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democrazia e digitale

Manipolare le elezioni con i social, che dice la scienza

Dopo il caso Cambridge Analytica, il punto di vista di uno scienziato di computational social science. E’ davvero possibile manipolare il comportamento elettorale attraverso una strategia basata su dati e veicolata tramite piattaforme social? E’ perché sarebbero monipolabili soprattutto i populisti? Prime parziali risposte

19 Mar 2018

Davide Bennato

docente di Sociologia dei media digitali - Università di Catania


Avete presente quelle app che su Facebook ti propongono quegli stupidi test del tipo “Qual è la tua personalità” oppure “Come saresti come attore di Hollywood”? Bene: attenti a cliccarci sopra, potreste mettere in pericolo la democrazia.

Il caso Cambridge Analytica

La storia è quella di Cambridge Analytica e dell’uso che ha fatto di quello che da alcuni è stato chiamato operazioni di guerra informatica a scopo elettorale, in una parola electoral cyberwarfare. In estrema sintesi, ecco i fatti. Cambridge Analytica, una società di analisi dati usati per scopi di marketing e di comunicazione politica, ha raccolto oltre 50 milioni di profili Facebook di elettori statunitensi senza alcun consenso, per usarli in un software che aveva l’obiettivo di manipolare e influenzare il comportamento elettorale durante le presidenziali americane del 2016 che hanno visto la vittoria di Donald Trump. La società è in parte di proprietà di Robert Mercer, proprietario di un importante fondo d’investimento, che ne ha finanziato la nascita su consiglio di Steve Bannon, ex direttore del sito Breitbart, voce dell’alt-right americana, nonché ex capo della campagna di Donald Trump. Questa storia è stata rivelata da alcuni articoli apparsi inizialmente su The Observer e poi su The Guardian e New York Times. La fonte che ha rivelato la vicenda è un data scientist canadese – Christopher Wylie – che ha collaborato a sviluppare la strategia che ha consentito di raccogliere in maniera indiscriminata i dati degli elettori americani.

A questo punto inizia la parte che apre problemi profondi dal punto di vista scientifico, etico e deontologico delle social media platform globali. Christopher Wylie ha rivelato che lo strumento usato per raccogliere i dati degli elettori americani è stata una app Facebook di quelle che invitano a partecipare a piccoli test psicologici dal nome This is your digital life, messa a punto da un ricercatore dell’Università di Cambridge – Aleksandr Kogan – che ha pagato alcuni utenti detti seed (attraverso la piattaforma Amazon Mechanical Turk) per usare la app, anche se raccoglieva anche i dati della rete dei contatti sociali dei seed (in media 160 persone) a loro insaputa. In questo modo hanno raccolto oltre 50 milioni di profili Facebook con il benestare della società di Mark Zuckerberg che interrogando la Global Science Research – la compagnia proprietaria della app – si è vista rispondere che era per scopi di ricerca.

Facebook era stata già allertata di una enorme emorragia dei dati già nel 2015, ma ha deciso di intervenire solo recentemente, sospendendo il profilo social di Kogan, quello di Wylie e l’accesso ai dati di Cambridge Analitica, dopo che la storia è stata pubblicata dal Guardian. In questo momento c’è in corso un botta e risposta tramite comunicati stampa tra Facebook e Cambridge Analytica per  comunicare relative responsabilità ed eventuali reazioni legali.

Questa storia avrà sicuramente un lungo strascico, molto simile alla vicenda di Edward Snowden, e soprattutto contribuirà a riaprire il dibattito sulla pericolosità delle piattaforme di social media per la tenuta democratica. Ma per uno studioso di Computational Social Science come il sottoscritto, ci sono due domande che sono assolutamente interessanti.

Manipolazione via social, che dice la scienza

La prima domanda: è davvero possibile manipolare il comportamento elettorale attraverso una strategia basata su dati e veicolata tramite piattaforme social? La risposta a questa non è univoca, richiede di contestualizzare la questione. Negli ultimi dieci anni ha cominciato ad emergere una tendenza interessante nello studio della psicologia quantitativa, che è la possibilità di sviluppare elaborati profili degli utenti attraverso l’analisi del loro comportamento negli spazi social.

Gli autori che hanno dato inizio a questo promettente filone di ricerca sono Michal Kosinski e David Stillwell del Cambridge University Psychometrics Centre che grazie ad una app sviluppata per scopi di ricerca – MyPersonality – hanno raccolto le reazioni e i dati di una serie di utenti – questi sì – correttamente informati sulle caratteristiche della app e sull’uso che avrebbero fatto dei dati così raccolti. Il risultato è stato lo sviluppo di una serie di modelli in grado di profilare con una certa precisione le caratteristiche psicologiche, organizzandoli in cinque profili principali (secondo la teoria psicologica detta dei big five alla base dei più diffusi test della personalità).

Fin qui la ricerca scientifica. Il passo ulteriore fatto da Cambridge Analytica tramite Alex Kogan e Christopher Wylie è stato quello di correlare il profilo psicologico degli utenti con una serie di informazioni sull’orientamento politico (desunto dai like delle pagine) in modo tale da testare specifici messaggi pubblicitari su Facebook a seconda del profilo psicologico delle persone. Detto in altro modo: due persone che si trovavano a usare Facebook durante il periodo delle presidenziali USA del 2016, avrebbero avuto due diversi messaggi che invitavano a votare Donald Trump basato sul loro test psicologico e sulla composizione dei like messi sulle pagine Facebook. Ha funzionato questa strategia? Non è possibile dare una risposta certa, d’altronde la vittoria di Trump non può essere attribuita solo ad una sofisticata strategia computazionale, però sicuramente possiamo ipotizzare che sugli elettori indecisi è probabile che la campagna Facebook possa avere avuto un risultato positivo.

Seconda domanda: Cambridge Analytica segnala come propri casi di successo il ruolo consulenziale avuto per la Brexit e le presidenziali USA del 2016. Questo vuol dire che la propaganda computazionale data-based ha successo prevalentemente con i movimenti populisti? Qui entriamo nella fantapolitica, ma è possibile provare a ragionare sulla questione. Se fosse vero che il populismo è più sensibile ad una comunicazione semplice e mirata, vorrebbe dire che la mente di chi vota conservatore sia diversa dalla mente di chi vota liberale. Chi ha sollevato la questione è il linguista George Lakoff che nel suo libro “Moral Politics” ha ipotizzato che i conservatori hanno un modello familiare rigoroso, in cui i valori sono fondati su autodisciplina e lavoro duro, mentre i liberali hanno un modello familiare partecipativo, in cui i valori sono basati sul prendersi cura gli uni con gli altri.

Questo potrebbe portare i conservatori populisti ad una maggiore sensibilità verso messaggi diretti che insistono sulla paura come leva principale, e che consente alla comunicazione di essere più diretta, chiara, prospettando soluzioni semplici. Tutto questo potrebbe essere aiutato dal fatto che al netto della retorica della condivisione e della partecipazione, quando navighiamo su Facebook siamo soli, specialmente per quanto riguarda le inserzioni pubblicitarie. Fantapolitica, dicevamo, magari la soluzione è più semplice: i democratici (inglesi e americani) non hanno investito in tempo e nel modo giusto sulla questione, oppure la questione ha bisogno di essere approfondita usando argomentazioni che chiamano in causa filter bubble, echo chamber e nuove strategie della disinformazione (quelle che alcuni definiscono fake news). Non è semplice rispondere a queste domande se prima non si comincia a lavorare con un approccio scientifico sull’argomento.

Certa è una cosa: se alcuni dei fatti emersi in questa vicenda fossero confermati, potremmo a ragione dire che la Brexit e la vittoria di Donald Trump siano stati i più grandi esperimenti sociali del XXI secolo. La fisica ha avuto come momento di riflessione il progetto Manhattan che portò alla costruzione della bomba atomica, forse le scienze sociali del XXI secolo stanno avendo come momento di riflessione il caso di Cambridge Analytica.

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