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scenari

Il “caso” Huawei e lo strapotere delle piattaforme web: quale lezione per Ue e Italia

Di fronte al potere di aziende private che condizionano ormai tantissimi aspetti delle nostre vite e all’escalation del confronto tra Cina e Usa, l’Italia e l’Europa dovrebbero cominciare a riflettere sulle proprie politiche industriali e uscire dalla loro comfort zone. Vediamo perché

07 Giu 2019

Paolino Madotto


L’annuncio che l’antitrust Usa aprirà degli approfondimenti sul comportamento delle big tech e che Google, Microsoft e Amazon abbiano limitato l’accesso al proprio ecosistema ai prodotti Huawei sembrano apparentemente due fatti senza attinenza alcuna, ma in realtà sono diversi aspetti del medesimo problema.

Parliamo del ruolo sempre più rilevante che le big tech hanno nelle nostre vite quotidiane, del condizionamento che riescono ad imporre alla nostra economia e di come i governi e la politica stiano reagendo. Negli Usa e nel Regno Unito il dibattito su questo tema è sempre più acceso e voci importanti dei diversi schieramenti politici cominciano a mettere nel mirino le big tech.

Un dibattito che in Europa e in Italia è del tutto assente.

Per l’Europa, quindi, e ancora di più per il nostro Paese – che vive uno dei momenti peggiori per il suo sistema industriale – si pone, come vedremo di seguito, il tema di politiche che non si sono dimostrate all’altezza delle sfide industriali globali.

Il “caso” Huawei e il potere delle piattaforme

Aldilà del merito, che compete più alla analisi geo-politica, la guerra che è stata scatenata contro Huawei merita alcune riflessioni sul potere delle “piattaforme” e sulla capacità di condizionamento che ormai le tecnologie hanno sulla nostra vita.

Il governo Usa ha posto sotto restrizione l’esportazione di tecnologia verso il produttore cinese, lo ha fatto sulla base di informazioni in suo possesso ma senza che un tribunale che abbia avuto modo di esprimersi.

In linea con la normativa Usa che tutela la sicurezza nazionale, da questo momento in poi i grandi colossi Usa che producono chip e altre tecnologie hanno dovuto sospendere le esportazioni di prodotti e tecnologia verso il produttore cinese. Di fronte ad una azione messa in atto da un governo le aziende di quel paese non possono fare finta di nulla, se poi il governo è quello Usa diventa quasi obbligatorio per il potere direttivo che questo ha sulla propria economia e per le ritorsioni che è in grado di mettere in atto su quella degli altri.

Infatti anche imprese non Usa hanno rivisto i termini della collaborazione con Huawei: in ogni caso si tratta di un paese alleato e a fronte di raccomandazioni sulla difesa tutto l’occidente non può non tenerne conto. Ci possiamo aspettare che in sede NATO tale questione sia stata affrontata e abbia avuto un consenso tra i paesi che ne fanno parte.

Il ruolo di Google, Apple & Co.

Il tema che invece deve darci da riflettere è il ruolo di Google che ha annunciato la sospensione degli aggiornamenti software del suo sistema operativo sui dispositivi della casa cinese.

Qui il tema si fa più complicato perché mette in luce che, aldilà della libera produzione di hardware, esistono fondamentalmente due grandi ecosistemi delle tecnologie mobili che controllano i dispositivi di tutto il mondo. Questi due ecosistemi, ai quali si aggiunge anche la piattaforma social Facebook, sono aziende private con proprie regole e queste vengono imposte a chi vuole entrare in questi ecosistemi.

Giusto per dare un’idea:

Apple non di rado è stata criticata per il costo troppo alto per entrare nel suo ecosistema o per le limitazioni imposte.

Google ha fatto parlare di sé ancora una volta annunciando che non consentirà a nessuna app di vendere cannabis, anche se in molti paesi questo è legale (tra l’altro in diversi stati USA).

Facebook ha annunciato di aver cancellato circa due miliardi di account “fake” e centinaia di migliaia di pagine “fake” secondo le sue policy, Microsoft anche ha bloccato aggiornamenti sui modelli della casa cinese.

Il clima verso le big tech sta cambiando anche negli USA?

Queste aziende hanno propri sistemi regolatori, proprie norme codificate attraverso contratti vincolanti e il potere di poter spegnere ciò che circola nei loro ecosistemi. Poco male se seguono le indicazioni di istituzioni democratiche ma nessuno può darci garanzia che non usino gli stessi sistemi per interessi economici, concorrenza sleale, utilizzo di potere dominante sul mercato.

L’annuncio che l’Antitrust Usa ha cominciato degli approfondimenti sul comportamento di Google, Apple, Facebook, Amazon con un conseguente drastico calo in Borsa delle del valore azionario delle aziende (accompagnato da dichiarazioni, come quella di Apple, che ha sostenuto di non essere un monopolio) mette in evidenza come stia cambiando il clima nei confronti delle big tech.

Aldilà di come finirà l’approfondimento e l’eventuale apertura di un procedimento formale da parte dell’autorità Antitrust sia i repubblicani che i democratici hanno sempre di più il “fiato sul collo” a causa dei comportamenti considerati oligopolistici delle big tech. E questo malgrado gli ingenti investimenti economici che le big tech fanno annualmente in attività di lobby.

Questo pone alcune questioni a tutti noi cittadini e al nostro sistema industriale. Può una azienda che ha una piattaforma così diffusa e in regime di oligopolio farsi le sue regole visto quanto ormai sono fondamentali ed estesi i suoi servizi?

I big tech danno servizi “pubblici”?

In linea di principio sì. Nessuno è obbligato a comprare un telefono Android o ad avere un profilo Facebook ma nei fatti la questione è più complessa.

Cosa accadrebbe se Google decidesse deliberatamente di procedere ad aggiornamenti di sistema che degradassero alcuni dispositivi in favore di altri di marche diverse, vendendo questo “servizio” come fosse una forma di pubblicità?

Facebook, poi, rappresenta la socialità per miliardi di persone che si incontrano sulla piattaforma (così come su Instagram, sempre di proprietà di Mark Zuckerberg) e comunicano attraverso le sue piattaforme di messaggistica. Qui si discute di politica e si influenzano gli elettori e un social diventa lo strumento nel governo delle emergenze nazionali in caso di catastrofe o attentato.

Il sistema operativo Android non è una alternativa per un produttore di hardware che voglia produrre apparati mobili. La dimensione di alcune piattaforme è così vasta e pervasiva che non è pensabile non metterla sotto tutela di entità democratiche e strutture tecniche a loro disposizione in grado di entrare anche nei dettagli.

Si pone una questione di validazione del software, una validazione di soggetti pubblici o sottoposti a vincoli determinati dalle istituzioni affinché il software e le regole vigenti nelle piattaforme non siano solo determinate dagli azionisti. In fondo in mercati tradizionali come quello delle TLC o dell’energia vigono stessi principi e meccanismi, si tratta di prendere atto di come siano diventate importanti alcune piattaforme. L’alternativa, che peraltro si fa sempre più strada negli Usa e non solo, è quella di spezzettare piattaforme come Google o altre mettendo in atto le legislazioni antitrust.

Nel caso poi di Google e Microsoft, a differenza dai produttori di chip o altro, il prodotto installato sul dispositivo risulta inservibile senza l’accesso agli ecosistemi e agli aggiornamenti. Se il governo americano chiedesse a Google di rendere imprecisi o insicuri i sistemi di guida autonoma che nel prossimo futuro potremmo vedere funzionanti nelle auto del futuro cosa accadrebbe?

Emerge così da una parte il problema del potere di alcune aziende piattaforma e dell’impatto che hanno assunto nelle vite di tutti, ma anche la debolezza dei governi a gestire questo potere ponendo limitazioni o comportamenti virtuosi.

L’Europa ai margini dell’ecosistema digitale

La storia di Huawei ci mette anche di fronte ad un’altra questione delicata: compare in tutta la sua chiarezza una Europa dipendente dalla tecnologia estera, sia essa cinese o Usa.

Pensiamo che il prossimo anno scade il programma Europa 2020 che avrebbe dovuto contribuire a far crescere la Ue nel settore della ricerca e del digitale e invece ci troviamo peggio di dieci anni fa quando è partito, con il sistema industriale che avevamo intorno alla tecnologia mobile sostanzialmente messo ai margini, con grandi player cinesi o Usa che si contendono il nostro mercato e con il rischio di perdere la leadership nell’unico settore che ci era rimasto a livello europeo (l’auto) in favore di auto ibride ed elettriche diffusissime in Asia e Usa, tra l’altro rimanendo aggrappati su una tecnologia inquinante come il diesel mentre già da diversi anni è chiaro che il resto del mondo andava verso l’ibrido e l’elettrico. Forse dovremmo seriamente rimettere in discussione delle politiche sin qui messe in atto. E certo non è rassicurante che la Commissione europea imponga il pagamento periodico di multe ad una o all’altra azienda del GAFA, il tema è molto più strategico.

Questo episodio ci sta facendo scoprire quanto è strategico avere il controllo e il governo delle tecnologie, del fatto che se è impossibile essere leader di tutto è un problema non esserlo di nulla. La FCA, azienda Usa che ha inglobato la Fiat, ha fatto recentemente un accordo di collaborazione con Google per i sistemi di bordo traguardando anche la guida autonoma in futuro, chi ci dice che dietro indicazione di qualche fantapolitico governo Usa non ci potremmo ritrovare tutti limitati a 40 all’ora o spediti contromano perché identificati come possibili fiancheggiatori dell’Iran? È fantapolitica, gli Usa sono una democrazia affidabile anche se nulla può escludere tale ipotesi con le attuali regole.

Pensavamo di essere nella società globalizzata nella quale gli stati nazionali erano istituzioni arcaiche e invece scopriamo, a partire dal caso Huawei, che gli Stati nazionali esistono, sono importanti, si scontrano (speriamo che almeno rimangano negli scontri commerciali).

Politiche industriali italiane e Ue non all’altezza della sfida

Si pone dunque per l’Europa il tema di politiche che si sono dimostrate non all’altezza delle sfide industriali globali e ancora di più per l’Italia che vive uno dei momenti peggiori per il suo sistema industriale. L’Italia ha venduto il settore lusso e agroalimentare ai francesi e l’auto agli Usa (nei fatti appare sempre più evidente uno scollamento tra il gruppo FCA e gli interessi dell’Italia a differenza di altri gruppi europei che vedono anche una forte presenza del pubblico), a undici anni dall’inizio della crisi globale ancora non riusciamo a tornare ai livelli precedenti di crescita. L’unico settore dove l’Europa da filo da torcere agli Usa è quello dell’industria aereonautica (Airbus vs Boeing), dove Francia e Germania (principali animatori di Airbus) sono fortemente accusati di aiuti di stato da parte americana.

In un mondo fatto di paesi che collaborano ma sono in sempre più forte competizione commerciale e industriale, in cui grandi aziende tecnologiche sono transnazionali (e per tecnologiche non intendo solo quelle del digitale) e grandi masse di denaro sembra che non abbiano nazione influenzando spesso la politica di grandi paesi, non possiamo né farci prendere da un romantico revanscismo autarchico e né da un’evidente illusione ottica globalista.

È urgente una presenza maggiore dello Stato italiano nell’azione di tutela ed espansione degli interessi nazionali focalizzando l’intervento su tecnologie emergenti/innovative e sulla riattivazione del sistema industriale sapendo che non esistono attori privati nazionali in grado di farlo, almeno da soli. Ed è altrettanto urgente costruire collaborazioni e cooperazioni con gli altri paesi, in primis in ambito europeo (a partire dal chiedere che vengano combattuti i comportamenti sleali tra paesi) e con la consapevolezza che l’Europa per ora rimane un nostro sogno lontano e che anche i paesi più forti non riescono a farlo diventare prioritario rispetto ai loro interessi economici nazionali e/o alla loro cultura nazionalista o tardo-imperiale.

Le società piattaforma ci hanno resi sempre più dipendenti dai loro servizi, un po’ come la metafora della “rana bollita” rischiamo di accorgercene quando sarà troppo tardi presi nella nostra “comfort zone”. È utile che anche nel nostro Paese si apra una riflessione su come sta cambiando il mondo, sulla società e sulla nostra politica industriale che deve riprendere un ruolo più attivo. Malgrado tutto continuiamo ad esportare “cervelli”, fare prodotti innovativi, essere presenti in molti mercati, avere leadership nella ricerca in molti ambiti dobbiamo metterci sotto e rimboccarci le maniche per “fare sistema”.

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