L’algoritmo può sostituire l’umano? Dalla teologia una risposta | Agenda Digitale

la riflessione

L’algoritmo può sostituire l’umano? Dalla teologia una risposta

Un algoritmo può sostituire un umano in alcune sue funzioni, può collaborare alla condizione umana, ma non può sostituire l’umano in quanto tale, perché l’algoritmo non ha la capacità di ominizzarsi. La risposta della teologia a una questione molto dibattuta

11 Mar 2021
Don Luca Peyron

Teologo Università Cattolica, Apostolato digitale Diocesi di Torino

In attesa di vedere e sapere se le auto a guida autonoma davvero faranno parte del nostro quotidiano, “qualcosa” è già diventato “qualcuno” almeno per molti giapponesi. Nel marzo scorso Akihiko Kondo, ha impalmato Hatsune Miku, il personaggio virtuale della Crypton Future Media che impazza nel Sol Levante: non si tratta di una notizia curiosa o semplice trovata di marketing, ma di un evento che in qualche modo fa emergere una tendenza che conta in Giappone migliaia di casi.

Il fatto ci permette di ragionare su di una domanda fondamentale: possiamo sostituire l’umano con un algoritmo?

In un tempo in cui siamo in carestia di tempo, in un’epoca che è un cambiamento d’epoca, qualcuno direbbe “magari fosse possibile”, altri avrebbero il terrore di porre semplicemente la questione, per altri – in sordina – la questione è solo rimandata.

Possiamo sostituire l’umano con l’algoritmo?

Che contributo può dare la teologia? Innanzitutto, per rispondere o perlomeno impostare questo tipo di domanda si rischia di inciampare in un inghippo in cui mi pare siano caduti alcuni dei notisti che affrontano questo tema: prendere in considerazione solo una parte degli aspetti, segnatamente quelli tecnici, tralasciandone altri. Così facendo però si esclude immediatamente proprio la componente umana tanto dalla questione quanto dalla soluzione. Un esempio può chiarire il punto. Una suora missionaria chiede ad una donna di una remota tribù: “Perché hai mangiato il tuo bambino?” e lei risponde: “Perché è buono sorella”. Percepiamo lo scarto tra domanda e risposta, e pur cercando di mantenere uno sguardo politicamente corretto per non esprimere giudizi razzisti e al di là del sorriso che può generare la storiella, avvertiamo il disagio della risposta. Nello stesso modo noi poniamo una domanda che mischia la tecnica con l’umanità e pensiamo di poter dare una risposta tecnica tralasciando la nostra componente umana, vitale, in nome di una qualche asettica neutralità. Qui sta esattamente il vulnus, l’operazione scorretta. Se il tema è umano, non afferrare l’intuizione umana che ci abita disumanizza tema, domande e risposte rendendole prive di senso pratico.

Possiamo dunque sostituire l’umano con un algoritmo? Il futuro che ci attende o verso cui desideriamo andare è questo? Per rispondere sì o no, semplicemente, è necessario porre una domanda umana a monte, che metta pienamente la condizione umana al centro: qual è lo scopo ed il fine dell’essere umano in quanto tale? Per poter delineare un percorso di senso, condiviso e condivisibile, comprensibile e di respiro, è quindi necessario porre la questione dei fini ultimi, porre una teleologia chiara. E la questione dei fini non è una questione di razionalità, di logica o di epistemologia, non è una questione tecnica, è una questione morale e culturale. È una questione che trascende il contingente ed affonda nella verità ontica ed ontologica dischiusa dal vivere e dal morire. La questione del senso della vita e delle scelte che su di essa impattano emerge non grazie all’uso della ragione, ma da forme di evidenza pratica che emergono dalle relazioni primarie, le quali poi dalla ragione sono comprese, classificate, vagliate. Per questo la risposta della madre che mangia il bambino, perfettamente razionale, ci appare inaccettabile.

C’è un sapere della tradizione, quelle grandi narrazioni di cui parla Neil Postman nel suo Technopoly, che è necessario prendere in considerazione per poter rispondere alla domanda da cui siamo partiti, senza dover rimanere avviluppati dalle ragnatele di un’etica formale fatta di compromessi di ogni tipo, dovuti alla indeterminatezza della cultura multipolare e dai troppi interessi di parte del tutto privi di visioni di bene comune che oggi viviamo.

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Il fine dell’essere umano è la piena umanizzazione

Secondo la tradizione e la teologia cristiana il fine ultimo dell’uomo è Cristo, una persona concreta che ha due caratteri: pienamente divino e pienamente umano. La piena umanizzazione è dunque il fine dell’essere umano, in una prospettiva condivisibile anche da un non credente o appartenente ad una diversa tradizione religiosa (ma su questo le religioni monoteiste convergono). L’umano come singolo e come natura può aspirare a diventare pienamente sé stesso, ominizzarsi per usare una espressione brutta ma efficace. Ove diventare pienamente sé stesso non significa scindere l’umano nelle sue funzioni, in quello che fa o non può fare: scambiare la pornografia (una parte per il tutto) per l’antropologia è un fatto grave e poco razionale, frutto forse dell’atomizzazione dei saperi in altrettante cattedre. Ominizzare dunque e cosa questo possa significare è evidente dall’intuizione che nasce da una semplice lista: Hitler o Edith Stein, Stalin o Solženicyn, Hannibal Lecter o Geppetto? Di qui in poi diventa sempre di più necessario compromettersi, decidere cosa è bene e cosa è male, scegliere ed essere responsabili.

Conclusioni

Allora potremmo dire che sì un algoritmo può sostituire un umano in alcune sue funzioni, può collaborare alla condizione umana, ma non può sostituire l’umano in quanto tale, perché l’algoritmo non ha la capacità di ominizzarsi; ed anche l’intelligenza artificiale forte non sarà un essere umano. Il dibattito, insomma, per ora è rimasto è sulla questione tecnica: può sembrare che accada. Ma se portiamo la questione su di un piano umano la questione è risolta: non può accadere. Piuttosto domandiamoci per quali ragioni qualcuno tenta di farlo accadere o di narrare che possa accadere. La questione ritengo non stia più nel fine, ma nei fini, nelle ragioni di parte – culturali, economiche, ideologiche – per cui si bypassa la questione della possibilità, per giungere immediatamente alla questione dell’accettabilità. Nella prospettiva che propongo non è possibile una tale operazione: diventano dunque interessante interessanti il dialogo e le scelte su come e quanto l’assunzione di funzioni umane da parte di macchine possa concorrere all’ominizzazione. Hatsune Miku sta aiutando Akihiko Kondo ad ominizzarsi? Non lo si può escludere. Ma certamente Akihiko Kondo non può aiutare Hatsune Miku ad ominizzarsi, e purtroppo escludendosi dalla vita sociale non può aiutare neppure altre persone. Questo, e questo in un’ottica di fraternità universale, è una questione non meno importante, ma è in effetti un’altra storia.

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