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I RAC-CORTI

La caccia al tesoro

Il secondo dei quattro “Rac-corti”. Racconti dalla Corte dei conti. Racconti digitali sul digitale, seri e faceti, a cura di due noti autori- pardon burocrati, pardon esponenti di spicco- della Corte dei conti. Perché ci sono tanti modi per raccontare- e fare- innovazione. A volte, ci si può anche divertire

20 Nov 2015

Luca Attias e Michele Melchionda, Corte dei conti


La caccia al tesoro è un noto gioco di società i cui partecipanti si organizzano in squadre, oppure singolarmente, nel tentativo di scovare il “tesoro”. Tramite indovinelli, si dà inizio alla ricerca di alcuni determinati oggetti, preventivamente nascosti, abilitanti al successo finale. Ebbene, chi di noi non ha mai preso parte, almeno una volta nella vita, ad una caccia al tesoro? Molto probabilmente nessuno. Addirittura, c’è chi, da bambino, è rimasto talmente affascinato da questo gioco che, col trascorrere degli anni, ne ha fatto un mestiere; una sorta di moderno pirata alla perenne ricerca del proprio, agognato tesoro.

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Secondo attendibili fonti internazionali (FMI, Banca Mondiale, OCSE), parrebbe che nei paradisi fiscali sarebbe nascosto un tesoro da 30 mila miliardi di dollari. Sottolineiamo che tale cifra è pari ad un terzo dell’intera economia globale, a due volte il PIL statunitense, o europeo, venti volte quello italiano. Queste informazioni sono riportate da Nunzia Penelope nel libro “Caccia al tesoro” (Ponte alle Grazie, 2014). Secondo l’autrice, “i paradisi restano tutt’ora un buco nero: dentro c’è di tutto, dai profitti esentasse delle multinazionali, tra cui moltissime italiane, ai capitali degli evasori, dal business del crimine alle tangenti della corruzione. E dietro questa massa di denaro si muove una nuova élite globale, più potente di qualunque governo: è il lato oscuro del capitalismo, che dispone di risorse finanziarie illimitate, sufficienti a impedire qualunque serio provvedimento legislativo che metta realmente fine al fenomeno”.

Non facciamoci illusioni, l’Italia non è esente da vizi, tutt’altro. Per dirla tutta, da noi il tesoro non è solo di carattere economico, ma assume forme differenti e più subdole del semplice denaro. Di volta in volta, in base alle diverse situazioni ed in base ai vari contesti, il tanto ambito tesoro può essere, infatti, un posto di lavoro, una posizione sociale di prestigio, privilegi dei più svariati, una pensione d’oro, una poltrona da “inamovibile”, una copertura assicurativa, il rimborso di spese mediche, gadget vari, un abbonamento al circolo sportivo, la scuola privata per i propri figli, se non, addirittura, uno stupido selfie con il personaggio famoso dei propri sogni. Insomma, impossibile fare un elenco esaustivo di ciò che ciascuno di noi intenda per tesoro.

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Cosa ci spinga a comportarci in questo modo avido ed individualista è difficile da dire; forse un istinto atavico, fatto sta che, nel nostro Paese, quando si affronta una tematica importante, una qualsiasi delle tante emergenze in corso, sembra iniziare la raffica degli indovinelli e ci si ritrova proiettati, nostro malgrado, nell’ennesima caccia al tesoro. Il cittadino diviene l’inconsapevole partecipante del gioco di qualcun altro. Come d’incanto, la ricerca del suo tesoro viene accantonata e si comincia a cercarne un altro. Difatti, chiunque sia nelle condizioni di poterlo fare, organizza la propria caccia al tesoro, incurante degli interessi altrui, e del più semplice buonsenso, dettando le sue regole sulla base del più spietato opportunismo, piuttosto che su solide fondamenta etiche, morali e civili.

In un ambiente governato da regole d’ingaggio sane e genuine, nonché da stabili principi etico morali, si sarebbe indotti a pensare che la classe politica agisca per il solo bene del proprio Paese. Secondo voi, in Italia è sempre così? Analogamente, si potrebbe supporre che i dirigenti pubblici lavorino congiuntamente per perseguire obiettivi comuni e condivisi al fine di offrire i migliori servizi ai cittadini. Anche in questo caso, siamo certi che in Italia sia sempre così? Ovvero, che almeno qualche volta sia così?

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In tema di emergenza digitale, ad esempio, ci si aspetterebbe che, al di là delle solite dichiarazioni più o meno ostentate, tutti gli attori coinvolti (sfera politica, istituzioni, operatori del settore, aziende, stakeholder, ecc.) assumessero un atteggiamento solidale e responsabile. Incredibilmente, non sembra essere così. Provate a prender parte ad un convegno sul tema del gap digitale italiano; molto probabilmente notereste gli interventi di persone che ritengono di possedere, già da tempo, la soluzione giusta, ovvero la mappa del “giusto” tesoro. In un tale convegno, ognuno avrebbe la sua personale ricetta per sanare il disagio digitale che viviamo nel nostro Paese. Ognuno darebbe la sua interpretazione di quali sono le cause e, pertanto, dei rimedi da porre in atto, peccato che molti lo farebbero solo sulla base di presupposti sbagliati e poco leciti. Difatti, nel definire le equazioni caratterizzanti le loro risoluzioni, probabilmente, questi prenderebbero in considerazione variabili “impazzite”, quali: gli incarichi ricoperti, il numero di poltrone disponibili, il numero di amici da aiutare, i personaggi indesiderati e di cui liberarsi, gli interessi da favorire, le situazioni da proteggere, i benefit da raggiungere, le organizzazioni di appartenenza, le rendite di posizione. Anche in questo caso è impossibile stilare un elenco esaustivo, pertanto concludiamo con un generico: “e chi più ne ha, più ne metta”.

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In estrema sintesi, ognuno vuole raggiungere il proprio tesoro. A partire da questa asserzione, si generano di conseguenza le storture più evidenti, quelle che ricorrentemente ingessano il nostro Paese e bloccano l’iniziativa, relegando l’Italia, in tutte le statistiche dei maggiori Enti, nelle ultime posizioni dei ranking internazionali. Eh già, perché nel nostro Paese gli organismi preposti a prendere le decisioni, per evitare l’inevitabile, emanano ulteriori nuove leggi e generano soluzioni inapplicabili, farraginose, traboccanti cavilli burocratici. Tutto l’apparato diviene insostenibile, inattuabile dal punto di vista pratico, un vero insulto al buonsenso. Insomma, un deadlock, che va a ledere gli interessi dell’intera comunità e a bistrattare i principi stessi della nostra democrazia. In questi termini, il tesoro del cittadino si dissolve, divenendo una vera e propria chimera.

Gli interessi personali sono senz’altro una delle concause per le quali l’innovazione viene troppo spesso osteggiata, ci sono infatti soggetti che, forti della loro posizione di potere, si dimostrano riluttanti a qualsiasi capacità innovativa, o a qualsiasi intuizione venga dettata dal buonsenso, e, solitamente, non prestano alcuna attenzione ai sostenitori di tali idee. Nei casi più “oscuri” l’indifferenza, però, non si dimostra sufficiente e questi stessi soggetti passano alle contromisure. Una vera opposizione sistematica con mezzi strutturati: si sbeffeggia, ad esempio attraverso i più comuni social network, chi propone l’innovazione, oppure si mettono in ridicolo le sue idee.

L’Italia è ciò che vediamo tutti i giorni sotto i nostri occhi, la classe politica e la classe dirigente sembrano in parte inadeguate, in parte impegnate in una caccia al tesoro individuale. Ad onor del vero, anche quando guardiamo ad ognuno di noi, come semplici cittadini, non sembriamo avere un atteggiamento migliore; divisi in mille rivoli, sperperiamo parole ed energie alla ricerca di benefici immediati e miseri tesori, nella convinzione che il vero forziere sia quello più facile da agguantare e non quello che riguarda l’intera struttura sociale.

Seguendo questa logica, la politica si ritrova spesso assoggettata alla burocrazia e la struttura apicale di quest’ultima subordina sé stessa agli interessi forti, qualche volta illeciti, di oscure lobbies di potere. A copertura di tutto ciò vi è il rispetto rigoroso delle formalità, delle consuetudini, delle regole, delle norme e delle leggi; il “core business” di tutto l’apparato semplicemente scompare e perdiamo irrimediabilmente di vista l’obiettivo.

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A questo punto della dissertazione, se terminassimo così il discorso, avremmo anche noi preso parte al “Festival delle Cassandre” e verremmo probabilmente annoverati nella corporazione dei disfattisti, nonché di coloro i quali sono capaci solo ad elencare le cose che non funzionano, ovvero di coloro, in ultima analisi, che vedono sempre il bicchiere mezzo vuoto. Bisogna, altresì, sottolineare che il nostro Paese passa in maniera talmente repentina dalla visione “mezzo pieno” a quella “mezzo vuoto”, che abbiamo finito per non coglierne più neanche le differenze.

Allora abbiamo deciso di coniare una terza categoria: i “difensori del bicchiere”, indipendentemente dal fatto che possa essere mezzo pieno o vuoto. Ci siamo resi conto che ce ne sono tanti in giro, nascosti nei meandri più inattesi: politica, burocrazia, associazioni, aziende italiane ed internazionali, gruppi di interesse (alla anglosassone per intenderci), onlus, giovani, startup, ecc. Un vero esercito, diffuso, seppur privo di una strategia condivisa e di una guida riconosciuta ed autorevole.

Come si potrebbe non condividere gli obiettivi in merito a temi quali: il diritto dei cittadini ad una PA efficiente, ad una giustizia più celere, ad un sistema salute più accessibile, alla privacy, alla sicurezza. In breve, come si fa a non collaborare, tutti, per il miglioramento complessivo del nostro ambiente sociale?

Siamo dell’opinione che bisogna solo risvegliare quella parte sognatrice presente in ognuno di noi, quella che la grigia, ripetitiva quotidianità tende a sopraffare, convincendoci che quei sogni sono troppo difficili da raggiungere, troppo faticosi per giustificare lo sforzo richiesto e troppo lontani dai nostri interessi immediati.

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Ovviamente, noi non possiamo fare proposte che travalichino in maniera ingiustificata il nostro ambito professionale, ma possiamo provare a proporre un modello che non preveda il rimanere in perenne attesa di un qualche “Godot”, ma che, anzi, utilizzi al massimo le potenzialità e le opportunità disponibili.

L’individualismo sfrenato e la frantumazione delle risorse attualmente disponibili rappresentano una zavorra che rallenta la nostra crescita in modo significativo. Agiamo diversamente, condividiamo tutte le esperienze, positive e negative, non solo in ambito professionale, tutte quelle che hanno fatto della collaborazione e della condivisione la loro formula vincente, rendiamole disponibili ad un contesto sempre più ampio. Misuriamole con le altre soluzioni già adottate e dimostriamo che, noi per primi, siamo in grado di riconoscere quelle che hanno oggettivamente caratteristiche migliori di altre, quand’anche ciò vada a sfavore delle nostre stesse proposte. In questo modo, vedremmo crescere esponenzialmente il numero delle soluzioni disponibili, che non saranno più le stesse, che non saranno più le nostre, ma saranno sicuramente migliori e più utili ai cittadini.

Non esiste un digitale per la PA e un digitale per i cittadini, esiste una crescita complessiva del Paese in ottica digitale, che ha le piene potenzialità per migliorare la vita di tutti noi e soprattutto quella delle generazioni future. Abbiamo davanti la possibilità di recuperare tanto tempo perso, ma dobbiamo smetterla, prima possibile, di continuare a sprecarne.

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Meno un paese è digitalizzato più aumenta la possibilità che la corruzione dilaghi.

Ciò è qualcosa di cui siamo profondamente convinti e lo dimostra l’ormai famoso “fattore di correlazione lineare” applicato al Digital Economy and Society Index (DESI, fonte: UE) e alla classifica dei Paesi meno corrotti (fonte: Transparency International). In questo caso, tale fattore assume un valore pari a 0,90. Ci preme sottolineare che, in termini statistici, si grida al miracolo quando vengono riscontrati “fattori di correlazione lineare” i cui valori si attestano intorno al 70%. Nel nostro caso tale indice risulta assumere un valore superiore al 90%; risultato decisamente impressionante! Tale elevatissimo valore dovrebbe farci intendere che viviamo una vera e propria emergenza digitale, seppur in modo inconsapevole.

Tutto quanto sopra esposto non sembra quindi essere solo il frutto di una mera intuizione, dettata da logica e buon senso, quanto, piuttosto, il risultato di una vera e propria ricerca, attestante che i due ranking (digitalizzazione e corruzione) siano, indicativamente, lo stesso identico ranking. Pur non potendo parlare di causalità, né di un rigoroso studio scientifico, ciò ci porta, senza tema di smentita, ad affermare che, se l’Italia riuscisse a recuperare posizioni in ambito DESI, sviluppando una corretta politica di digitalizzazione, molto certamente la corruzione subirebbe un significativo ridimensionamento, tanto nella dimensione, quanto nell’incisività.

Volendo sintetizzare, possiamo asserire che in buona sostanza più i Paesi possiedono sistemi digitali efficaci ed efficienti, meno subiscono il peso deleterio della corruzione, e viceversa.

I dati sopra esposti dovrebbero essere oggetto di attenta riflessione da parte dei decisori politici, in tale ambito bisognerebbe agire con la medesima perizia con la quale, in campo medico, si affronta una grave malattia, perché tale deve essere considerata la corruzione. Analizzare ed affrontare i sintomi non è sufficiente, bisogna, ancor più, combatterne le cause e queste sono decisamente difficili da ricercare, perché sono nascoste e subdole. In campo medico le cause possono essere individuate grazie ad un sistema immunitario adeguato e ad una ricerca mirata e puntuale, ma sono altresì necessari altri fattori concomitanti: grande determinazione, costanza e capacità di lavorare in team. Ecco, forse questa potrebbe essere considerata una best practice da potersi utilizzare per rimuovere la corruzione alla stregua di un vero e proprio cancro.

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“Sembra sempre impossibile finché non viene fatto” (Nelson Mandela).

Non vogliamo in nessun modo minimizzare la vera portata del problema che stiamo trattando, ma non intendiamo neanche fare del qualunquismo, perché sarebbe riduttivo e non porterebbe a nulla di buono, se non ad alimentare inutili polemiche. Sopra si è diffusamente parlato di classe politica, nonché di classe dirigente, ma senza mai dimenticare che queste fasce sono composte, prima che da professionisti, da singoli individui. Cittadini come noi, come voi. Congiuntamente ed indissolubilmente, noi tutti componiamo il tessuto di questa Società. Se quest’ultima non fornisse risposte adeguate ai nostri bisogni, la responsabilità andrebbe condivisa in modo equo e ricercata prioritariamente nel nostro intimo. Ciò che intendiamo dire è che il principale problema del nostro Paese, non può essere identificato solo nell’incapacità e nell’incompetenza del top management, piuttosto nella totalità della Collettività, alla quale noi tutti apparteniamo; il problema primario dell’Italia è di tipo culturale ed andrebbe affrontato in maniera strutturale, unitaria e condivisa.

Riteniamo che ciascuno di noi, nel ristretto raggio d’azione offerto dal proprio ambito quotidiano, dovrebbe fare qualcosa di concreto per cercare di cambiare le cose, per il bene del nostro Paese. Pertanto, smettiamola una buona volta di lamentarci e di far polemiche, smettiamola con il malcostume diffuso e con tutti quei piccoli atteggiamenti, più o meno gravi, che affondano le radici in un humus culturale ormai obsoleto. Alcuni esempi? Parcheggiare l’autovettura in seconda fila, gettar cartacce in terra, non vidimare il biglietto sui mezzi pubblici, essere individualisti, evadere il fisco, ecc. Piuttosto, una volta e per sempre, pensiamo a noi stessi in termini di Comunità e modifichiamo conseguentemente il nostro modo di pensare e di agire. In breve, miglioriamo noi stessi ed il nostro retaggio culturale, andrà tutto a beneficio del nostro futuro e di quello dei nostri figli.

Ripetiamolo, noi vogliamo essere i “difensori del bicchiere”, quelli che intendono mantenerlo integro e pulito, ma non solo, molto di più, si perché noi siamo intimamente convinti che, con il contributo di tutti, si possa anche riuscire a vedere quello stesso bicchiere, né mezzo vuoto, né mezzo pieno, ma, addirittura, decisamente traboccante!

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