il terzo rinascimento

L’intelligenza artificiale farà emergere la vera potenza dell’umano, ecco perché

Il futuro sarà più umano: la tecnologia più raffinata rappresenta infatti la scintilla dell’umano all’ennesima potenza. Saremo noi a dover decidere in che termini e in quale direzione, e di certo non siamo disposti a perdere il gusto, l’ingegno, la qualità. E questo ci salverà

18 Dic 2019
Francesco Morace

Presidente di Future Concept Lab


Per affrontare con cognizione di causa il grande tema dell’Intelligenza Artificiale e della sua crescente pervasività nella nostra esistenza quotidiana, è necessario definire con chiarezza il campo di gioco, e individuare la prossima sfida che coinvolgerà il mondo: ragionare sui tempi e le forme dell’umano e del dis-umano, in una partita a scacchi tra le distopie possibili e le risorse di umanità che la nostra esistenza ci dispensa.

(Tecnologia+Empatia) = (Umano2)

Una sfida irrevocabile e senza esclusione di colpi che già oggi si gioca tra le forme sempre più raffinate di intelligenza artificiale e le sfumature sempre più variegate della sensibilità umana. Nel libro Futuro+Umano[1] che abbiamo dedicato a questo tema, abbiamo provato a partire da un’equazione: (Tecnologia+Empatia) = (Umano2). E cioè: la tecnologia – raffinata espressione di creatività – quando incontra l’empatia, produce umanità alla seconda potenza.

E’ da questo paradosso che avvieremo la nostra analisi: l’intelligenza artificiale nel medio-lungo termine contribuirà a far emergere e maturare la vera potenza dell’umano che da sempre si muove tra capriccio e genialità. Il futuro sarà comunque più umano: la tecnologia più raffinata rappresenta infatti la scintilla dell’umano all’ennesima potenza. Saremo noi a dover decidere in che termini e in quale direzione. Umana è la sperimentazione tecnologica che conduce all’intelligenza artificiale, umana la ricerca di talenti e qualità che non siano riproducibili algoritmicamente.

Il (futuro + umano) può essere addizione di (tecnologia + empatia), ma anche antinomia di (artificiale + biologico), o ancora utopia di (performance + diritti umani), ma anche distopia di (potere + capriccio). Dipenderà solo da noi.

Dovendosi misurare con l’intelligenza predittiva delle macchine, saremo costretti – nostro malgrado – a misurarci con il bene e con il male della nostra imprevedibile condizione: umana troppo umana, avrebbe detto Nietzsche. Arrivando finalmente a individuare il segreto della nostra grandezza e della nostra miseria: l’affezione, la fragilità e la potenza del pensare. Un pensare che si distilla nella tradizione millenaria di filosofie, cosmologie, religioni che si tramandano da secoli, ma anche nei sogni utopici e i rischi distopici della tecnoscienza.

Intelligenza artificiale e intelletto umano

L’ipotesi di lavoro è chiara e semplice: la categoria dell’intelligenza artificiale – potente nella predizione ma assente nella “visione altra” che poi fonda la costruzione del futuro – aiuta a mettere in risalto – come contraltare – l’intelletto umano e ciò che di imperscrutabile risiede in ogni intelligenza: intuizione, sensibilità, riconoscenza, speranza, ma anche distruttività, cinismo, efferata violenza. Quando parliamo di uomini come belve, facciamo un torto al mondo animale: profondamente crudeli possono essere solo gli uomini, nel momento in cui riflettono e progettano di esserlo.

Dovendosi misurare con il machine learning e l’apprendimento automatico, l’umano sarà costretto – suo malgrado – a comprendere lo straordinario mistero della sua unicità. Arrivando finalmente a individuare il segreto poetico della propria grandezza: l’affettività come nocciolo duro della propria esistenza, della propria soggettività. Finalmente potremmo valorizzare – come scrive Edgar Morin – “l’aspetto più prezioso e fragile del reale: la bellezza, la bontà, l’amore”[2]

Sembra buonismo a buon mercato, ed è invece il distillato prezioso della saggezza millenaria che filtra dalla cosmologia più raffinata: dal taoismo al buddismo zen.

La categoria stessa dell’intelligenza artificiale dimostrerà la propria inadeguatezza, almeno in termini di definizione, mettendo in rilievo l’imperscrutabile valenza umana che risiede in ogni intelligenza: fragilità, esitazione, sorriso, carezza. Soluzioni impreviste, risolutive: tornando sui problemi e risolvendoli con un pensiero lungo. E allora risulterà evidente la inevitabile confusione che la metamorfosi in atto ha generato in un tempo sbandato che è costretto a ridefinire le mappe del proprio pensare e quindi del proprio agire.

Intelligenza artificiale e speranza

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La bussola che l’intelligenza artificiale pretende di fornire è solo funzionale, computazionale, ma sempre meaningless, senza quel significato che solo noi possiamo dare alle cose, non fornisce quella mappa del mondo, non garantisce quel senso (il meaning) così necessario al pensiero strategico più profondamente umano. Intriso di quel sentimento utopico che è la speranza.

I capricci come quelli dei bambini, la passività – dovuta alla confusione delle troppe scelte possibili, la superficialità dei troppi diritti[3], ma anche la bassa risoluzione del digitale che accettiamo perché più veloce e accessibile – dove ci condurrà? Il caos – che a volte appare un inevitabile destino in preda alla labilità dell’informazione, al fake, alla mancanza di garanzie – metterà a rischio la nostra capacità di comprensione?

Le macchine non sperano e questo rimarrà il nostro vantaggio incommensurabile: il valore aggiunto dell’umano è la tensione utopica verso un futuro che si desidera. Gli uomini e le donne sono macchine desideranti, e tali continueranno a essere in modo radicale, nel bene e nel male. Il nostro futuro dipenderà dalla qualità dei nostri desideri e da una intatta capacità di sperare.

La scommessa risiede nella capacità dell’umano di attivare la sua intelligenza più profonda nutrendosi in modo sensato dei nuovi dati che avrà a disposizione e che non costituiscono un mondo alternativo, ma piuttosto il carburante per nuove forme di intelligenza, meno orientata a desideri immediati (che diventano capricci) e impegnata invece nella costruzione strategica di un mondo migliore, all’interno di un quadro equilibrato di diritti e doveri, su cui continua a fondarsi la convivenza umana. Si tratterà di arginare i rischi e i vizi che si intravedono in una società orientata al cinismo, all’indifferenza e al narcisismo di ritorno: il rischio non risiede nelle macchine e nella loro intelligenza (comunque per certi versi portentosa) ma nella capricciosa stupidità tutta umana, che potrebbe segnare irrimediabilmente il nostro tempo.

Cosa siamo disposti a perdere? (cit.)

Per affrontare questa sfida e vincere la scommessa, bisognerà trasformare il capriccio in gusto, la passività in ingegno, il caos in qualità. In questa sfida bisognerà attivare – tutte insieme e contestualmente – curiosità, passione e cura. Non solo curiosità che da sola può essere dispersiva, non solo passione che facilmente si trasforma in monomania e ossessione, non solo cura che ha bisogno di nuovi orizzonti per rimanere sana e vitale. Dal capriccio – impregnato di narcisismo, irrilevanza, impazienza – bisognerà tornare a elaborare il gusto, che implica sensibilità estetica, saper fare, discernimento. Dalla passività che spesso deriva da un eccesso di scelta, da una ubriacatura libertaria e irresponsabile, da una condivisione superficiale del peggio, da una bassa risoluzione delle esperienze a cui spesso conduce il digitale massificato – attraverso la passione si dovrà risalire verso l’ingegno che si nutre di talento, interdisciplinarietà, versatilità. Dal caos – che a volte appare un inevitabile destino in preda alla labilità dell’informazione, al fake, alla mancanza di garanzie – bisognerà far riemergere la qualità, sostenuta dalla certificazione, dalla rifinitura, dalla sostenibilità. Per citare Jovanotti: nella metamorfosi in atto cosa siamo disposti a perdere? La nostra risposta è: meno di quanto pensassimo.

Non vogliamo perdere la qualità della vita, delle relazioni, e neanche l’alta definizione delle nostre esperienze, della musica che ascoltiamo, delle fotografie che osserviamo, del cibo che mangiamo. Non vogliamo perdere il gusto, l’ingegno, la qualità. In questo triplice passaggio risiede anche il futuro strategico dell’italian way, del nostro vivere e pensare, del made in Italy e del Terzo Rinascimento.

Con l’esperienza del gusto si tratta di sperimentare le occasioni, di connettere le generazioni, di ampliare la gamma possibile di esperienze eccellenti. Con la sfida dell’ingegno sarà necessario dimostrare il talento, espandere la qualità della vita, far evolvere la tradizione. Nella dimensione della qualità, che significa qualità della vita, benessere ed “essere bene”, emergerà il rispetto per il territorio, la cura per i dettagli, l’educazione dei clienti. Riflettere su queste tre dimensioni ci aiuterà a comprendere i limiti dell’Intelligenza Artificiale e a definire l’obiettivo delle sfide future, da sviluppare con creatività e intelligenza tutta umana, partendo da ciò che le macchine non potranno mai garantire.

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  1. Francesco Morace, Futuro + Umano. Tutto quello che l’intelligenza artificiale non potrà mai darci. Egea, Milano, 2019.
  2. Da un’intervista a Edgar Morin, La mia Hiroshima personale, Io Donna, Corriere della Sera, 7/11/2013
  3. Vedi a questo proposito Alessandro Barbano, Troppi diritti. L’Italia tradita dalla libertà. Mondadori, Milano, 2018.

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