la strategia triennale

Nuova PA digitale dal 2017: servizi aperti e relazioni con le aziende

Il modello strategico per l’evoluzione dell’IT delle PA, in arrivo a cura di Agid e Diego Piacentini, richiede servizi aperti e condivisi. Sarà un punto di riferimento nodale per il cambio di cultura nelle amministrazioni pubbliche. Ecco tutto quello che sappiamo ad oggi sulla strategia, dopo le anticipazioni su una bozza di modello all’osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano

21 Nov 2016
Nello Iacono

Esperto processi di innovazione

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Il modello strategico per l’evoluzione dell’IT delle PA arriverà nel corso del 2016, con “alcuni mesi di ritardo”, per la scelta dell’Agenzia per l’Italia Digitale di condividerlo con la nuova squadra guidata da Diego Piacentini, come affermato da Antonio Samaritani la scorsa settimana.

Il modello però, molto atteso da PA e da aziende private per indirizzare il proprio impegno, comincia progressivamente a delinearsi. E sarà una rivoluzione copernicana, come chiarito di recente dalla presentazione della proposta di modello architetturale da parte di Alfonso Fuggetta del Cefriel, che vi collabora con l’Agenzia.

Sarà una rivoluzione perché il modello non si limiterà a chiarire l’architettura IT delle PA, ma richiederà un cambio di cultura nelle pubbliche amministrazioni e, di conseguenza, nelle aziende.

Il modello, come già noto in precedenza, si articola su quattro livelli:

  1. infrastrutture fisiche (connettività, data center, tecnologia cloud);
  2. infrastrutture immateriali (sistema pubblico di identità digitale Spid, anagrafe unica Anpr, sistema dei pagamenti PagoPa, sistema di fatturazione elettronica);
  3. ecosistemi di interoperabilità (ecosistemi di settore basati su servizi applicativi come Scuola, Turismo, Sanità, …);
  4. Italia Login (framework di integrazione dei servizi della PA in un unico contesto coerente dal punto di vista di esperienza utente e usabilità, in una logica di “casa del cittadino”).

A questi livelli si affiancano on tre filoni trasversali: digital security, governance e competenze.

La trasformazione indotta dal modello strategico AgID

Figure tratta da rapporto www.osservatori.net/it_it/osservatori/osservatori/agenda-digitale

Il contributo del modello, come chiarito da Fuggetta, è certamente nella collocazione dei vari interventi e quindi del dispiegamento della strategia, ma in gran parte è nell’affermazione del principio secondo cui l’amministrazione deve giocare un ruolo di abilitatrice dello sviluppo del digitale, attraverso la definizione delle infrastrutture e delle regole da seguire, e la realizzazione di servizi che possono essere richiamati sia in un contesto organizzato dall’amministrazione stessa (gli attuali portali dei servizi) sia in contesti privati e non predeterminati (dai portali bancari a quelli di e-commerce).

Una logica di “servizi aperti” che segue e amplifica le possibilità della strategia di “openness” che già nell’apertura dei dati (pubblici e privati) ha un pilastro importante. La collaborazione tra amministrazioni va così ben oltre l’ambito della cooperazione applicativa dove il rapporto era uno-a-uno tra amministrazioni e si apre ad un rapporto molti-a-molti, dove ciascuna amministrazione contribuisce con i propri servizi alla costruzione di un contesto di condivisione (sulla base di un “catalogo delle API”, validate e quindi “sicure”).

Figura tratta da report www.osservatori.net/it_it/osservatori/osservatori/agenda-digitale

Il modello, così, costruisce uno scenario in cui il patrimonio pubblico di dati e servizi consente la realizzazione di contesti di fruizione dalla composizione e dall’evoluzione aperta, in cui l’amministrazione ha certamente una funzione di indirizzo e spinta, ma anche di ascolto e osservazione. È un modello, in altri termini, che va verso una logica di condivisione e di “coopetizione” (cooperazione e competizione insieme, secondo la felice intuizione di Alfonso Fuggetta e già sperimentata in Expo con E015), e quindi non solo favorisce lo sviluppo di ecosistemi di innovazione, ma li identifica anche come condizioni necessarie.

Da questo punto di vista, così, si configura una nuova modalità di relazione tra le amministrazioni e tra pubblico e privato, basata su un ruolo pubblico che punta alla realizzazione delle piattaforme e delle condizioni abilitanti per lo sviluppo del digitale, entrando direttamente nella realizzazione dei servizi digitali solo per i servizi pubblici essenziali, ma preoccupandosi di creare soprattutto un contesto (tecnologico, metodologico e di standard) tale da favorire uno sviluppo creativo dei servizi la cui qualità, coerenza e interoperabilità abbiano però già dei requisiti noti da soddisfare.

Il CAD e questo modello definiscono così un contesto in cui sempre più dati, documenti e servizi diventano accessibili in luoghi protetti, e possono essere composti ed elaborati secondo le esigenze del fruitore. La scelta netta è di percorrere la strada dell’apertura, attraverso una spinta verso la diffusione degli open data, e soprattutto attraverso l’apertura dei servizi, tramite API, in modo da consentire alle imprese di beneficiare di un patrimonio di possibilità di integrazioni di servizi e dati utile a fare evolvere i servizi in modo sempre più personalizzato verso le esigenze dei cittadini.

In tutto questo, l’evoluzione richiesta alle PA è prima di tutto culturale.

Figura tratta da report www.osservatori.net/it_it/osservatori/osservatori/agenda-digitale

Il cambiamento culturale

È questo del cambiamento culturale il nodo principale, con almeno due focus prioritari:

  • le competenze digitali, per le quali in Italia si rileva un livello molto più basso della media europea tra i cittadini, nel mondo del lavoro, sia pubblico che privato, ai diversi livelli professionali e di responsabilità. L’arretratezza italiana è notevole ed evidenziata da tutti gli indicatori internazionali, non è credibile che possa essere superata soltanto attraverso una disponibilità maggiore di servizi digitali, o con azioni di switch-off, né possiamo aspettare che le profonde innovazioni sulla scuola influenzino la popolazione, sempre più over-50 (e con un settore pubblico con età media molto elevata). Bisogna avviare un quadro di interventi organico, coordinato, capillare e significativo sulle competenze digitali, prevedendo l’ottimizzazione delle risorse che ci sono (in prevalenza europee, ma non solo), utilizzando il modello di intervento che già è disponibile, da cui si può partire, sulla base degli standard europei e mettendo in rete le esperienze mentre si sviluppano;
  • i processi e i procedimenti delle amministrazioni, in gran parte non “full digital” e regolati in un contesto normativo e organizzativo che non è ancora del tutto coerente con la logica del modello strategico di evoluzione dell’IT e con il CAD. La loro evoluzione in un’ottica di trasformazione digitale è necessaria e però rappresenta uno degli scogli maggiori da superare. E questo soprattutto per le amministrazioni di minori dimensioni e con minori risorse, che hanno bisogno di una strategia di accompagnamento. Accompagnamento che deve essere previsto e che consiste di linee guida, ma anche di supporto formativo e metodologico concreto e tangibile, rendendo magari le amministrazioni regionali e metropolitane nodi di supporto al cambiamento.

È auspicabile che l’individuazione delle aree trasversali “governance” e “competenze” sia evidenza di un’attenzione sempre maggiore rispetto a queste due aree problematiche, e questo sia esplicitato nel prossimo Piano Triennale per l’IT delle PA.

Ma, ancora di più, è necessario che il percorso conduca verso l’acquisizione consapevole che non è più possibile trattare dei temi del digitale come fossero accessori alla PA, e non parte integrante della sua evoluzione e della sua identità.

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