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l'analisi

Lingua italiana, così evolve sui social network

I social sono accusati di distruggere l’italiano. In realtà la nostra lingua, immutata per secoli, sta dimostrando ottima capacità di adattamento ai nuovi media. Sono, piuttosto, gli Italiani che da molti decenni mostrano una regressione culturale che riversano sui social senza troppa attenzione alla loro reputazione

20 Giu 2018

Vera Gheno

docente universitaria, membro della redazione di consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca


Di lingue o linguaggi della rete e dei social network si parla e si scrive da tempo, in termini non sempre positivi. Soprattutto nella percezione comune, ciò che sembra succedere alla lingua in rete è visto come un processo di distruzione dell’italiano “come lo conosciamo e come l’abbiamo studiato”, una sua corruzione rispetto a un’età dell’oro in cui invece le persone conoscevano bene la norma, la applicavano, usavano il congiuntivo e, in generale, erano più acculturate ed educate di oggi.

Chi si occupa a livello specialistico di lingua, in particolare, tra tutti i tipi di linguisti, il sociolinguista, spesso manifesta invece quasi una fascinazione per ciò che la comunicazione in rete rappresenta e per quello che può raccontare delle persone. Ma per capire chi ha ragione, se i detrattori o i sostenitori, occorre fare un passo indietro, e chiedersi come si sia arrivati alle manifestazioni linguistiche che vediamo su Facebook, Twitter, Instagram e gli altri social.

Guardare al passato per capire il presente

Per capire il presente, come sempre conviene dare un occhio al passato. Una delle caratteristiche della nostra lingua è il suo essere come un bel cappotto conservato per molto tempo in naftalina: per secoli, l’italiano è stato la lingua d’uso quotidiana solo di una piccolissima minoranza; si consideri che al tempo dell’unità d’Italia gli italofoni erano calcolati tra il 2,5% e il 10% dell’intera popolazione. Questo ha fatto sì che si sia preservato praticamente immutato nel corso dei secoli, senza subire le modifiche che derivano normalmente dall’uso vivo di una lingua da parte di un largo numero di parlanti. Occorre arrivare agli anni Sessanta del Novecento per l’italofonia piena, raggiunta di fatto grazie ai mezzi di comunicazione di massa, soprattutto la TV. Il maestro Alberto Manzi, in quegli anni, svolse un’incommensurabile opera di alfabetizzazione delle fasce della popolazione che per questioni anagrafiche non avevano avuto accesso alla scuola ed erano rimaste quasi completamente analfabete, attraverso il suo popolarissimo programma Non è mai troppo tardi.

Perché l’evoluzione della lingua italiana sembra così veloce

Ma che cosa può significare oggi, a livello di competenze linguistiche, che per seicento anni l’italiano non sia stato la lingua quotidiana degli italiani, e che sia assurto a lingua nazionale solo negli ultimi sessant’anni? Strutturalmente, questo ha fatto sì che l’italiano rimanesse pressoché immobile, uguale a sé stesso, nel corso dei secoli, soprattutto a livello di norma. Non è un caso, del resto, se noi italiani riusciamo a leggere testi scritti settecento anni fa con facilità: si pensi solo all’incipit della Divina Commedia e riflettiamo se sembra davvero un testo così datato. Solo quando gli italiani sono diventati davvero italofoni, sono iniziati i cambiamenti linguistici che, in altri idiomi, hanno avuto luogo gradualmente nel corso di molto più tempo. In altre parole, l’italiano ha iniziato a cambiare velocemente da poco più di mezzo secolo, senza che la norma, e la scuola, riuscissero a stare davvero al passo.

Questo ha comportato che la competenza linguistica delle persone sia stata portata a polarizzarsi su due estremi. Da una parte la norma alta, imparata a scuola, quella che serve per leggere i classici del passato e magari per fare bene i temi; dall’altra parte, invece, la “lingua della strada”, quella parlata e decisamente più parlata che scritta) quotidianamente, con tutte le deviazioni dallo standard ben note a tutti: dal lui usato al posto di egli alle frasi topicalizzate (la spesa l’ho fatta ieri) alla semplificazione del paradigma verbale (si pensi solo ai molti usi dell’imperfetto, come quello di cortesia, per es. volevo un etto di prosciutto, o in alcuni tipi di ipotetiche, come se lo sapevo non venivo, o alla sostituzione del futuro con il presente, in frasi come domani vado), dal perché che tende a essere usato al posto di un ventaglio di congiunzioni come affinché o in modo che all’impiego massiccio di parole generiche come cosa, fatto, roba.

Non tutto quello che devia dalla norma è errato

Questa lingua “deviata dalla norma” non ha trovato a lungo riscontro nelle grammatiche scolastiche; tuttavia, negli anni Ottanta, i linguisti hanno sentito il bisogno di definire un nuovo standard linguistico, per non lasciare l’idea che tutto quanto esuli dalla norma scolastica sia errato tout court: questo italiano non standard, ma nemmeno sbagliato, è stato chiamato italiano neostandard (da Gaetano Berruto), italiano dell’uso medio (da Francesco Sabatini) o italiano tendenziale (da Alberto Mioni) (cfr. scheda Treccani sull’italiano standard, par. 4): è un italiano in qualche modo modificato dall’inedita pressione degli italiani sulla loro lingua madre, non più solo lingua della cultura e dei colti, ma davvero usata da tutti, colti e meno colti, per ogni genere di attività.

L’italiano dei social network

Tutto questo ci porta alla situazione del presente: ciò che vediamo sui social network oggi è diretta conseguenza di quanto detto finora. Un italiano che è stato esposto a cambiamenti sin troppo veloci per essere metabolizzati pacificamente dai suoi parlanti, ma che dimostra la sua salute nella capacità di adattarsi ai nuovi media. Italiani, in compenso, che da molti decenni mostrano una regressione culturale esplicitata ad esempio dai rilevamenti ISTAT. Questo porta a un’incertezza comunicativa che talvolta si esprime attraverso il fastidio, l’irrigidimento su posizioni antistoriche e la paura del cambiamento: chi si sente insicuro è portato a preferire la staticità, anche in campo linguistico. Sintetizzando con le parole del 2013 di Tullio De Mauro, l’italiano sta bene, sono gli italiani a non stare benissimo (culturalmente parlando), e ne vediamo le conseguenze a livello linguistico.

Ciò che per il linguista è dunque un’evoluzione, o perlomeno un cambiamento comprensibile, provocato sulla lingua dal grande e inedito numero di parlanti, per il parlante stesso è fonte di perplessità e di preoccupazione nei confronti del proprio idioma.

Di cosa parliamo, quando parliamo di lingue social

In primo luogo, definire queste forme di comunicazione come “nuovi media” non ha ormai molto senso. Non sono fenomeni nuovi, se solo si pensa che la “nonna” di Internet, Arpanet, è nata a fine anni Sessanta, mentre il www risale all’inizio degli anni Novanta. Perfino i social esistevano in altre forme sin dall’inizio degli anni Ottanta.

Specificamente riguardo alla lingua dei social, sono circa vent’anni che questi fenomeni linguistici sono noti e studiati in Italia: la prima monografia italiana sull’argomento è Il parlar spedito, di Elena Pistolesi, del 2004; anche se si occupava di email, sms e chat di fatto rilevava e descriveva già le stesse caratteristiche linguistiche che troviamo sui social oggi. Il cambiamento maggiore avvenuto in rete è il passaggio da una fruizione limitata, elitaria, alla “rete in tasca di tutti”. Vedremo, proseguendo, come l’allargamento dell’utenza abbia influito sulla lingua stessa, e forse non nel modo in cui si potrebbe immaginare.

È comunque di fatto impossibile parlare di una “lingua della rete”; gli ambienti comunicativi online sono ormai talmente variegati che anche solo nei differenti contesti social si possono ricreare tutti i registri e gli stili che si riscontrano in contesti comunicativi più tradizionali. Oggi, gli studi consultabili sono molti, anche solo concentrandosi sull’italiano (qui uno speciale Treccani del 2010), a dimostrazione del fatto che l’importanza di questo ambito linguistico è ormai saldamente riconosciuta.

“e-taliano”: l’italiano né scritto né parlato, ma digitato

Il primo aspetto da considerare è che tutto il sistema linguistico delle lingue social poggia sull’italiano neostandard, con una particolarità: mentre siamo abituati alla ricorrenza di tutta una serie di elementi che si discostano dallo standard nel parlato, lo siamo molto meno nello scritto. Insomma, leggere scritte certe costruzioni, certi usi verbali, certe frasi apparentemente sciatte provoca più di una perplessità, che non avremmo nei confronti di una comunicazione parlata.

Questa strana commistione di scritto e parlato ha spinto i linguisti a usare a lungo definizioni come parlato-scritto, creolo scritto-orale, discorso digitato eccetera; oggi, questa visione delle lingue della comunicazione mediata come una specie di incrocio tra scritto e orale è stata almeno in parte superata. Giuseppe Antonelli, linguista che da tempo studia questi fenomeni, ritiene ad esempio che l’italiano che si incontra sui social e non solo sia il primo vero italiano scritto informale, dopo secoli nei quali la scrittura è sempre stata considerata un contesto ad alta formalità. Il linguista lo chiama e-taliano ed enfatizza la sua caratteristica di non essere né davvero scritto né davvero parlato, quanto piuttosto digitato; attività, questa, che attiva parti diverse del cervello rispetto alla scrittura manuale (che quindi ovviamente è da conservare e preservare accanto a quella digitata).

In ogni caso, neanche i fruitori stessi dei nuovi media assegnano a queste varietà linguistiche lo statuto di scritto, il che comporta una grande libertà ortografica e sintattica nella costruzione del messaggio (“l’importante è che si capisca”, si difendono molti), ma anche altrettanta libertà nei contenuti: ci si permette di scrivere cose che forse sarebbe meglio non mettere per iscritto, dato che, nonostante la sensazione di volatilità, ciò che digitiamo in rete ha non solo una vita lunghissima, ma anche un’altissima e facilissima replicabilità, sotto forma di inoltro oppure di screenshot: insomma, digitata manent.

Di mezzi, messaggi e linguaggi giovanili

Molte delle caratteristiche che vedremo nel seguito sono, di fatto, riscontrate sin dagli esperimenti social dei primordi. Anzi, una volta la lingua usata in queste interazioni si discostava maggiormente dallo standard, dato che i mezzi usati avevano molti più limiti tecnici di adesso in termini di spazio, tempo e costo del messaggio e quindi richiedevano più ingegnosità di adesso per comunicare. In particolare, tutto il campo dell’acronimia, della tachigrafia e delle abbreviazioni era di fatto motivato dalla scarsità di caratteri a disposizione e dal costo della chiamata per connettersi alla rete.

È anche vero, del resto, che l’uso di questi esperimenti linguistici è tipico anche dei linguaggi giovanili. Il parallelismo non è certo un caso, dato che tradizionalmente i giovani sono i primi fruitori di ogni nuova tecnologia. Le somiglianze, dunque, tra le varietà di neoitaliano e quelle giovanili sono ben note e motivate.

  • Per quanto riguarda tachigrafie e simili, se ne incontrano fondamentalmente di tre tipi:
    • gli acronimi, come quelli inglesi FYI for your information o ASAP as soon as possible, ma anche quelli italiani, si pensi solo a SLMV sei la mia vita, dai libri di Federico Moccia, a TADB ti amo di bene, crasi tra ti amo e ti voglio bene, molto usato in età preadolescenziale, quando ti amo viene ancora sentito come troppo intenso e ti voglio bene come troppo scarso. Un acronimo classico come LOL, laughing out loud, viene usato dai giovanissimi anche coniugato come verbo, lollare, spesso senza avere più coscienza dell’origine acronimica del termine.
    • le tachigrafie vere e proprie, come nn per non o qnt per quanto; rientra, tra le queste, anche l’uso della k per il ch, di x per per, del numero 6 per sei, voce del verbo essere, e così via: da dv dgt? Non sono una novità, dato che le tachigrafie di questo tipo erano già usate dagli amanuensi nel Medioevo, e Giacomo Leopardi, per fare solo un esempio, usava scrivere, nelle lettere, i nomi dei mesi come 8bre, 9bre e Xbre;
    • le abbreviazioni, come asp per aspetta o risp è impo per rispondi è importante: ehi raga tutto rego?
  • Gli emoticon prima e gli emoji poi sono estremamente diffusi, impiegati spesso come un codice “di supporto” alle parole, dato che permettono, se usati bene, di chiarificare il senso di una frase o di esplicitare una battuta. Non è affatto raro l’uso passivo-aggressivo: si pensa di annullare la carica offensiva di un post aggiungendo una faccina. Occorre menzionare l’interessante esperimento di Francesca Chiusaroli di tradurre Pinocchio in emojitaliano; ma in generale, sembra che faccine e testo siano destinati a convivere e non a sostituirsi a vicenda.
  • È molto comune l’uso di parole inglesi più o meno isolate e più o meno “pasticciate” o ibridate:
    • abbiamo i tecnicismi ormai storici dell’informatica e della rete come downloadare o backuppare a quelli più nuovi, difficili da sostituire, come screenshot o taggare;
    • seguono gli pseudotecnicismi legati ai vari canali di comunicazione come whatsappare, instagrammare o shazammare;
    • infine, gli anglismi “di lusso”, usati solo perché sentiti come più espressivi, o perché manca un corrispettivo sintetico italiano, come mansplaining (talvolta tradotto come minchiarimento o maschiarimento) o facepalm o epic fail.
  • Si nota la presenza di elementi dei dialetti, o come recupero della tradizione locale in chiave di orgoglio identitario, o sotto forma di parole isolate non connesse al dialetto conosciuto dall’utente, ma messe in circolazione da qualche influencer del momento: cantanti, personalità di radio e tv, scrittori (si pensi alla spolverata di siciliano letterario di Camilleri che si esplicita in termini come imparpagliato o al balengo della Littizzetto). È estremamente popolare in tutta Italia il romanesco daje, che in molti contesti sostituisce il “vecchio” ok.
  • L’invenzione più o meno giocosa di termini che rimangono spesso degli hapax, cioè occasionalismi, o comunque con vita assai breve, che quindi non arrivano a transitare dai vocabolari. Alcuni, dal canto loro, sembrano avere un’esistenza più lunga, come perculare ‘prendere in giro’ o cuorare ‘apporre un cuore con il doppio tap su Instagram’; molti neologismi ricevono più visibilità grazie al web e ai social, come incel ‘involuntary celibate’ o gengle ‘genitore single’, oltre che all’arcinoto petaloso.
  • Da contraltare alla creazione di parole completamente nuove, sono molto comuni anche le risemantizzazioni funzionali, provenienti in particolar modo dalla traduzione in italiano delle varie piattaforme. Si pensi solo a Facebook e a come abbia contribuito a modificare il significato di parole come bacheca e postare, profilo e commento, amicizia e togliere (nel senso tombale di ‘togliere come contatto dai social’: l’ho tolto).
  • Sono molto comuni anche i cosiddetti riferimenti pop, frasi fatte o polirematiche derivanti da film, telefilm, sitcom, talent show, fumetti ecc.: Vuoi che muoro?, da Masterchef; Per me è un sì, da X-Factor. Anche i giovanissimi usano frasi di film “antichi”, come Ti spiezzo in due (Rocky) o Novantadue minuti di applausi (Fantozzi), magari anche senza conoscere il riferimento originario: la frase-meme sopravvive anche all’oblio del tempo.
  • Vige l’uso della scriptio continua, come nelle iscrizioni romane, cioè la scrittura di più parole senza spazi nel mezzo, magari registrando i raddoppiamenti fonosintattici come in abbestia, vabbuono, chettelodicoaffà ecc. Questo uso, peraltro, è favorito dagli hashtag, che richiedono per l’appunto una scrittura senza spazi.
  • Le maiuscole hanno assunto il ruolo di URLARE (dagli albori della comunicazione social), mentre in molti contesti, soprattutto l’instant messaging, le minuscole sono ritenute quasi superflue: per indicare la fine del periodo, è più immediato premere INVIO e spezzettare il messaggio in invii multipli.
  • Infine, merita un cenno la punteggiatura: è noto che tende a polarizzarsi sui segni di maggiore espressività, come il punto esclamativo (a raffica, talvolta alternato nella fretta anche a numeri 1, come in SVEGLIAAAAA!!!!1!!111!!!!) o il punto interrogativo ugualmente reiterato, o magari i due segni in combinazione: ???!?!?!!!?!. Sono molto popolari anche i puntini, solitamente in sovrannumero rispetto ai tre previsti dall’attuale norma; spesso sono usati come intercalare per riprodurre, in questo strano genere di scritto, le esitazioni del parlato.

Soprattutto nella messaggistica istantanea, il punto in fondo alla frase diventa superfluo, dato che il messaggio si può spezzettare con INVIO, come menzionato sopra. Il punto stesso, diventando opzionale, subisce di conseguenza una risemantizzazione: soprattutto i più giovani lo percepiscono come aggressivo, rispetto alla stessa frase priva del punto. In sostanza, in risposta alla domanda “Sei arrabbiato?”, “No” ha un certo significato, “No.” un altro: l’esatto contrario.

Il “panta rei” linguistico

Come si nota già da molti anni, i cambiamenti della superficie linguistica sono velocissimi, pur mantenendosi all’interno di queste direttrici di mutamento: gli esempi citati nella mia monografia del 2017 Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network un anno dopo sono già obsoleti, a detta soprattutto degli utenti dei social più giovani, con i quali ho avuto la fortuna di consultarmi in diverse occasioni assieme al mio collega Bruno Mastroianni.

Per fare solo alcuni esempi – che ci faranno sentire tutti molto… dinosauri – ecco alcune espressioni piuttosto recenti, in uso soprattutto tra i giovanissimi, che sono, come già ricordato, tra i core user dei social:

  • shippare due persone vuol dire vederle bene in coppia (il termine deriva da relationship);
  • quando due persone, soprattutto di una serie tv o un film o altri prodotti simili, rappresentano la coppia perfetta, sono una OTP (one true pairing), che a volte comporta la “macedonizzazione” dei nomi o dei cognomi dei componenti della coppia: una volta avevamo Brangelina (da Brad Pitt e Angelina Jolie), oggi i Ferragnez (da Chiara Ferragni e Fedez).
  • I rapper e i trapper si dissano tra di loro, ossia si insultano in maniera il più possibile plateale (dal verbo inglese to diss, che deriva da to disrespect).
  • La risposta di alcuni gruppi come la Dark Polo Gang agli hater è BUFU, da by us, fuck you.
  • I giovanissimi, online, si divertono con i challenge, le sfide.
  • Il nuovo “grido di battaglia” dei ragazzi, un po’ come il kowabunga dai tempi delle Tartarughe Ninja, è eskere, storpiatura di let’s get it, ‘andiamocelo a prendere’, dal testo di canzoni di vari rapper, tra cui Lil Pump.

Il pressapochismo linguistico sui social

Mentre quanto elencato sopra può essere considerato segno di creatività di lungo corso, pur in manifestazioni variabili, la caratteristica forse più trasversale a ogni tipo di comunicazione social è l’apparente scarsa attenzione per l’ortografia, come se il contenuto contasse smisuratamente di più del contenitore. Il pressappochismo linguistico è uno degli aspetti della lingua dei social di cui si discute maggiormente, e contemporaneamente quello che svela più particolari sulle idiosincrasie degli italiani nei confronti della loro lingua.

Spesso, il fatto che si tratti di interazioni veloci e percepite anche a torto come informali e transeunti fa sì che l’attenzione per la forma sia davvero molto bassa, nonostante lo stigma che ancora colpisce chi commette certi tipi di errori (che possono essere quasi paragonati all’alitosi: finiscono per distrarre completamente dal contenuto). Ma proprio perché queste interazioni sono percepite dagli utenti più come parlate che come scritte, si tende a non pensare alla loro longevità. Proprio gli errori che si incontrano sui social, o che magari vengono stigmatizzati in gruppi di amanti della lingua, contribuiscono a rivelare le fragilità strutturali che affliggono gli italiani nella scrittura, non solo online ma un po’ in tutti i contesti, compreso quello, delicatissimo, dei curriculum (o curricula) e delle lettere di accompagnamento a questi.

Il pressapochismo delle idee: gli italiani e la lettura

Il fenomeno sembra collegato anche alla scarsa propensione degli italiani alla lettura, rilevata chiaramente dalle rilevazioni Istat nel corso degli anni. Se non si legge, diventa più difficile la decodifica corretta del testo e anche la sua produzione. Il pressappochismo linguistico, del resto, corrisponde spesso al pressappochismo delle idee, come nota John Searle (e come affermava anche Nanni Moretti). Chi non sa scrivere bene, spesso non pensa bene; basta fare un giro sui social network per notarlo: i post più distanti dalla norma per ortografia, sintassi, punteggiatura e lessico sono quelli che professano idee superficiali, o condividono notizie false, o esternano odio assolutamente fine a sé stesso, senza alcuna attenzione per il contesto e per il pubblico, come in questa raggelante replica a un tweet di Laura Boldrini, che praticamente necessita di una traduzione.

I dolori dei giovani Ferragnez

Traggo alcuni esempi dal feed Instagram della più famosa influencer italiana, Chiara Ferragni, perché, data la popolarità del personaggio, attrae un pubblico davvero vario per livelli e intenzioni comunicative.

Analizziamo qualche commento da post recenti.

Questa volta, il messaggio non contiene errori di superficie linguistica. L’errore più grande, casomai, è il tono complessivo, nonché l’idea stessa che Ferragni possa essere interessata al parere di un commentatore. Alla influencer vengono rivolte offese piuttosto pesanti, che quasi sicuramente il “leone da tastiera”, qui “protetto” anche dalla scelta di un nickname, non avrebbe osato esprimere in presenza, a voce. È il noto effetto disinibente della comunicazione mediata, uno dei più noti e commentati. Si rilevi il riferimento a chi non arriva a fine mese: un caso di benaltrismo che consiste nel collegare due questioni in realtà completamente indipendenti l’una dall’altra; il fatto che una persona non guadagni abbastanza non è conseguente in alcun modo alla ricchezza o alla sua ostentazione da parte della coppia Ferragnez, anche se probabilmente avere espresso indignazione in questo modo offensivo avrà sicuramente procurato qualche forma di sollievo al povero commentatore.

Si noti in questo commento il ricorso al turpiloquio: cazzo, cagate, rincoglionito; il tutto, condito nuovamente da giudizi e consigli decisamente non richiesti. Volendo essere precisi, il è scritto erroneamente con l’accento, ma per il resto sono più le idee e le scelte lessicali a destare qualche perplessità. Niente di nuovo, di fatto: da sempre, le persone hanno l’abitudine di commentare più o meno acidamente le notizie sulle persone famose. La grande differenza, casomai, è il contesto. Mentre commentare una rivista in casa o dal parrucchiere, o al bar, ha una risonanza limitata (non si va oltre le persone presenti), le conseguenze del farlo davanti a un uditorio così vasto come un post pubblico su Instagram sono, di fatto, imprevedibili. Abbiamo già parlato dell’effetto-tinello, che potrebbe venire citato anche in questa sede: l’aspetto più evidente di questi messaggi di odio è, infatti, l’inadeguatezza rispetto al contesto. Chissà come si sentirebbero questi utenti sapendo che i loro messaggi vengono citati come esempi in un articolo online!

Ovviamente, visto il tenore dei commenti, non sono rare le “zuffe” tra commentatori, nelle quali fanboy (e –girl) e hater si affrontano a colpi di repliche arrabbiate.

In questo caso, in cui l’utente mostra di avere perso la pazienza, la superficie linguistica cede di pari passo con l’ira, soprattutto dal punto di vista della punteggiatura, incerta e inserita male (cfr. ad es. gli spazi prima dei segni di interpunzione). Il VERGOGNATI scritto tutto maiuscolo, quindi urlato, fa parte di un modo anch’esso abbastanza standard di reagire con indignazione. Si trova anche un esempio di tachigrafia, gg per giorni, e sti scritto senza l’apostrofo (dovrebbe essere ‘sti). Anche qui, si ricorre al turpiloquio e perfino alla minaccia fisica.

Ecco un dialogo molto serrato tra due commentatrici, sempre dal solito feed.

La sequenza propone diversi spunti interessanti: intanto, l’escalation di insulti reciproci che ha un che di rituale, un po’ come il dissing dei rapper (e che di fatto si rifà a tradizioni antichissime, come la pratica del flyting di cui si trovano esempi già nel sedicesimo secolo). Le offese reciproche sono sottolineate da una punteggiatura assai sopra le righe, tra puntini, punti esclamativi e sequenze di punti interrogativi ed esclamativi. Si altalena tra il tu e il voi, passando dall’insulto diretto all’insulto per la categoria (degli hater e dei fan). Il livello di attenzione per la lingua non è altissimo, tanto è vero che si incontrano alcuni typo e compaiono esempi di turpiloquio (anche se abbiamo perfino un esempio di autocensura, sc****). Il tocco finale è il bye, tipico dei salutisti, ossia di quelli che abbandonano la discussione in maniera improvvisa e violenta, ostentando una certa superiorità tramite l’apparente educazione del saluto. In realtà, è un modo molto violento per avere l’illusione dell’ultima parola.

Siamo le parole che usiamo

La correlazione tra modo di esprimersi e l’idea che gli altri si formeranno di noi è diretta e molto forte. Nello spazio comunicativamente spartano della rete, noi siamo le parole che scegliamo di usare, nel bene e nel male. Sembra una vera banalità, ma la sensazione è che non siano poi molte le persone che manifestano piena consapevolezza dell’importanza della parola nella costruzione del sé. Riflettiamo su un piccolo caso senza particolare rilevanza, ma che può turbare per la sua violenza. Un utente, iscritto a Twitter da poco (gennaio 2018), con un nickname formato da un nome, forse il suo, seguito da un lungo numero progressivo, che twitta odio puro.

Chiaramente, il post viene subito commentato da molti con indignazione, ma l’autore non sembra particolarmente scosso. Il vero problema, ovviamente, è il contenuto, ma non si può non notare anche la forma, a ulteriore dimostrazione della correlazione tra rozzezza del pensiero e della lingua usata. Anche nei commenti, che ovviamente sono altrettanto polarizzati, la situazione non migliora (il proprietario del feed è in nero).

Le parole scelte, assieme alle incertezze ortografiche e interpuntive, contribuiscono a formare molto chiaramente un’idea del proprietario di questo feed, che del resto si conferma tutto pieno di messaggi simili, sempre scritti con un linguaggio estremamente violento. Analizzando il profilo di questa persona, si ha la sensazione di essere davanti a un vero hater, che “trolla” in maniera volontaria gli altri utenti con post volti proprio a sollevare indignazione. A parte segnalare post che incitano apertamente all’odio, si riconferma la regola aurea da tenere presente davanti a questi leoni da tastiera: non considerarli, come consiglia magistralmente Zerocalcare in risposta al “latrare sguaiato delle bestie” o, per dare il consiglio più “vintage” di tutti, don’t feed the troll: quanto appare patetica una persona che sbraita da sola, senza che nessuno la consideri? Se le urla scomposte sono un tentativo di attirare l’attenzione, la risposta più sana è proprio l’indifferenza, perché il troll si “nutre” delle repliche che riceve.

Scrivere cose orribili sui social, la tentazione coglie tutti

Ovviamente, l’indifferenza non è sempre possibile, soprattutto quando il perpetratore dell’odio è un personaggio famoso, come nel recentissimo caso di Roseanne Barr e del suo tweet razzista che ha portato addirittura alla cancellazione del remake della sua serie TV cult degli anni Ottanta e Novanta, conosciuta in Italia come Pappa e ciccia. Com’è possibile che non solo “persone comuni”, ma anche esperti di comunicazione cedano alla tentazione di scrivere cose orribili sui social? Davvero basta la disinibizione data dal fatto di non vedere l’altro in faccia? Anche in questo caso, la Barr si è scusata, ma come sempre, lo scusarsi a posteriori non riesce davvero ad apparire incisivo quanto lo sfogo originario. Allora la domanda è: come mai le persone non ci pensano? Probabilmente è un misto tra effetto-tinello (con la convinzione che una battuta, anche un po’ forte, possa funzionare universalmente, poiché ha funzionato nel proprio salotto, rimanendo stupiti se poi così non è), disinibizione legata alla comunicazione mediata e, semplicemente, una generale leggerezza che nasce dalla convinzione, ovviamente del tutto sbagliata, che la scrittura social sia volatile, di poca rilevanza. Ovviamente, dobbiamo ormai accettare che ogni nostra parola “rilasciata” in rete ha il suo peso in rete, tutt’altro che irrilevante.

Nessun idioma è immune dal pressapochismo

Forse è rinfrancante pensare che queste tendenze sono, in realtà, riscontrabili un po’ in tutte le lingue. La minore attenzione rivolta alla lingua scritta, anzi digitata, la tendenza al pressappochismo, la visibile difficoltà nel gestire le proprie competenze linguistiche e comunicative nell’iperconnessione, i problemi legati al mancato filtro tra faccia pubblica e faccia privata si riscontrano indipendentemente dall’idioma usato nelle relazioni in rete: sono delle tendenze tutto sommato trasversali, che in alcune lingue si esplicitano maggiormente negli errori di spelling (come in inglese e in generale nelle lingue in cui pronuncia e grafia sono più distanti), in altre in modi differenti, ma che nel complesso portano a pensare che la questione dello “stare bene in rete“ tramite l’uso accorto delle parole sia da analizzare e affrontare a livello globale, non limitando lo sguardo al proprio “orticello”, pur tenendo conto dell’enorme variabilità.

Le due spie della “normalizzazione” della scrittura

Negli anni recenti, come già accennato, i più grossi cambiamenti rispetto al quadro presentato sono dovuti al passaggio da un’utenza di élite a una “rete delle masse”. E i cambiamenti vanno in una direzione tutta da scoprire, ma molto interessante. In sostanza, agli albori della comunicazione social, usare certe caratteristiche della lingua della rete come le tachigrafie, le abbreviazioni, le acronimie, le k e altri fenomeni simili era un modo di distinguersi, oltre che, come già accennato, una necessità dettata dai grandi limiti tecnici della connessione. Con la massificazione della rete e con l’evoluzione tecnologica, questo modo “zippato” di comunicare ha perso via via di rilevanza sia come segno distintivo dell’élite connessa che come modo per aggirare le limitazioni tecniche.

Non a caso, assistiamo negli ultimi anni a una vera e propria normalizzazione della scrittura, nella direzione di un riavvicinamento a un qualche tipo di norma linguistica. In fondo, tolti i limiti di spazio e di tempo, e grazie alla presenza dei correttori ortografici e dei sistemi di inserimento predittivo del testo, anche “giocare con la lingua” è diventato quasi una perdita di tempo.

Che si sia in una fase di normalizzazione si nota anche da altri due aspetti.

  • Una è la tendenza ad abbandonare il nickname rispetto all’uso del proprio nome, provocata in parte dalle politiche delle piattaforme, Facebook in primis (mentre l’uso dei soprannomi resiste ancora su Instagram e altri social), che porta a un interessante effetto sociale: mentre non è detto che gli hater si nascondano dietro a nickname (anzi, molti di quelli diventati famosi in rete – senza volerlo – si firmavano, banalmente, con il proprio nome e cognome), oggi in molti contesti si tende a dare più credito a un interlocutore che si firma con il proprio nome piuttosto che a uno che usa un soprannome. Via via che ricreiamo in rete la nostra società reale, insomma, ecco che ridiventa normale presentarsi come sé stessi, senza quella che ad alcuni può dare l’impressione di essere una maschera.
  • L’altra spia di una normalizzazione in corso è il ritorno del lei: nei decenni passati, il tu telematico, derivato certamente dall’uso sovraesteso dello you inglese, è stato la principale forma di appellativo di cortesia in rete, anche tra perfetti sconosciuti: in fondo, finché gli utenti erano in numero limitato, chi navigava si sentiva parte di un gruppo in cui tutti erano amici di tutti per il semplice motivo di stare online. Oggi, stiamo ricreando in rete le stratificazioni della nostra vita offline, e si tendono a replicare anche in questo contesto le tipiche forme di interazione cortese: non è più così strano, dunque, darsi del lei tra sconosciuti sui social, soprattutto quelli frequentati da più persone adulte come Facebook o LinkedIn.

Nel complesso, si potrebbe dire che è un po’ come se i social avessero perso quell’aura di esotismo che avevano quando erano ancora una nuova frontiera semisconosciuta: si ricordi solo come descriveva Howard Rheingold le comunità virtuali all’inizio degli anni Duemila, e come la percezione del fenomeno social sia oggi completamente differente.

Questioni di lingua e di vita

L’uso della lingua sui social, dunque, è profondamente cambiato nel corso del tempo e continua tuttora a essere in evoluzione. Dove questa evoluzione porterà, non è dato saperlo. Abbiamo visto alcune tendenze, ed è probabile che con il tempo le persone volgano sempre più attenzione alla loro reputazione in rete, curando di conseguenza di più la lingua usata. In fondo, sono competenze che dobbiamo farci tutti: è necessario imparare a vivere bene nell’iperconnessione, comprendendo che siamo diventati come dei piccoli personaggi pubblici che di conseguenza devono imparare a gestire bene quello che fanno vedere sui social, ricordando che la maggior parte della costruzione della personalità online passa proprio dalle parole. In più, dal momento che siamo costantemente messi di fronte alla diversità (di opinione, di vedute, di convinzioni, di educazione…) occorre imparare ad argomentare, ossia a dissentire senza scivolare perennemente nel litigio: di nuovo, una competenza antica che oggi ci serve più che mai.

Saremo, come esseri umani, all’altezza della sfida cognitiva e comunicativa offerta dalle nuove forme di connessione che abbiamo creato?

Ai post(eri) l’ardua sentenza. Ma ricordando che la rivoluzione silenziosa parte dalle scelte individuali di ognuno di noi.

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