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Il problema dell’Italia con le imprese giovanili: trend dell’ultimo decennio e sfide per il futuro

Un calo evidente delle imprese giovanili registrate in dieci è quello fotografato da InfoCamere nello studio sulla dinamica dell’imprenditoria giovanile. Uno spaccato sui settori interessati e le tendenze geografiche, i rischi per il sistema paese e le prospettive per gli anni a venire

18 Lug 2022
Valter Fraccaro

presidente Parco Scientifico dell'Intelligenza Artificiale di Siena

Paolo Ghezzi

CEO di Infocamere ed Expert dell'Istituto EuropIA.it

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Complice la curva demografica da tempo in calo storico nel nostro Paese, sembra purtroppo avere imboccato una lenta quanto inesorabile erosione il numero delle imprese giovanili nel nostro Paese.

A certificarlo è uno studio sulla dinamica dell’imprenditoria giovanile[1] – di cui questo articolo è un’anticipazione – condotto da InfoCamere a partire dai dati del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio degli ultimi dieci anni.

L’Italia non è un Paese per giovani imprenditori: il problema delle competenze

I numeri di un decennio

L’andamento dei flussi del decennio, sia in valore assoluto sia attraverso i numeri indice, evidenzia la chiara tendenza al calo delle imprese giovanili registrate, passate dal rappresentare l’11,1% del totale (alla fine del 2012) all’attuale 8,9% (fine 2021). In termini assoluti, la riduzione del perimetro delle imprese giovanili corrisponde alla “scomparsa” (per raggiunti limiti di età e quindi per travaso nelle classi di imprese “over” 35, oppure per vera e propria uscita dal mercato) di circa 137mila imprese sulle 675mila che dieci anni fa risultavano registrate negli archivi delle Camere di Commercio, per una riduzione cumulata del 20,3% dello stock di questo tipo di imprese.

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A fronte di questo fenomeno, dall’osservazione della serie storica del saldo tra iscrizioni e cessazioni emerge il contributo determinante che le imprese giovanili hanno sempre continuato ad assicurare al bilancio annuale tra aperture e chiusure di imprese. Lungo tutto il decennio esaminato, infatti, la componente delle imprese giovanili ha sempre fatto registrare saldi positivi, al contrario di quanto accaduto alla componente non giovanile il cui saldo è rimasto – pur se con performance alterne – sempre in campo negativo. In altre parole, senza il contributo delle imprese avviate da imprenditori under 35 il bilancio tra aperture e chiusure sarebbe stato sempre negativo e, in sei anni su dieci, estremamente negativo.

L’importanza della componente giovanile per il turnover  imprenditoriale

L’importanza della componente giovanile per il ricambio della base imprenditoriale del paese è evidente se si osservano in particolare i contributi ai flussi di entrata e di uscita. Negli ultimi dieci anni, la quota di iscrizioni di imprese giovanili sul totale delle nuove imprese è stata in media del 31,4%, mentre la corrispondente media sul totale delle imprese che hanno chiuso i battenti si ferma al 13,7%.

Un dinamismo indispensabile alla tenuta del sistema che, però, è stato messo a dura prova dalla caduta della natalità e della vocazione imprenditoriale di tanti giovani se ci si ferma ad osservare la parabola discendente di entrambe queste serie: le iscrizioni di imprese giovanili sono diminuite progressivamente – e senza interruzioni – dal 34,2% del 2012 al 29,4% dello scorso anno, realizzando una perdita di 4,8 punti percentuali. Più altalenante e ancor più accentuato appare il tragitto delle cessazioni, passate dal 15,4% sul totale del 2012 al 9,8% del 2021.

La geografia dell’invecchiamento dell’azienda-Italia

Non tutti i territori della penisola hanno risentito allo stesso modo di questo lungo “raffreddamento” degli spiriti imprenditoriali giovanili, anche se l’evidenza dei dati suggerisce qualche linea interpretativa. L’arretramento più consistente ha interessato il blocco delle regioni centrali a cavallo dell’Appennino: nei dieci anni considerati, Marche, Abruzzo, Toscana, Molise e Umbria sono le prime cinque regioni in ordine di arretramento percentuale della componente giovanile dello stock di imprese del rispettivo territorio (con una media del 29%, dal 32 delle Marche al 26 dell’Umbria). Da segnalare che solo nel caso delle Marche, l’arretramento riguarda anche la componente non-giovanile, diminuita del 3,5% nel periodo. A risentire in maniera più contenuta della riduzione del perimetro delle imprese under 35 sono state Campania, Lazio, Valle d’Aosta, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia (in media arretrate del 15,6% nel periodo) con valori compresi tra il -11,1% della prima e il -18,5% dell’ultima. Unica regione a segnalare un incremento di imprese giovanili nel decennio è il Trentino-Alto Adige (+6,5%), per di più associato anche alla crescita della componente non giovanile (+1,1%).

Spostando l’osservazione dai valori percentuali a quelli assoluti, colpisce anzitutto la simmetria disegnata nella geografia dello stivale dalla contrazione di imprese giovanili: ai primi due posti della graduatoria regionale, infatti, troviamo la Lombardia (-16.883 imprese di under 35) e la Sicilia (-15.923). Insieme con Toscana (-12.483) e Puglia (-12.045) che seguono a breve distanza, queste regioni condividono una contemporanea crescita di imprese non giovanili che in tre casi su quattro (l’eccezione è la Toscana) compensano la riduzione delle imprese di under 35. Subito dopo segue un terzetto di altre regioni di grande rilievo per l’economia nazionale (Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto) in cui alla riduzione di imprese giovanili si è accompagnata anche la riduzione della componente non giovanile.

La contrazione a livello settoriale

A livello settoriale, l’indagine evidenzia un profilo decisamente più movimentato dei cambiamenti che hanno interessato l’imprenditoria giovanile. In quattro settori il numero di imprese guidate da under 35 è cresciuto, muovendosi in qualche modo all’ombra delle imprese non giovanili: noleggio e servizi alle imprese (+11,8%), attività professionali, tecniche e scientifiche (+7,36%), istruzione (+6,3%) e attività finanziarie e assicurative (+3,7%). Segnali di un certo dinamismo che, tuttavia, si traducono in una crescita complessiva che non arriva alle 5mila unità.

Nei rimanenti 14 settori dell’elenco delle principali attività economiche, le imprese giovanili hanno invece fatto segnare il passo con arretramenti anche fortissimi nel periodo considerato: è il caso delle costruzioni che tra 2012 e 2021 hanno perso quasi la metà delle imprese a conduzione giovanile (-46,6% il bilancio), delle attività di estrazione di minerali (-42,7%), di quelle propriamente manifatturiere che hanno visto sparire esattamente un terzo delle loro aziende giovanili e del commercio che, a fine decennio, si ritrovano con un quarto delle imprese giovanili in meno rispetto a quelle che avevano al suo inizio.

Passando ad analizzare i settori in arretramento e seguendo l’ordine della sua rilevanza percentuale nel periodo, spicca la continuità di un blocco di attività economiche in cui la componente giovanile – negli ultimi dieci anni – appare essersi mossa in controtendenza rispetto a quella non giovanile. Si tratta di sette settori (dall’alloggio e ristorazione alle attività immobiliari) nei quali l’opportunità di fare impresa sembra più appannaggio degli over 35 e, per converso, non sia percepita allo stesso modo dai giovani al di sotto di questa soglia di età.

Un ultimo blocco di settori, infine, restituisce l’immagine di una decisa riduzione dell’interesse dei giovani con aspirazioni imprenditoriali rispetto alle attività più tradizionali. Al netto dell’agricoltura – che, pur chiudendo il decennio con il segno meno (-4,2%), vede i giovani imprenditori tenere meglio le posizioni dei loro colleghi più maturi (-10,9%) – la riduzione delle imprese under 35 dei trasporti, del commercio, delle attività manifatturiere ed estrattive e delle costruzioni, negli ultimi dieci anni è decisamente più accentuata rispetto a quella fatta registrare dalle non giovanili.

Conclusioni

Questa analisi è un tassello di un’indagine più ampia che InfoCamere ha condotto di recente sui fenomeni legati alla trasformazione del tessuto imprenditoriale italiano rispetto all’età delle imprese e degli imprenditori.

Il rallentamento del turnover dei giovani nelle imprese italiane è un limite all’innovazione, allo sviluppo di nuove idee, all’allargamento dei settori emergenti. Non solo. Rappresenta anche un potenziale rischio per la continuità aziendale di tante attività gestite a livello familiare che, con l’uscita di scena delle generazioni più anziane, si ritrovano spesso svuotate dell’energia che le ha fatte vivere e prosperare e quindi con meno opportunità di continuare ad esistere.

I dati del Registro delle imprese si confermano uno strumento indispensabile per tracciare – anche grazie a opportune integrazioni con altre fonti – l’evoluzione dei fenomeni imprenditoriali nel tempo e fornire indicazioni utili per l’elaborazione di policy sempre più mirate, misurabili ed efficaci per sostenere i processi di cambiamento dell’economia reale del Paese.

Come sempre, il futuro non è da temere, ma da affrontare. Questo tempo si caratterizza dalla simultanea presenza dell’ultima generazione umana che ha conosciuto un mondo esclusivamente analogico e della prima che lo interpreta attraverso il digitale e, insieme, da un cambiamento epocale nel modello economico e sociale in cui viviamo.

Le elaborazioni sull’imprenditoria giovanile e non giovanile ci restituiscono una visione che non è solo numerica, ma che include e descrive un passaggio: comunque vada, le aziende gestite dai figli non potranno essere la lineare prosecuzione di quelle fondate dai padri. Allo stesso modo, i fondatori di oggi hanno una visione più ampia di quella delle generazioni che li hanno preceduti: il confine dell’azienda era delineato un tempo dalla stessa lingua, dalla stessa moneta, mentre oggi i giovani hanno un rapporto i cui gli “altri” sono lì, vicini e raggiungibili con una tastiera, e alle stesse valute nazionali, ai simboli e alle immagini che le rappresentano si affiancano criptovalute il cui paese di origine non costituisce né referenza né descrizione.

Veniamo da un mondo in cui i cambiamenti erano per lo più associati a rivoluzioni, a piazze, a organizzazioni di massa, ideologie e religioni, mentre il futuro, anche il più prossimo, si fa diverso dal presente per un’etica basata su pochi punti condivisi su una scala che attraversa confini, credo, culture: per tutti, l’obiettivo è rappresentato dalla multicolorata tavola dei 17 SDGs dell’ONU, sottoscritta da 190 Paesi nel 2015.

Un’etica condivisa e un obiettivo comune non bastano a rassicurarci, a garantirci una “pace universale”, ma almeno ci fanno capire che la cronaca e la storia stanno su due piani differenti, e che la seconda non è la somma degli eventi descritti dalla prima.

La generazione che ha studiato sui libri di carta ha portato l’umanità ad uno stato di benessere mai esistito prima e pagato a caro prezzo: un modello sociale che ha consumato più energia nel presente di quanta ne abbia lasciata per il futuro, se il riferimento è alle fonti non rinnovabili.

Il cambiamento climatico, le migrazioni, la riduzione della biodiversità: fenomeni di decenni che richiedono decenni per essere fermati e altri perché prendano un diverso segno.

La generazione che ha studiato e studia davanti agli schermi di pc e smartphone ha davanti un processo lungo di rigenerazione planetaria e pare lo sta affrontando con lucidità, con una convinzione che non è data dall’obbligo, dalla paura di un pianeta che si corrode tra benessere umano e distruzione delle altre specie, ma dalla consapevolezza di un ruolo dell’umanità che non è più predestinata padrona della Terra, ma la sua custode.

A quelli che pensano che “sostenibilità” sia solo un nuovo ammaestramento ai molti perché i pochi possano accaparrarsi nuove ricchezze, si può chiedere solo di guardare ai propri figli, alle loro ragioni, a come le portano avanti senza barricate e scegliendo consumi responsabili, rifiutando di giocare con palloni cuciti da bimbi nepalesi o di indossare pellicce. I tempi cambiano e tutto sta per iniziare.

Note

  1. Si considerano Imprese giovanili le imprese la cui partecipazione del controllo e della proprietà è detenuta in prevalenza da persone di età inferiore ai 35 anni. Il grado di partecipazione di giovani è desunto dalla natura giuridica dell’impresa, dall’eventuale quota di capitale sociale detenuta da ciascun socio e dalla percentuale di giovani presenti tra gli amministratori o titolari o soci dell’impresa. In generale si considerano giovani le imprese la cui partecipazione di giovani è complessivamente superiore al 50% mediando le composizioni di quote di partecipazione e di cariche amministrative detenute da giovani, per tipologia di impresa, in base ai criteri definiti nella tabella sotto indicata. Le imprese sono poi classificate in base al maggiore o minore grado di imprenditorialità giovanile.
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