono spesso costruite su un nucleo vero o plausibile, alterato da pregiudizi, divisioni e incongruenze già presenti all’interno di uno specifico gruppo o comunità.

È, pertanto, la verosimiglianza dell’informazione, che ne rappresenta il vero pericolo e che ne determina la grandezza dell’impatto sulla comunità. Le campagne di disinformazione, specie se volte a screditare determinati gruppi religiosi, etnici o razziali, rappresentano una delle minacce principali presenti sui social media, in quanto vanno a ledere lo stesso valore sul quale i social si fondano: il libero scambio di idee.

Il confine sottile fra libertà di opinione e disinformazione, e l’ambiguità che caratterizza gran parte delle politiche delle piattaforme in merito al tipo di contenuto che può essere pubblicato, specie se pubblicitario, l’immediata accessibilità dei contenuti stessi, oltre alla crescente sfiducia nei confronti delle fonti ufficiali (nel caso di specie, ritenuti dall’opinione pubblica manipolati dai media occidentali) consentono alle campagne di disinformazione di diffondersi con facilità e di alterare la percezione della realtà dei cittadini.

Nel contesto della disinformazione politica, i social media divengono, così, una vera e propria arma per ambedue le parti del conflitto, utilizzata al solo scopo di rafforzare la propria narrazione dei fatti e aumentare l’odio nei confronti dei membri della fazione opposta.

È necessario, pertanto, che le società che gestiscono le piattaforme social adottino una migliore e più severa regolamentazione, o implementino degli strumenti migliori e maggiormente performanti per verificare le informazioni prima che le stesse siano pubblicate, promuovendo le fonti di informazione oggettive anche attraverso il fact-checking mirato in aree nelle quali è maggiormente elevato il rischio di manipolazione delle informazioni.

Viceversa, in assenza di una precisa linea di contrasto alle campagne di disinformazione, che coinvolga non solo le aziende del settore tech ma anche i governi e gli stessi cittadini, promuovendo il consumo consapevole di informazioni a livello globale, gli esperti temono che, specialmente in contesti storici così delicati, l’effetto delle fake news – talune accidentali, altre intenzionali – possa essere irreparabile.

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