l'analisi

I leader dell’intelligenza artificiale: chi vince tra Usa, Cina ed Europa

L’intelligenza artificiale rappresenta il futuro di tutti i processi decisionali complessi in una pluralità di ambiti. Quanto è strategica lo dimostrano gli investimenti pubblici e la corsa di tanti paesi allo sviluppo di competenze e dotazioni. Ma chi sono i principali attori del settore? E come si sta comportando l’Ue?

Pubblicato il 11 Mag 2021

Marco Martorana

avvocato, studio legale Martorana, Presidente Assodata, DPO Certificato UNI 11697:2017

Zakaria Sichi

Avvocato praticante, ‎Studio Legale Martorana

affective computing - IA emozionale

Un rapporto pubblicato a gennaio dal Center for data innovation, parte dell’Information technology & innovation foundation (Itif), ha tentato di scattare una fotografia della corsa globale all’intelligenza artificiale per vedere come sono posizionati i principali concorrenti, e cosa stanno facendo per conquistarsi stabilmente la leadership. Nonostante anche altri paesi cerchino di insinuarsi nella corsa, Stati Uniti, Cina ed Europa rimangono gli attori principali.

Ad oggi, gli Usa sono leader nella competizione internazionale, sia per la consolidata struttura accademica, sia per gli investimenti cospicui messi in campo negli ultimi anni, con 5 miliardi di dollari spesi per la ricerca sull’IA. Ciononostante, la Cina punta a diventare la più grande potenza mondiale in questo campo entro i prossimi 10 anni, destando indignazione per l’uso della tecnologia per scopi di sorveglianza, e preoccupazione per gli sviluppi in ambito militare.

L’Ue sembra in ritardo, il gap con le due superpotenze è ampio, ma si sta mobilitando, a partire dalla proposta di regolamentazione presentata mercoledì 21 aprile dalla Commissione europea.

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Gli Stati Uniti: leader impaurito

L’apertura del Final report della National Security Commission on Artificial Intelligence è una sintesi di ciò che significa l’intelligenza artificiale negli Stati Uniti. Secondo la NSCAI, infatti questi ultimi “devono agire ora per mettere in campo i sistemi di IA e investire sostanzialmente più risorse nell’innovazione dell’IA per proteggere la sua sicurezza, promuovere la sua prosperità e salvaguardare il futuro della democrazia”.

Il rapporto è critico verso il governo, afferma che non si sta organizzando o investendo abbastanza per vincere la competizione tecnologica contro un concorrente impegnato, e che non è pronto a difendersi dalle minacce abilitate dall’intelligenza artificiale e ad adottare in tempi rapidi sistemi di IA per scopi di sicurezza nazionale. L’intelligenza artificiale è in effetti uno strumento formidabile sul piano militare, che potrà diventare una delle armi più importanti negli eventuali conflitti futuri.
In tal senso, i timori principali riguardano la Cina, ed in modo particolare l’uso di queste nuove tecnologie in modo sistematico come strumento di sorveglianza sia all’interno, sia all’esterno del Paese. La Cina, infatti, è un concorrente che possiede la potenza, il talento e l’ambizione per sfidare la leadership tecnologica e la superiorità militare dell’America.
Il tema della sicurezza del Paese, ricorrente nelle riflessioni teoriche relative a questi settori negli Stati Uniti, si riversa anche nella prima parte del rapporto, intitolato “Difendendo l’America nell’Era dell’IA”.
Il messaggio è chiaro: gli Stati Uniti sanno di essere ancora i leader del settore, ma sono consapevoli del sopraggiungere di altri attori pronti ad investire, partendo da sistemi economici e governativi diversi, e ciò potrebbe comportare possibili rischi.

Gli Stati Uniti hanno un’economia che col passare degli anni si è basata in modo crescente sui giganti del mercato digitale come Google, Amazon, Facebook, e Microsoft e da una forte potenzialità militare rappresentata dal Darpa (il Dipartimento della Difesa Americano).
Dal punto di vista della ricerca accademica, quella americana è senza dubbio significativa. Basti tenere in considerazione anche la sua storia che spazia su tutto il campo dell’IA, e la continua ricerca di talenti che considerano gli Stati Uniti il paese perfetto per la ricerca tecnologica in condizioni ideali.
Oltre a investimenti e ricerca, l’accento deve essere posto sulla regolamentazione.

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Su questo punto, gli Stati Uniti confermano la tendenza ad una politica normativa basata su principi, generali standard non vincolanti. Quindi, deciso potenziamento degli investimenti e della ricerca nel settore dell’IA, e disciplina soft e con pochissimi paletti. In tal senso, sono un esempio le linee guida dell’Office Management of Budget (OMB) pubblicate sulla base dell’ordine esecutivo 13859 “Mantaining American Leadership in Artifical Intelligence”, che si limitano ad individuare i principi cardine che le agenzie federali americane devono applicare per l’uso dell’intelligenza artificiale nel settore privato.
Tra questi troviamo l’affidabilità dei sistemi di IA, la partecipazione collettiva al processo legislativo, la qualità dei dati utilizzati, e la necessità che le misure adottate siano flessibili e in grado di tener conto del costante evolversi della tecnologia, in una prospettiva di sviluppo continuo e di adeguamento delle attività allo stesso. Su tali principi si incardina la filosofia che ispira le linee guida, quella di evitare un sovraccarico normativo per le imprese. In sintesi, alla base di ogni politica normativa, ogni attività richiede un compromesso, ed il principale è evitare di introdurre misure giuridiche che possano ostacolare l’innovazione e la crescita degli Stati Uniti nel campo dell’intelligenza artificiale. Anche per questo l’approccio americano è caratterizzato da un tratto distintivo: poche regole per lasciare alle grandi aziende tecnologiche la responsabilità di organizzarsi per sviluppare soluzioni che rispettino i diritti e le leggi che li tutelano.

La Cina

Per la prima volta, nell’ultimo anno la Cina ha superato gli investimenti in ricerca degli Stati Uniti e sembra sempre più vicina alla conquista di una posizione di leader mondiale nell’intelligenza artificiale. Già tre anni fa, il Paese aveva stanziamento circa 2 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, e la stessa cifra per il parco tecnologico sull’IA a Pechino. Successivamente, il governo ha anche messo a disposizione enormi moli di dati e liberalizzato l’accesso a queste fonti. Oltre a quelli governativi, sono cresciuti anche gli investimenti in ricerca in questo settore da parte delle gigantesche aziende cinesi come Alibaba, Tencent e Huawei così come quelli delle società di investimento.

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Nell’ultimo anno, la Cina ha utilizzato l’IA anche nella lotta al Covid-19, sfruttando l’arsenale già utilizzato per scopi di sorveglianza, al servizio della crisi sanitaria.
E’ stato lo stesso Presidente Xi Jinping a chiedere ai maggiori colossi tech del Paese di collaborare, ottenendo la possibilità di sfruttare le loro migliori risorse nell’ambito dei Big Data, dell’intelligenza artificiale e della robotica.
Ciò ha condotto, in prima battuta, ad un incremento delle già diffuse telecamere di sorveglianza, utilizzate per obbligare i cittadini a rispettare la quarantena e per monitorare i movimenti del virus. Le telecamere intelligenti, inoltre, sono state utilizzate anche per la scansione termica delle persone, nonché per identificare i soggetti che non utilizzavano le mascherine. Quest’ultimo elemento in un primo momento ha costituito un limite al riconoscimento facciale, impedendo alle telecamere di identificare i soggetti e, così, di compiere le operazioni di sorveglianza. Problema facilmente risolto però, perché in breve tempo l’azienda cinese Wisesoft ha avviato la produzione di un sistema di telecamere intelligenti, in grado di riconoscere i soggetti, anche con volto parzialmente coperto, con un’attendibilità di circa il 98%.

Ciò per individuare immediatamente quello che è il vero fiore all’occhiello dello sviluppo dell’IA in Cina: il riconoscimento facciale e i sistemi di sorveglianza in generale, uno sviluppo molto criticato in occidente.
Ma nella rincorsa alla leadership sull’intelligenza, la Repubblica popolare non si ferma qui, bensì avanza anche nel mercato dei robot industriali, con lo scopo di non dover più dipendere dall’occidente quanto alla fornitura di fondamentali componenti di elevato livello tecnologico.

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Tuttavia, è il settore militare quello che più preoccupa l’occidente, e gli Stati Uniti in primis.
Negli ultimi anni, infatti, la Cina ha fatto dello sviluppo dei velivoli a pilotaggio remoto (Uav) una assoluta priorità di sviluppo, progettando e realizzazione di droni di tutti i tipi e azzerando la dipendenza da altri Paesi, grazie dal governo di Pechino e alla sinergia tra accademia, ricerca, industrie e forze armate. Le possibilità tecnologiche e strategiche offerte dagli Uav sono enormi, il che ha spinto Pechino a investire enormemente nello sviluppo di questo settore, arrivando alla creazione di mezzi a pilotaggio remoto capaci di coprire una vasta gamma di operazioni (dalla ricognizione, alla sorveglianza), mettere in pratica qualità stealth e attacchi suicida (i c.d. droni kamikaze), fino alla capacità di fornire falsi bersagli per ingannare eventuali sistemi di pre allerta aerei.
L’obiettivo è quindi abbastanza delineato, ma soprattutto alla portata: diventare leader dell’intelligenza artificiale in ambito militare, per grande preoccupazione dei Paesi occidentali.

L’Europa: un approccio garantista

Secondo il rapporto del Center for data innovation, “la sfida maggiore per l’UE e i suoi Stati membri è che molti in Europa non si fidano dell’IA e la vedono come una tecnologia da cui essere spaventati e trattenuti, invece di accoglierla e promuoverla”. Il riferimento sembra essere innanzitutto al white paper sull’IA della Commissione Europea, che fornisce una roadmap per le azioni legislative, sottolineando queste paure citando potenziali rischi come processi decisionali opachi, discriminazioni di genere o di altro tipo, intrusione nelle vite private o un loro utilizzo a fini criminali. Il riferimento è anche all’adozione, da parte delle istituzioni europee, di normative come il GDPR che, nell’opinione degli autori del rapporto, limitano la raccolta e l’uso di dati che invece potrebbero favorire lo sviluppo dell’IA.
L’altra sfida riguarda il fattore umano. In effetti, pur avendo il più alto livello di produzione scientifica e collaborazione internazionale, l’Europa ha dovuto fare i conti con la perdita di talenti nel mondo della ricerca che emigrano verso Paesi con più alta opportunità di carriera e stipendio (USA e Cina in primis). Una tendenza da invertire quanto prima per non perdere competitività nel settore.

Nonostante queste premesse poco incoraggianti, anche nell’UE questo settore è oggetto di attenzione sempre crescente. La Commissione Europea ha destinato, dal 2018 al 2020, 1,5 miliardi di euro alla ricerca sull’IA all’interno del programma Horizon 2020, a cui vanno aggiunti altri 2,6 miliardi in ricerca collegata all’IA. Complessivamente, tra finanziamenti comunitari e nazionali, pubblici e privati, l’Europa mira a far salire gli investimenti a 20 miliardi l’anno per i prossimi 10 anni.

La novità più importante, nonché la più recente, è l’iniziativa comunitaria per la disciplina dell’intelligenza artificiale. Infatti, mercoledì 21 aprile, la Commissione Europea ha presentato la proposta per la regolamentazione dell’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale già annunciati dalla Presidente von der Leyen, con lo scopo di indicarne gli usi consentiti e quelli proibiti per tutelare la privacy e altri diritti dei cittadini europei. Si tratta di una proposta ambiziosa, per molti il progetto più ambizioso finora realizzato per la disciplina di un settore in espansione.

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Il progetto si presenta come una “terza via” che aspira a distinguersi dalle esperienze statunitense e cinese, mirando a realizzare una legislazione che copra i principali aspetti delle tecnologie. Proprio gli Stati Uniti non si sono detti soddisfatti della regolamentazione proposta, in quanto speravano che l’Europa si spingesse oltre per sostenere proprio i partner statunitensi nel fronteggiare l’avanzata cinese nel campo dell’IA.

I due punti chiave della futura disciplina europea

Due sono i punti chiave della futura disciplina europea. Il primo è dato da una sorta di selezione in base alla quale alcune tecnologie di IA, considerate pericolosissime, saranno vietate, ed in particolare quelle per la sorveglianza di massa e quelle usate per manipolare i comportamenti, decisioni e opinioni a danno degli individui. Si tratta cioè dell’intelligenza artificiale a “rischio inaccettabile”, ossia i sistemi di IA considerati una chiara e oggettiva minaccia per la sicurezza, i mezzi di sussistenza e i diritti delle persone.

Il secondo punto chiave consiste nella valutazione del rischio, per cui ogni azienda dovrà valutare se la propria tecnologia di IA sia ad “alto rischio” (si tratta di quei sistemi in cui la tecnologia di IA è utilizzata in infrastrutture critiche, nell’istruzione o formazione professionale, in componenti di sicurezza dei prodotti, in servizi pubblici e privati essenziali).
In questo caso prima di adottarla dovrà sarà necessario effettuare una valutazione dell’impatto che questa tecnologia potrà avere sulla società e sui diritti delle persone. Quest’ultimo punto ricalca il GDPR nella misura in cui starà alle aziende valutare se l’applicazione di IA è ad alto rischio tramite una sorta di autovalutazione, seguendo la medesima logica di auto responsabilizzazione.
Il tutto corredato da sanzioni per le aziende che violano i divieti che arrivano fino al 4% del loro fatturato mondiale.
Quanto al tema spinoso del riconoscimento facciale, la Commissione ha evitato di proporre un divieto assoluto, non assecondando le richieste delle associazioni per i diritti umani e civili. Tuttavia, l’identificazione biometrica a distanza nei luoghi pubblici (con riconoscimento facciale e non) richiederà il regime autorizzatorio più forte tra quelli previsti per le tecnologie “ad alto rischio”.
Quella proposta è quindi una regolamentazione che vuole creare un equilibrio tra limitare i rischi derivanti dall’IA e la necessità di creare le condizioni per cogliere opportunità che rendano l’Europa competitiva nei mercati mondiali.
In attesa della discussione e votazione del Parlamento Europeo e dagli stati membri – processo che richiederà alcuni anni – l’Europa cerca di colmare il gap con i competitors mondiali ma cercando di non pregiudicare i dritti sui quali si fonda.

Conclusioni

La crescita dei propri sistemi in campo di intelligenza artificiale è un dato comune a molti Paesi. Anche Stati come Israele, Singapore, Islanda, Australia e India si stanno dando da fare per non rimanere indietro, ed ovviamente si tratta di un elenco non esaustivo. Tuttavia, l’analisi degli sviluppi globali non poteva che prendere come riferimento Stati Uniti, Cina ed Europa per la loro influenza sugli equilibri del pianeta, e le differenze quanto agli approcci alla materia.

L’Europa, sulla scia del GDPR, si è posta in un’ottica che vede al centro il cittadino, poggiando sull’idea per cui l’IA non è un fine, bensì un mezzo che deve essere messo al servizio del benessere dell’uomo. Soprattutto, si colloca dichiaratamente in mezzo ai due fronti principali di questa corsa alla leadership tecnologica. Da un lato gli Stati Uniti che da anni vantano gli investimenti maggiori, le migliori strutture e lo sviluppo più rapido in materia, dall’alto la Cina che di anno in anno riduce il distacco, e lo fa non senza creare timori alla comunità internazionale – e soprattutto agli Stati Uniti tanto per la leadership, quanto per la sicurezza nazionale – in particolare se si considerano le invenzioni in campo militare.
Qualunque sia l’approccio, è chiaro che l’intelligenza artificiale sarà – ma in buona parte lo è già – il vero ago della bilancia per decretare la principale potenza mondiale. Certo è che l’equilibrio tra un giudizio positivo e un giudizio negativo, e tra l’utilità e la preoccupazione, dipenderà come sempre dall’uso che verrà fatto delle scoperte future.

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