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La dignità umana e le regole: l’importanza del diritto alla protezione dei dati

L’economia dei dati alimenta l’idea che chi è più disposto a offrire in pasto al mercato i propri dati personali possa accedere ai più ampi servizi da questo offerti. Ciò produce discriminazioni a cui il GDPR pone argini con intelligenza e lungimiranza giuridica

10 Dic 2018
Rocco Panetta

avvocato, managing partner di Panetta & Associati, esperto di Internet e Privacy, Country Leader per l’Italia di IAPP International Association of Privacy Professionals


Il diritto alla protezione dei dati personali è il frutto più vero dell’epoca che stiamo vivendo. Ma quanto il diritto positivo (quello definito da leggi, regolamenti, direttive e quant’altro avente forza cogente) rappresentato oggi dal GDPR, è in grado di tutelare l’individuo e i propri dati personali?

Di certo, il Regolamento europeo sulla protezione dei dati è un argine importante alle possibili discriminazioni di un’economia che alimenta l’idea secondo cui chi è più disposto a offrire in pasto al mercato i propri dati personali possa accedere ai più ampi servizi da questo offerti. Regole e norme, insomma, anche in una società satura di diritto ci impediscono di diventare schiavi dei nostri dati. Ma partiamo dalle basi.

La Dichiarazione universale dei diritti umani

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”. Come scalfite nella pietra della storia dell’umanità, queste parole derivanti dall’art. 3 della Dichiarazione universale dei diritti umani dell’ONU del 1948, ci inducono a riflettere sull’essenza della vita nella dimensione sociale di ogni singolo individuo. La libertà e la sicurezza sono elementi imprescindibili dalla natura umana, grazie ai quali è possibile difendere, a spada tratta, la dignità di ognuno. Senza libertà e sicurezza, donne e uomini sono destinati ad uno stato di schiavitù dal quale è difficile uscire senza un solido sostegno a cui reggersi, su cui fare affidamento nei momenti di difficoltà, molti dei quali generati dall’azione indiscriminata dei più forti sui deboli.

Le regole del vivere comune, tradotte in ciò che comunemente chiamiamo “diritto”, svolgono questa funzione e ogni comunità che ambisce a definirsi sana e democratica trova linfa vitale in esse, tanto da non poter immaginare una forma sociale priva di qualsivoglia principio su cui ergersi, senza il forte rischio di trasformarsi in una tirannia e fare della sopraffazione la propria condizione costituente.

Diritto naturale e diritto positivo

Ecco, quindi, che il diritto naturale – quale insieme di regole non scritte e insite nella coscienza del singolo e della comunità in cui vive ed opera – trova nel diritto positivo la propria fonte di forza, quando quest’ultimo è in grado di rappresentare con coerenza i diritti e le esigenze dei soggetti che intende tutelare.

La norma, quindi, è fonte di garanzia e protezione per tutti, deboli e forti e, diametralmente, segna il tracciato su cui orientare la propria azione quotidiana, sia nella dimensione privata che pubblica, sia nel proprio ruolo di singolo che di comunità organizzata, grazie alla bussola del rispetto della dignità umana.

Così come una scacchiera senza regole di gioco resta un insensato ripiano diviso in 64 quadrati, anche la società priva di regole resta una forma di aggregazione priva della propria funzione di comunione, solidarietà e sostegno reciproco.

Una società satura di diritto

La convivenza, tuttavia, si scontra con l’autonomia di ogni persona, tanto da generare una sovrapposizione tra ciò che necessita di essere regolato e ciò che, per sua natura, trova nell’assenza di vincoli la propria ragion d’essere. È qui che si scontra il diritto con la vita quotidiana di ognuno. Sempre più spesso al diritto viene chiesto di disciplinare momenti di vita che andrebbero lasciati alla scelta libera del singolo, consentendo a questo di decidere o di non decidere nella propria dimensione intima. Ma può la libertà sopravvivere senza un muro di cinta che la protegga dal barbaro istinto di sopraffazione?

Che la società di oggi sia satura di diritto è evidente, dato il numero spropositato di norme derivanti dalle diverse dimensioni istituzionali e sociali, e di conseguenza è alto il rischio di disapplicazione o ignoranza delle leggi.

Cosa genera questo proliferare di norme

Ma cosa genera questo proliferare di norme? E può, l’evidente incremento delle regole, giustificare la diffidenza verso la presenza di queste nella vita quotidiana di ognuno?

Nella modernità in cui viviamo, l’antropologia del genere umano che si incontra e, allo stesso tempo, si scontra con la globalizzazione e lo sviluppo tecnologico, trova in essa la sua più profonda crisi e a questa il diritto può porre rimedio offrendo risposte certe alle esigenze di tutela della libertà e della sicurezza di ogni individuo.

La diffusa e persistente difficoltà sociale con la quale si tende a metabolizzare le novità tecnologiche e scientifiche, soprattutto quando queste sono in grado di condizionare, anche contro la propria volontà, le scelte quotidiane e il proprio stile di vita, rende evidente la funzione storica e sociale delle regole.

Lì dove angosce e paure trovano la propria fonte, il diritto assume il compito fondamentale di smorzarle. Per tale ragione, al diritto positivo viene spesso chiesto di sostituire il diritto naturale ormai privo della propria forza e l’essere umano in questo trova rassicurazione e protezione.

Il diritto alla protezione dei dati personali

Attraverso questa consapevolezza è possibile attribuire una funzione ed un’importanza al diritto alla protezione dei dati personali. Per quanto abbia radici profonde nel tempo – si pensi al “diritto ad essere lasciati soli” (the right to be let alone) di Brandeis e Warren, teorizzato nel 1890 sulla Harvard Law Review, in risposta all’azione anche indiscriminata della stampa – questo diritto è il frutto più vero dei nostri tempi.

In una società iperconnessa, profondamente assoggettata a beni e servizi che proiettano l’individuo e i propri dati personali in una dimensione vasta e dinamica, la presenza di regole si rende indiscutibilmente vitale.

Dalla Convenzione 108 del Consiglio d’europa alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), sino alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, la protezione dei dati personali ha assunto una centralità sempre più forte a tutela della libertà e della sicurezza di ogni persona fisica nella nuova dimensione tecnologica e sociale in cui vive.

Ma quanto il diritto positivo, rappresentato oggi dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), è in grado di tutelare l’individuo e i propri dati personali? La raccolta costante di dati personali da parte di titolari del trattamento, nell’ambito dei servizi offerti sul mercato, ha reso necessaria la predisposizione di un percorso normativo nel quale ogni operatore economico è chiamato a svolgere la propria attività, nel pieno rispetto dei diritti e delle libertà degli interessati.

Il principio di responsabilizzazione sancito dal GDPR (accountability, in inglese) volge lo sguardo ad una concezione delle regole non come mero insieme di diritti e doveri, ma quale dimensione dinamica del diritto positivo, in un sistema di autocontrollo a cui gli stessi interessati sono chiamati a partecipare. Credere che il GDPR possa trasformarsi in un bastone tra le ruote all’economia e alla libertà di scelta di ogni persona, denota una scarsa se non completa assenza di conoscenza del Regolamento, oltre che ad uno spinto anacronismo.

Il Professor Stefano Rodotà, nel saggio “La vita e le regole”, pubblicato ormai più di 12 anni fa, sosteneva che «[l]’autonomia della persona non può essere costruita soltanto su una assenza (di regole, ndr.), quando questa significa abbandono sociale e restituzione di ciascuno a una sorta di stato di natura che trova la sua regola non tanto nella sopraffazione o nella violenza, ma in una espansione della logica di mercato come unica e vera legge naturale».

Così come nella cittadinanza censitaria l’accesso agli ambiti della società era proporzionata al reddito, l’economia dei dati alimenta l’idea che chi è più disposto a offrire in pasto al mercato i propri dati personali possa accedere ai più ampi servizi da questo offerti. Ciò produce discriminazioni a cui il GDPR pone argini con intelligenza e lungimiranza giuridica.

Senza le regole e senza il diritto saremmo destinati a implodere, allo stesso tempo, nella nostra veste di interessati saremmo destinati a diventare schiavi dei nostri dati personali, in un’economia che vede il nuovo “oro nero” nelle informazioni riferibili a ciascun individuo.

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