Il diritto a riparare: le big tech ce lo negano, così ci tengono in pugno - Agenda Digitale

Pane e digitale

Il diritto a riparare: le big tech ce lo negano, così ci tengono in pugno

Le macchine digitali sono chiuse. Costruite e sigillate per essere impossibili da riparare. Apple è il più accanito sostenitore di questa posizione che è comunque comune a tutti i produttori. Ma in questo meccanismo perverso comincia ad aprirsi qualche crepa

30 Ago 2021
Francesco Varanini

Consulente, docente, scrittore

Torna di attualità, per fortuna, un tema: la riparabilità delle macchine digitali. Il movimento Repair raccoglie rapidamente seguaci: Let’s Reuse, Refurbish, Repair.

Nelle scorse settimane, il co-fondatore di Apple Steve Wozniak, in un video, ha espresso un appassionato sostegno al movimento per il diritto alla riparazione, nonostante l’ovvia, vibrata opposizione dell’azienda.

Il diritto a riparare prodotti elettronici

Il movimento chiede leggi che garantiscano agli utenti l’accesso alle informazioni e ai pezzi di ricambio, in modo da poter riparare i propri dispositivi digitali. In Europa e negli Stati Uniti esistono norme che sanciscono il diritto alla riparazione per le automobili e per gli elettrodomestici, ma non per l’elettronica di consumo.

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Riparabilità vuol dire innanzitutto aprire la scatola, avere la possibilità, per il cittadino-utente, di vedere come funziona la macchina. Avere la possibilità, per il cittadino, di usare ‘il digitale’ come strumento di libertà.

Riparabilità vuol dire anche essere meno soggetti all’obsolescenza programmata: ora come ora, lo sappiamo bene, i produttori sono in grado di imporci ogni due o tre anni l’acquisto di un apparecchio nuovo.

Riparabilità vuol dire poter scegliere la configurazione, continuare ad usare un hardware ed un software di cui si è soddisfatti. E invece è esperienza di tutti il dover subire aggiornamenti venduti come vantaggiosi per l’utente, ed in realtà utili solo per gli interessi del produttore.

Riparabilità vuol dire poter tornare a dominare la funzione d’uso: scegliere di cosa abbiamo bisogno e cosa desideriamo fare con una macchina, senza subire scelte dall’user experience designer al servizio del produttore.

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Filosofia del rotto

Non è un argomento nuovo. Menti acute avevano presto colto come proprio attraverso la non-riparabilità si afferma il potere del tecnico, e si sancisce la separazione del tecnico dal cittadino comune. Eppure, se non gli fosse impedito, ogni cittadino bisognoso di farlo sarebbe capace di riparare la macchina. Solo la macchina rotta e riparata è veramente sotto il dominio dell’essere umano.

Lo diceva negli Anni Venti del secolo scorso Alfred Sohn-Rethel, misconosciuto sociologo tedesco appartenente alla Scuola di Francoforte. Sohn-Rethel parlava di ‘filosofia del rotto’. Sostenendo di averla appresa durante gli anni in cui visse a Napoli. L’arte di arrangiarsi dei napoletani, osservava Sohn-Rethel, non è la scappatoia degli ignoranti, è la via maestra dei cittadini attivi e responsabili.

“La vera, buona tecnica”, scriveva Sohn-Rethel, “comincia dove l’uomo oppone il suo veto contro il chiuso ed ostile automatismo dei macchinari e lo fa rimbalzare nel suo mondo”. Il cittadino capace di riparare “distrugge la magia, ostile all’umano, dell’intatto funzionamento meccanico”, ne smaschera “la mostruosità”. Reagisce “all’arroganza tecnica del suo servile strumento”. Smontando e rimontando, sostituendo pezzo per tentativi ed errori “va a caccia di avventura”, consapevole di dover comunque “di dover conservare la potenza”‘ di ciò che ha vittoriosamente scoperchiato, spacchettato. Perché “un’autentica proprietà deve pur essere sfruttata fino in fondo, altrimenti non se ne ricava niente; deve essere usata e assaporata fino all’ultima briciola, fin quasi a distruggerla e divorarla”.

Ora, tutto questo continua ad accadere nelle periferie del mondo. Lì dove le leggi non toccano la vita quotidiana e dove la necessità porta ad acuire l’ingegno, si ripara ogni macchina, anche ogni strumento digitale. L’ho visto personalmente in vari luoghi sperduti dell’America Latina, motori fuori bordo, automobili, generatori elettrici, ed ogni tipo di apparato digitale smontati e riparati con una abilità e una competenza e una efficacia che -nei nostri paesi foderati di leggi e di regole e di modalità standard di apprendimento- tecnici e riparatori professionisti nemmeno si sognano.

Macchine sigillate

Eppure, ufficialmente le macchine digitali sono chiuse. Costruite e sigillate per essere impossibili da riparare.

Apple è il più accanito sostenitore di questa posizione che è comunque comune a tutti i produttori. La possibilità di intervenire sugli apparecchi è riservata ai propri tecnici specializzati. L’ipocrisia dei grandi oligopolisti tesi alla difesa dei propri interessi, come si sa, non ha confine: l’argomento a sostegno del rifiuto di rendere riparabili i propri prodotti è la sicurezza degli utenti. “Riparare è estremamente pericoloso!”, si grida ai quattro venti. Per sostenere questa tesi, e per evitare leggi che comportino qualche apertura, sono aperte campagne di comunicazione e sono stati messi in azione lobbisti.

Ora Steve Wozniack prende posizione. Ricordando una ovvia circostanza storica. Lui, ragazzo squattrinato, ha costruito i primi computer Apple in un garage. È arrivato a costruirli smontando macchine e montando componenti. “Non avrei mai potuto permettermi una telescrivente, costava quanto due automobili. Ma sapevo come funzionavano le TV e avevo accesso agli schemi – così trovai la soluzione per trasformare la mia TV in un primo monitor per quello che sarebbe stato l’Apple I. I pezzi e le informazioni erano alla mia portata”.

Allora, attorno alla metà degli anni Settanta, il clima economico e sociale rendeva possibile tutto questo. Solo con gli anni Ottanta si è affermata l’ideologia dell’utilitarismo neoliberista: il proprio esclusivo interesse come nuova giustizia sociale. La pretesa secondo la quale l’arricchimento di pochi è da considerare un vantaggio per l’intera società.

Si sa come andò. Wozniack conobbe Steve Jobs, quest’ultimo convinse il primo a seguire la via dello sfruttamento commerciale dell’invenzione. Di qui alla posizione della Apple oggi, il passo è brevissimo: ciò che ha permesso a noi di innovare, non deve essere possibile oggi agli altri. Oggi ai giovani è imposto il mito di Jobs che dice: “siate affamati, credete in voi stessi”. Ma sono parole al vento, propaganda vuota contraddetta dalla politica adottata che dice: oggi dovete limitarvi ad essere utenti.

Senza diritto alla riparabilità non ci sarebbe la Apple. Ma ora la Apple lotta con ogni mezzo per impedire l’affermazione del diritto alla riparabilità.

Riparabilità come libertà

La riparabilità -la possibilità di smontare e rimontare, cambiare un pezzo- è una riapparizione culturale e politica. Tramite la riparabilità, il cittadino cessa di essere passivo fruitore di scelte predefinite e torna ad essere un consapevole cercatore di risposte ai propri bisogni.

Ma mentre è facile concepire come possa essere riparata una macchina fisica, ben più difficile è dire come il concetto di riparabilità possa essere applicato al software. Basta pensare alla riparabilità di una automobile. Per gli stessi riparatori professionisti, quasi tutto è cambiato da quando l’automobile è governata da una centralina digitale. Chi è proprietario di una qualsiasi macchina o apparecchio, da quando la macchina è digitale, è meno proprietario di prima.

Gli stessi programmatori che pure conoscono in linguaggio tramite il quale è programmata una macchina digitale, non possono accedere al codice: alla programmazione che il produttore ha imposto una volta per tutte alla macchina stessa.

Nel mio libro “Le cinque leggi bronzee” mostro i nuovi condizionamenti sociali e politici ai quali il cittadino è sottoposto nell’era digitale. La prima imposizione che ci troviamo a subire è questa: ti arrenderai ad un codice straniero. Il codice che regola il funzionamento della macchina è ignoto ed immodificabile. La macchina, insomma, non è riparabile: è venduta a scatola chiusa.

A questa prima legge, se ne aggiunge un’altra: non sarai più cittadino; sarai tecnico o suddito. Perché il concetto di cittadinanza si si diluisce sempre più: da un lato i cittadini ridotti a utenti sempre più limitati nei propri spazi di libertà, dall’altro i tecnici che scrivono codice di macchine vendute a scatola chiusa.

Vi invito a leggere un racconto, che non esito a definire bellissimo ed estremamente istruttivo. Autore: Cory Doctorow. Titolo: Unauthorized Bread.

In italiano il racconto -con il titolo Pane non autorizzato- si trova nella raccolta Radicalized. Quattro storie del futuro, Mondadori, 2021.

Come un tostapane può dettar legge, o le possibili conseguenze dell’Internet of Things

Doctorow, prima che puro autore di fiction, è un attivista politico, attento critico delle pericolose derive implicite nella digitalizzazione.

Se stiamo ad ascoltare tanti brillanti imprenditori impegnati, per esempio, nel campo del Cloud Computing e dell’Internet of Things, è facile vedersi promettere scenari futuri meravigliosi: servizi garantiti ai cittadini, senza soluzione di continuità, con qualità e tempestività costante o crescente nel tempo. Se insomma la macchina si autoripara e si autoriprogramma, in questo mondo futuro perfetto, il cittadino consumatore vivrà felice e soddisfatto.

Ma il punto, ci mostra con chiarezza esemplare Cory Doctorow, è ciò che può accadere nel frattempo. Ciò che accadrà, se non interviene una consapevole azione civile e politica di contrasto.

Bisogna infatti sempre ricordare -e Doctorow lo fa molto bene- che esiste un doppio legame tra contesto politico ed economico e innovazione scientifica e tecnologica.

Primo legame: è il clima politico ed economico a spingere l’innovazione scientifica e tecnologica in una direzione piuttosto che in un’altra. L’ideologia dominante influisce su tecnici e scienziati. Il raggiungimento del successo personale degli innovatori dipende dal loro stare nel mainstream. I finanziamenti alla ricerca sono concessi a chi segue certi filoni.

Secondo legame: l’élite politica ed economica e militare sceglie di usare per propri scopi qualsiasi innovazione scientifica e tecnologica.

Considerare solo uno dei legami sarebbe troppo comodo. Separarli, sarebbe come disquisire se è nato prima l’uovo o la gallina.

Guardiamo dunque, come fa Doctorow, all’accoppiata cloud-internet of things. Sarebbe troppo facile dire che si tratta di tecnologie neutrali, o in sé buone, e che i tecnici che implementano sistemi di IoT sono innocenti, ed i cattivi usi sono dovuti solo a riprovevoli imprenditori o speculatori finanziari.

Se vogliamo rappresentare l’alimentazione umana attraverso un cibo esemplare, simbolico e basilare, non possiamo che pensare al pane. La ricetta per fare il pane ci appare quando di più lontano si possa immaginare da un segreto industriale. Ci sembra anche difficile immaginare che una perversa mediazione digitale possa limitare l’accesso al pane da parte dei cittadini.

Ma Doctorow ci mostra come un tostapane non riparabile, protetto nel suo hardware e nel suo software, possa condizionare le libertà civili. In effetti, se il piatto in cui mangio è per via di Internet of Things legato alla gestione del produttore di piatti, del fornitore di servizio, non sono più libero di scegliermi né il cibo né il condimento, né il momento in cui mangiare.

Dovete leggere il racconto, vedrete così come la scena descritta da Doctorow è attualissima, vicina alla realtà quotidianamente vissuta già oggi da ognuno di noi.

Il racconto passa in rassegna tutte gli aspetti chiave della perversa relazione produttore-consumatore resa possibile dall’Internet of Things. A cominciare dal capzioso uso della gratuità. Ti do qualcosa di gratis. Peccato che poi questa cosa sottilmente si trasforma in un servizio irrinunciabile che comporta costi economici, politici e morali.

Il consumatore, attraverso impercettibili passi determinati dai progressivi aggiornamenti dei software che governano gli strumenti indispensabili alla vita quotidiana, si trova presto a non essere più un libero cittadino.

Due lezioni

Una importante lezione del racconto consiste nel collocare con chiarezza il concetto di riparabilità nel quadro delle tecnologie digitali.

I cittadini-consumatori, ora, per reagire al “chiuso ed ostile automatismo dei macchinari” di cui parlava Shon-Rethel hanno bisogno di competenze informatiche. La riparabilità digitale esige competenze tecniche specialistiche. Bisogna conoscere l’architettura delle macchine digitali e bisogna sapersi arrangiare con i linguaggi di programmazione.

Di fronte ad abusi di potere simili a quelli messi in mostra da Doctorow, servono cittadini-programmatori, in grado di ‘rompere il codice’ che governa il funzionamento degli apparecchi domestici. Il modo per reagire al chiuso ed ostile automatismo è diffuso su gruppi di discussione accessibili in Rete. Il pubblico conversare su come riportare il funzionamento della macchina entro i limiti eticamente accettabili può ben essere inteso come manifestazione di ‘cittadinanza attiva’.

Ma tutto questo non basta. Cloud computing e Internet of Things permettono di aggiornare in continuo il software, rendendo vano il lavoro dei cittadini-programmatori volenterosi scardinatori del codice.

Serve quindi il contributo di tecnici della stessa casa madre. Tecnici che rischiando in proprio, mossi dall’indignazione e dal personale senso di giustizia, offrano in via riservata le chiavi digitali per ‘aprire’ la macchina. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di reato, ma si tratta in realtà di un soprassalto di coscienza civile.

Il racconto contiene ancora un’ultima lezione. Chi sono i cittadini che hanno la forza di reagire: non sono i cittadini con la pancia piena. Sono coloro che, non essendo ancora pienamente cittadini, sentono in tutta la sua profondità e ricchezza il senso della cittadinanza. Sono gli immigrati. Non sono i maschi adulti chiusi nelle loro professioni. Sono le donne emarginate dal mercato del lavoro ed i ragazzi, puramente affascinati dalla tecnologia.

In fondo si può dire: la tecnologia non è bella perché funziona. È bella se “si sa come funziona”. In tempi in cui tecnici e specialisti difendono gelosamente il loro esclusivo sapere “come la tecnologia funziona”, il sale della libertà, per ogni cittadino, sta nell’appropriarsi di questo sapere.

Non cedere all’assuefazione

Ogni cittadino-utente, ed ogni professionista-tecnico sanno in cuor loro che la situazione socioeconomica descritta da Doctorow ben rappresenta il presente che viviamo quotidianamente. Eppure, è facile eludere la responsabilità, dicendo: ce ne occuperemo a tempo debito, quando il problema si manifesterà nelle sue forme più gravi.

Ma aspettando questo momento, lasciamo a chi usa il digitale a scopo di esorbitante profitto e di controllo sociale il tempo di rendere la sudditanza ineludibile. Lasciamo anche il tempo necessario perché una sottile propaganda ci renda la sudditanza invisibile.

È per questo che serve subito una azione civica di contrasto. Servono iniziative come quella a favore del diritto alla riparabilità.

Fidatevi di Nietzsche. Scriveva in “Umano troppo umano” che l’essere umano “vive sempre in una molteplice dipendenza ma si ritiene libero, perché a causa delle lunga abitudine non sente più il peso delle catene”. “Solo per le nuove catene egli soffre ancora”-

I cittadini attivi e responsabili, protagonisti del racconto di Doctorow, non aspettano, reagiscono ora, quando la nuova situazione è tanto fresca da indignare ancora. Reagiscono prima di ridursi alla rassegnazione.

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