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Il venture capital italiano continua a crescere: i dati che fanno ben sperare

Il 2022 conferma che il mercato del venture capital italiano continua a crescere, mostrando segnali di crescita incoraggianti che stanno contribuendo a colmare la distanza rispetto ad altri mercati di riferimento a livello europeo, anche in termini di presenza femminile. I dati e le tendenze registrate dal VeM

Pubblicato il 12 Apr 2023

Paolo Anselmo

Presidente Associazione IBAN

Il mercato italiano del venture capital e degli investimenti in startup del nostro Paese, in controtendenza rispetto ad altri settori che hanno sofferto le conseguenze della guerra in Ucraina, per il secondo anno di fila ha visto raddoppiare la cifra totale investita in startup italiane che nel 2022 è arrivata a sfiorare i 2 miliardi di euro dopo che nel 2021 si era assestata a 992 milioni di euro. Sempre più intensa, inoltre, la collaborazione tra fondi di venture capital e Business Angel, con l’ammontare investito in syndication che nel 2022 è triplicato rispetto alla rilevazione del 2021, pari a 530 mln di euro.

Startup, come cresce il mercato: obiettivi per l’anno 2023

Da rimarcare anche l’aumento della percentuale della componente femminile delle Business Angel donne che per la prima volta supera il 20% e arriva a essere il 27% del totale, raddoppiando la rilevazione del 2021: un dato incoraggiante e in deciso aumento rispetto agli ultimi anni.

Se, dunque, il 2020, l’anno del Covid, è stato una prova di resilienza per i Business Angel italiani, nel 2021 e anche nel 2022 gli investitori privati hanno confermato la loro dinamicità e l’intenzione di avere un ruolo primario nell’ecosistema dell’innovazione, come confermano anche i nuovi dati del VeM (Venture Capital Monitor) – realizzato da AIFI insieme alla LIUC Business School e a IBAN, grazie al contributo di Intesa Sanpaolo Innovation Center ed E. Morace & Co. Studio legale e al supporto istituzionale di CDP Venture Capital SGR.

I business angel italiani coinvolti in operazioni per 1,5 mld di euro

Rispetto al 2021, che già era stato un anno di enorme sviluppo ed espansone, si registrano quindi più operazioni e ancora più risorse investite. Il 2022 conferma che il mercato del venture capital italiano continua a crescere, mostrando segnali di crescita incoraggianti che stanno contribuendo a colmare la distanza rispetto ad altri mercati di riferimento a livello europeo.

L’anno passato infatti le operazioni di investimento in startup italiane sono state in totale 421, in crescita rispetto alle 386 mappate nel 2021. Il dato più rilevante per l’intero mercato è quello che riguarda il totale investito in startup in Italia nel 2022: la cifra infatti sfiora i 2 miliardi di euro e segna il secondo raddoppio consecutivo dopo che già il 2021 aveva fatto registrare 992 milioni di investimenti. All’interno di questa cifra così significativa, l’impegno dei Business Angel è assolutamente rilevante.

In autonomia o in syndication con i fondi VC infatti i BA italiani sono stati coinvolti in 1,5 miliardi di investimenti nel comparto dell’innovazione italiana del 2022: 8 operazioni su 10, in percentuale, hanno visto la presenza di Business Angel italiani tra gli investitori. Per quello che riguarda invece gli investimenti in cui i BA si sono mossi in autonomia il totale è sostanzialmente in linea con quello registrato nel 2021, con 79 milioni di euro complessivamente impegnati.

Sempre più donne tra i Business Angel in Italia

L’imprenditoria femminile in Italia è una componente del tessuto economico del nostro Paese fondamentale e imprescindibile, ma che forse a volte non riceve i supporti e le opportunità che meriterebbe per mettersi in mostra e dimostrare tutte le sue capacità. Come spesso accade, però, sono le stesse donne a crearsi opportunità per emergere.

Per IBAN la componente femminile delle BA è da sempre un ramo fondamentale delle attività dell’associazione, impegnata a creare opportunità per accogliere sempre più imprenditrici desiderose di scommettere sull’innovazione italiana. Gli ultimi dati raccolti dal VeM confermano che il lavoro degli ultimi anni ha prodotto risultati tangibili e storici: la percentuale di Business Angel donne nel 2022 infatti non solo è praticamente raddoppiata, passando dal 14% al 27%, ma per la prima volta si è spinta oltre la percentuale del 20%, verso il valore del 30%. Chissà che questo numero non possa essere toccato a breve anche grazie alle possibilità di finanziamento e supporto riservate alle donne imprenditrici, come per esempio Smart&Start Italia, l’incentivo che sostiene la nascita e la crescita delle startup innovative, gestito da Invitalia. Al suo interno, per esempio, si trovano la dotazione riservata alle startup femminili da 100 milioni di risorse del PNRR, o un finanziamento a tasso zero, senza alcuna garanzia, a copertura del 90% delle spese ammissibili se la startup è costituita interamente da donne.

Corporate Venture Capital, nuovo orizzonte da sviluppare

All’interno dei dati del VeM uno in particolare sembra evidenziare una tendenza su cui investire tempo e risorse nei prossimi anni, con l’obiettivo di allargare ulteriormente l’ecosistema dell’innovazione in Italia. Si tratta del corporate venture capital – ovvero di quella forma di investimento di venture capital attraverso il quale un’azienda matura e consolidata investe in un’impresa target (startup o piccole imprese altamente innovative, con alto potenziale di scalabilità), ottenendo una quota di minoranza di capitale sociale (equity): l’ultima rilevazione VeM racconta di 371 milioni di euro complessivamente investiti in 205 round insieme ai fondi di venture capital (rispetto ai 462 milioni di euro del 2021).

Numeri simili a quelli dello scorso, anche se in lieve calo, dentro comunque una stabilità che però lascia intravedere grossi margini di ulteriore sviluppo per un’unione tra aziende consolidate e piccole realtà emergenti che potrebbe costituire un nuovo gancio di sviluppo economico. Da una parte infatti le realtà più piccole avrebbero la possibilità di essere sostenute economicamente e con competenze specifiche di alto livello nelle prime fasi del loro ciclo di vita nel business, dall’altra società più grandi e strutturate potrebbero sfruttare le capacità innovative che le startup sono in grado di portare sul mercato.

L’occasione del PNRR per sostenere l’innovazione delle startup

Sappiamo che il PNRR rappresenta un’opportunità eccezionale per la crescita e lo sviluppo dell’intero sistema economico italiano. Anche l’innovazione e le startup non sono escluse da questo perimetro di possibilità di attingere a importanti risorse che diano un ulteriore spinta all’innovazione e alla crescita economica.

Una delle ultime misure, annunciata a metà febbraio con una nota dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, riguarda la possibilità per startup e piccole e medie imprese di presentare progetti sulla transizione ecologica e digitale che possono essere finanziati con risorse europee comprese nel PNRR, per un ammontare complessivo di 550 milioni.

Le risorse attingono a due fondi, “Green Transition Fund” dotato di 250 milioni di euro e “Digital Transition Fund” a cui sono stati assegnati 300 milioni, gestiti da CDP Venture Capital SGR per conto del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. In particolare, il Digital Transition Fund si pone l’obiettivo di sostenere almeno 250 imprese entro il 30 giugno 2025, con un focus sulle pmi delle filiere della transizione digitale e che realizzano progetti innovativi con un significativo grado di scalabilità, che dovranno interessare gli ambiti dell’intelligenza artificiale, cloud, assistenza sanitaria, industria 4.0, cybersicurezza, fintech, blockchain o comunque altri ambiti della transizione digitale.

Il Green Transition Fund, invece, punta ad attivare almeno 250 milioni di euro di investimenti privati nel settore delle tecnologie verdi entro il 30 giugno 2026, con un focus su rinnovabili, economia circolare, mobilità, efficienza energetica, smaltimento dei rifiuti, stoccaggio di energia e simili. Tra le caratteristiche da rispettare per gli interventi ammissibili figurano un periodo di investimento non superiore a 5 anni, seguiti da altri 5 di gestione del portafoglio e un ticket di investimento compreso tra un milione di euro e 15 milioni di euro per gli investimenti diretti e tra 5 milioni e 20 milioni per quelli indiretti.

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