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Direttore responsabile Alessandro Longo

La ricerca SWG

Industry 4.0: la cultura dell’innovazione come investimento per costruire il futuro

di Cristiano Radaelli, presidente Anitec

29 Lug 2016

29 luglio 2016

Ancora troppe le imprese e gli imprenditori che concepiscono l’innovazione e gli strumenti tecnologici come mezzo di risparmio ed efficientamento, piuttosto che vedere l’industry 4.0 come un’occasione di sviluppo di business e nuove professionalità

Che l’innovazione sia il driver del futuro è un assunto universalmente condiviso. Il come però è tutt’altro che scontato. Da una recente indagine di Swg, realizzata per Anitec su un campione di cittadini e imprenditori italiani, emerge la necessità di puntare sull’innovazione per rilanciare la crescita del Paese, ma anche timore nei confronti del nuovo e la percezione di alti rischi correlati all’industry 4.0.

Secondo quanto emerge dallo studio, il punto di partenza per mettere in moto il cambiamento si articola su tre fronti: il rinnovamento radicale della pubblica amministrazione (55%); la spinta da parte del sistema produttivo e dell’impresa (45%); nuova cura e attenzione al mondo dell’istruzione e della formazione (37%). L’obiettivo dell’innovazione, per gli italiani, è a quanto pare chiaro: per il 77% è necessario mutare e investire nel cambiamento per creare una nuova stagione di sviluppo, per cogliere tutte le opportunità che si presentano nel mercato. C’è però una fetta tutt’altro che marginale di imprenditori (quasi il 25%) che invece di vedere l’innovazione come uno strumento che permette di proporsi con nuove soluzioni, nuovi prodotti e nuovi modelli di business, presenta una visione che veniva espressa oltre 10 anni fa, dove l’innovazione veniva percepita come un mezzo per ridurre i costi. Come sintesi di ciò che ha rilevato Swg, il cambiamento e l’innovazione non nascono per caso. Ci vuole un humus fertile in grado di stimolare e far germogliare la voglia e lo spirito innovativo. Per gli intervistati ci vogliono imprenditori: visionari e collaborativi (51%); che sappiano identificare i bisogni inespressi del mercato (62%); che sappiano stimolare la circolazione delle informazioni (50%); e soprattutto siano in grado di puntare su quello che è di fatto il vero e unico motore dell’innovazione: il capitale umano (58%).

Questi dati mostrano come sia necessario il contributo della politica e delle istituzioni, ma ancor di più il nostro di imprenditori nel saper rischiare e valorizzare il nostro bagaglio di esperienze e competenze. Emerge l’esigenza di un grosso cambiamento culturale ed è fondamentale che l’innovazione venga percepita sempre più come occasione di crescita ed investimento più che di risparmio dei costi. L’innovazione tecnologica può essere la leva per rilanciare l’industria italiana? Sì, ma si deve innanzitutto ripensare la gestione delle risorse umane come sempre più strategica nelle decisioni aziendali e nell’allineare l’operatività agli obiettivi di business. Le nuove figure come i data analyst, i cloud architect, gli esperti di cybersecurity, sono ogni giorno più richieste per orientare le decisioni aziendali su obiettivi che devono essere gestiti in modo flessibile, individuando sempre nuovi modelli di business e di approccio al mercato.

Pensiamo ad esempio allo smart working: è un modo per ripensare globalmente e radicalmente le dinamiche del lavoro, ben oltre il concetto di conciliazione casa-lavoro e, dove realizzato, già si traduce in occasione di sviluppo di nuove opportunità professionali. Le competenze digitali dovranno essere sviluppate sempre più in un’ottica di lifelong learning, cioè della capacità di mettersi continuamente in discussione per imparare nuove cose, sviluppare nuovi approcci e nuovi modelli. È infine necessario sottolineare che per l’applicazione dell’internet of things, il mondo produttivo ha bisogno di investimenti infrastrutturali importanti nelle reti di connettività. I vantaggi reali per il rilancio della produzione made in Italy sono resi possibili anche dal fatto che, grazie ai cosiddetti smart data, l’ingegnerizzazione della produzione aumenta la produttività e la catena del valore diventa flessibile, velocizzando i rapporti fornitori – imprese – clienti finali (si pensi ai vantaggi del digitale con la logistica collaborativa, che prevede l’abolizione delle bolle di accompagnamento per monitorare in modo diretto e interattivo la distribuzione delle merci). Si riduce il cosiddetto time to market. In Germania stimano, grazie all’industry 4.0, aumenti della produttività dal 5 all’8%, e un aumento del Pil (stima per difetto) di oltre 1% annuo. L’industria 4.0 rappresenta la possibilità di portare a risultati concreti l’innovazione e riportare in patria parti importanti di attività manifatturiere, come è nei piani degli altri principali paesi europei. Quindi, in sintesi, vera opportunità di rilancio dell’economia italiana ed europea. 

Si deve evidenziare che negli ultimi mesi il nostro Paese sembra aver preso coscienza del ruolo cruciale del digitale per la crescita dell’economia e delle imprese; ne sono testimonianza il piano “Crescita Digitale” e la “Strategia per la Banda Ultra larga” promossi dal Governo e volti a far recuperare il gap esistente rispetto ai maggiori Paesi europei e mondiali in termini di diffusione dei servizi digitali; il costo di questo ritardo è valutabile in circa 2 punti di Pil (30 miliardi di euro) e circa 700 mila posti di lavoro (fonte: Confindustria). Molte imprese italiane che hanno saputo cogliere il cambio tecnologico e sviluppare nuovi modelli di business, veleggiano con successo nei mercati globali. Ma, quando dalla ricerca Swg emerge che solo il 5% di imprenditori valuta importante acquisizione di know-how dall’esterno 5%, ci rendiamo conto del perché le start-up di successo non trovino una catena di costruzione del valore e debbano andare all’estero per poter passare alla fase di vero business. È quindi di tutta evidenza come sia necessaria una maggiore condivisione dell’importanza dell’innovazione come creatrice di nuovi modelli e la condivisione di una diversa cultura aziendale e della PA, volta verso l’innovazione e l’utilizzo di processi e piattaforme applicative moderne, in modo da poter cogliere questo momento positivo a livello di Paese. Senza perdere tempo, non solo per non perdere ulteriore terreno, ma anche per poter utilizzare, finché ce ne sarà la possibilità, gli attuali bassi tassi d’interesse, a supporto dei necessari investimenti.

  • gio

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