La riflessione

L’Io e il self digitale

La cultura digitale ha prodotto un cambiamento nella stessa sfera più intima del sé. La stessa nozione di individuo dovrebbe essere rivisitata a partire dalla nuova categoria del self digitale. Il mondo digitale transita costantemente fino a pervadere i nostri comportamenti a partire dalla loro stessa intenzionalità

Pubblicato il 07 Gen 2013

Monica Fabris

sociologa

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L’Io e il self digitale

Nell’arco di vent’anni la nostra vita è gradualmente ma inesorabilmente cambiata. La nostra antropologia, il nostro rapporto con il tempo, lo spazio, le relazioni, si è modificato inesorabilmente. E’ una storia ancora tutta da raccontare, a partire dalla nostra quotidinianità, i piccoli gesti che consolidano nuove abitudini e attivano rituali condivisi. E’ la rivoluzione vista dal basso, attraverso il nostro mutato rapporto con le tecnologie della comunicazione.

La rete si presta ad essere oggetto di nuovi moralismi, che ne mettono in dubbio la neutralità. Ci rende ‘stupidi’, è stato scritto, chiude anziché aprire i nostri orizzonti, ci manipola sottilmente attraverso algoritmi esattamente come prima faceva la televisione. Tutte ipotesi che rinunciano a deporre l’arma del giudizio anziché registrare, indagare, capire questo incredibile fenomeno e le sue implicazioni sociali. Elevandoci dal vischioso terreno di confronto tra apocalittici e integrati cerchiamo invece di osservare il fenomeno nella sua neutralità, come un cambiamento che in ogni caso, procede da sé e non si può arrestare.

Da questa prospettiva ci appare evidente il cambiamento che la cultura digitale ha prodotto nella stessa sfera più intima del sé. La stessa nozione di individuo dovrebbe essere rivisitata a partire dalla nuova categoria del ‘self digitale’.

Ma cosa intendiamo per questa dimensione? Semplicemente il dato incontrovertibile per cui noi non siamo più ‘solo’ noi ma comprendiamo come parte quasi integrante un insieme di operazioni, interazioni, oggetti di cui non possiamo fare a meno.

L’iper/post human è diverso dalle fantasie cyborg entro cui si sviluppava l’immaginario del futuro. Le nuove protesi non sono solo chip sottopelle ma schermi sottili fino a tendere alla trasparenza immateriale. In realtà, l’iperprotesi è la connessione stessa diventata ormai parte di noi.

Non si entra in rete ma vi si sta permanentemente come condizione naturale dell’esistenza.

In questa condizione il mondo digitale transita costantemente fino a pervadere i nostri comportamenti a partire dalla loro stessa intenzionalità. E’ una mutazione cognitiva e emotiva che amplia i confini del sé fino a comprendere gli altri e a ridisegnare i confini tra individuo e società. Con un impatto sulle istituzioni, l’economia, il rapporto con i consumi e a catena ogni altra sfera dell’agire umano.

La navigazione in rete, intesa in termini di self digitale, comporta nuovi strumenti necessari alla sussistenza esattamente come la cura del corpo. Sicurezza, memoria, cloud, sono solo i primi temi che vengono in mente e che andranno trattati con profondità come nuove sfere della manutenzione del sé.

Ricordandoci che non si tratta di formule tecniche per specialisti, ma questioni vitali che hanno a che fare con la nostra stessa umanità. Perché il digitale è frutto prima di tutto degli sforzi e delle aspirazioni di persone, e ad esse è destinato.

Non abbiamo ancora elaborato questa dimensione, oggi sottovalutata e talvolta addirittura rimossa, che tende a collocarsi in un ambito significativamente vicino all’inconscio. E come l’inconscio, dovrà essere governata dall’Io.

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