etica e informatica

Data ethics, cos’è e perché serve alla democrazia

Il primo PC della storia incorporava il valore dell’autonomia. Oggi invece il business dei dati è in mano ai giganti del web. Non tutti sono consapevoli dello spaventoso impatto sociale delle tecnologie dell’informazione. Di qui il bisogno di una “etica dei dati”

03 Apr 2018
Norberto Patrignani

Politecnico di Torino

data_ethics

Sono giorni in cui ci si chiede sempre di più se i big data stiano mettendo a rischio la democrazia (vedi caso Cambridge Analytica e gli allarmi del New York Times).

Certo è che le risorse etiche della società riferite all’uso dei big data sembrano sempre più in ritardo rispetto al relativo sviluppo tecnologico.

Che succede quando una società procede con uno sviluppo tecnico senza affinare le corrispondenti sensibilità etiche? Succede quello a cui stiamo assistendo. Esponiamo il tessuto sociale a rischi del tutto incontrollati.

Eppure all’inizio i presupposti sembravano di segno opposto.

Quando nel 1965 Piergiorgio Perotto progetta la Olivetti Programma 101, insieme a Gastone Garziera, Giovanni De Sandre e Mario Bellini, probabilmente pensa ad una tecnologia in grado di “liberare” le persone dalla dipendenza dal “centro di calcolo” come si chiamava allora. Nasce così dalla Olivetti di Ivrea il primo Personal Computer della storia (WSJ, 1965).

Come dice Deborah Johnson, le tecnologie dell’informazione sono “socio-technical systems” (Johnson, 1985), le tecnologie non sono neutre ed hanno una relazione reciproca con la società: tecnologie e società si plasmano a vicenda.

E’ evidente allora che il personal computer rappresenta una tecnologia che incorpora il valore dell’autonomia: tutte le funzioni del computer, input, memoria, elaborazione, e output, sono nelle mani dell’utente.

Il personal computer incorpora la visione di una società decentrata. 

Dal personal computing al cloud computing

All’inverso, quando attorno al 2001 le grandi imprese del Web si rendono conto che i loro giganteschi “centri di calcolo” sono utilizzati, quando va bene, attorno al 20%, iniziano a “affittare” il restante 80% di risorse informatiche inutilizzate (prima gli spazi di memoria, poi le capacità di elaborazione), nasce così l’informatica come servizio, dall’era del Personal Computing passiamo all’era del Cloud Computing.

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E’ evidente che il Cloud Computing rappresenta una tecnologia che incorpora il valore dell’eteronomia: tutte le funzioni “pregiate” (memoria, elaborazione) sono di nuovo centralizzate, agli utenti resta in mano solo un touchscreen con le funzioni di input, output.

Il Cloud Computing incorpora una visione di una società centralizzata.

Non stupisce quindi che oggi, tra le dieci più grandi imprese del mondo, ben cinque sono i “titani” del Web: Microsoft, Apple, Amazon, Google e Facebook (Forbes, 2018). Seguono da vicino le loro simili emergenti dall’Asia: Alibaba, Baidu e Tencent.

L’infosfera del XXI secolo ha una evidente infrastruttura centralizzata: poche organizzazioni possono permettersi di immagazzinare (e elaborare) quantità di dati dell’ordine degli Exabyte (un miliardo di Gigabyte). Dei 7,7 Miliardi di abitanti della Terra, ormai 4,2 sono connessi e fruiscono dei servizi, spesso gratuiti, erogati dai “titani” del Web.

Cosa vendono queste imprese di dimensioni gigantesche (il loro valore di mercato supera il prodotto nazionale lordo di molti paesi)? Il loro modello di business è semplice.

Dalla tecnologia che crea autonomia a quella che crea dipendenza

Il primo passo consiste nell’attrarre gli utenti offrendo servizi che catturano l’attenzione, tecnologie persuasive che incollano giorno e notte miliardi di persone ai loro touchscreen. Gli algoritmi che elaborano i dati delle persone connesse si calibrano in continuazione diventando sempre più precisi e “avvolgenti”, offrendo agli utenti contenuti sempre più personalizzati. Più gli utenti sono connessi, più la calibrazione diventa precisa: le tecnologie dell’informazione non incorporano più il valore dell’autonomia, ma quello della dipendenza (Bowles, 2018). Come ci spiegano alcuni dei progettisti di questi servizi (come Snapchat, Instagram, Facebook, YouTube, etc.) si parla ormai di “addiction-by-design“, queste tecnologie fin dalla fase di sviluppo hanno l’obiettivo di creare dipendenza, come una droga (Humanetech, 2018).

I “titani del Web” riescono così a raccogliere quantità crescenti di dati (BigData).

Dai dati alle informazioni: il business (immenso) dei Big Data

Il secondo passo consiste nell’analizzare queste quantità enormi di dati per estrarne informazioni che abbiano un valore di mercato. Spesso nel linguaggio comune li usiamo come sinonimi ma dati e informazioni non sono la stessa cosa.

I dati sono numeri, descrizioni di eventi o di oggetti registrate in un codice convenzionale. I dati da soli non hanno significato. Le informazioni sono dati contestualizzati, interpretati e che quindi hanno un significato, “differenze che creano differenze” (Bateson). Le informazioni hanno un impatto su chi le riceve. I computer servono proprio per passare dal livello dei dati al livello delle informazioni.

Avere la possibilità di raccogliere i dati degli oltre quattro miliardi di abitanti del pianeta connessi all’infosfera, elaborarli ed estrarne valore riconosciuto dal mercato, crea un business potenzialmente immenso. Non dobbiamo poi scandalizzarci se chi paga è un candidato o un partito durante una campagna elettorale, come nel recente caso della società informatica Cambridge Analytica coinvolta nelle elezioni di Trump negli USA.

Controllo dell’informazione e pericoli per la democrazia: perché serve una “costituzione” per il web

L’informazione è il petrolio del XXI secolo. Il devastante impatto che la filiera del petrolio ha avuto sul pianeta stavolta si sposta, ora il controllo della filiera dell’informazione ha un impatto tremendo sulla democrazia.

Allora forse ci troviamo di fronte a nuovi scenari che richiedono a tutti un grande salto evolutivo. Il Web, come diceva Rodotà, senza una “costituzione” rischia di essere Far West del XXI secolo (Rodotà, 2007).

Forse è arrivato il tempo per definire un Internet Bill of Rights e approvare a livello planetario (come è stato finalmente fatto a Parigi nel 2015 per quanto riguarda i cambiamenti climatici).

Forse è arrivato il tempo di definire un’etica dei dati che assicuri “… quell’habeas data che i tempi mutati esigono, diventando così, com’è avvenuto con l’habeas corpus, un elemento inscindibile dalla civiltà” (Rodotà, 2004). Nell’infosfera, nello scenario onlife, dove i confini tra reale a virtuale si confondono, l’identità digitale va rispettata come un’estensione della persona, che ha sempre una sua dignità e autonomia che vanno rispettate.

Perché è sempre più necessaria la computer data ethics

Forse è arrivato il tempo di una “responsible research and innovation“, ovvero di una educazione per le giovani generazioni di tecnologi e di ingegneri che prepari non solo persone esperte e appassionate di innovazione ma persone che siano anche consapevoli dello spaventoso impatto sociale che le tecnologie dell’informazione hanno su tutti noi e sulla democrazia. L’introduzione di una data ethics-by-design (allo stesso modo della privacy by design) nel percorso di formazione di tutti i computer professional diventa sempre più urgente. Finalmente anche in Italia iniziamo ad avere corsi di computer ethics nelle scuole di ingegneria (al Politecnico di Torino dal 2008, al Politecnico di Milano dal 2016).

Forse è arrivato il tempo per i computer professional di definire autonomamente una propria deontologia professionale, un code-of-ethics.

Forse così potremo far percepire il ruolo positivo delle tecnologie dell’informazione che risuona nelle parole di Adriano Olivetti quando nel Novembre 1959 annuncia al mondo il primo mainframe a transistor: “… con la realizzazione dell’Elea, la nostra Società … tocca una meta in cui direttamente si invera quello che penso sia l’inalienabile, più alto fine che un’industria deve porsi di operare, … per il progresso comune – economico, sociale, etico – della intera collettività” (Olivetti, 1959).

Riferimenti

– Bowles N. (2018), Early Facebook and Google Employees Form Coalition to Fight What they Built, The New York Times, 4 Febbraio 2018.

– Koopman C. (2018), How Democracy Can Survive Big Data, The New York Times, 22 Marzo 2018.

– Forbes (2018), The World’s Biggest Public Companies, forbes.com, Marzo 2018.

– Humanetech (2018), humanetech.com, Marzo 2018.

– Johnson, D.G. (1985), Computer Ethics, Prentice-Hall.

– Olivetti A. (1959), Discorso in occasione della presentazione del calcolatore Olivetti Elea 9003, in “Il mondo che nasce“, Edizioni di Comunità, 2013.

– Rodotà S. (2004), Privacy, libertà, dignità, Discorso conclusivo della Conferenza internazionale sulla protezione dei dati, Wroclaw, 14-16 Settembre 2004.

– Rodotà S. (2007), Una carta dei diritti del Web, Repubblica, 20 Novembre 2007.

– WSJ, Wall Street Journal (1965), Desk-Top Size Computer Is Being Sold 

by Olivetti For First Time in US, 15 October 1965.

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