La recensione

“Living With Robots”: perché negli automi raffiguriamo noi stessi (e ne abbiamo così paura)

Ruth Aylett e Patricia A. Vargas nel loro eccezionale testo “Living with Robots: What Every Anxious Human Needs to Know” spiegano la radice culturale della paura nei confronti degli automi, contribuendo a riportare realismo in questo ambito

08 Mar 2022
Lorenza Saettone

Filosofa specializzata in Epistemologia e Cognitivismo, PhD Student in Robotics and Intelligent Machines for Healthcare and Wellness of Persons

robot

Gli automi hanno sempre affascinato l’immaginario collettivo, diventando parte delle leggende su luoghi lontani, al pari dei bestiari e delle cosmogonie. Spesso quei racconti non li dipingevano come tecnologie utili ad alleviare le fatiche umane, al contrario erano quasi sempre al centro dell’intrattenimento, foggiati in metalli preziosi e capaci di prodigi e di arte. Oggi non è cambiato poi molto il nostro modo di fantasticare.

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Quando rappresentiamo i robot sarebbe assai noioso riferire di una planetaria da cucina e di un conta-passi, molto più divertente è raccontare storie di umanoidi, forse senzienti, di certo più svegli degli umani. Li crediamo capaci di muoversi su due piedi senza eccessivi tentennamenti, ma nella realtà i robotici sanno bene quanto replicare la camminata umana sia complesso, dispendioso e quindi non efficiente. “Eppure nei film e nei video li abbiamo visti camminare su due gambe!”, sono sicura stiate dicendovi questo. In realtà quei robot sono spesso esseri umani, attori, vestiti di metallo: insomma cavalieri. Inoltre, non dimentichiamo il lavoro di editing e di effetti speciali, tra motion capture e tagli ad hoc.

Quella che viene presentata al pubblico è sempre l’idea che abbiamo degli automi, una credenza che da sempre ci piace immaginare e che viene di nuovo corroborata da ciò che i media mostrano. Perché abbiamo bisogno di credere a ciò? Perché proviamo a danzare con un robot? Innanzitutto, attraverso la condivisione del bello si costruisce la fiducia, ma non è soltanto questo…

Living with robots: il reale stato dell’arte nel campo della robotica

Ruth Aylett e Patricia A. Vargas nel loro eccezionale testo “Living with Robots: What Every Anxious Human Needs to Know” spiegano la radice culturale della paura nei confronti degli automi, contribuendo a riportare realismo in questo ambito. Nei capitoli del libro si fa una specie di debunking, riportandoci al reale stato dell’arte nel campo della robotica.

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Si parte dalla definizione “physically embodied agent” per avere idee più adeguate di cosa sia un robot e per escludere dal raggio referenziale della definizione, ad esempio, i personaggi dei videogame, i quali non hanno né una relazione con il mondo fisico e nemmeno possiedono un corpo, ossia una estensione fisica per agire autonomamente. In effetti l’ultimo termine “agent” significa proprio che il robot è dotato di motori e soprattutto di sensori con cui rispondere all’ambiente, scegliendo tra un range di azioni.

I limiti dei robot umanoidi

Nel testo si comprende che per i robot umanoidi esistono un limite di somiglianza oltre al quale si cade nel disturbante e un limite di possibilità. La caratteristica degli esseri umani è quella di avere molta capacità di adattamento. Non abbiamo bisogno che il mondo sia strutturato ad hoc per le nostre caratteristiche. Con le risorse che abbiamo (muscoli morbidi, un apparato scheletrico dotato di moltissimi “degrees of freedom” disponibili per farci agire, grande capacità interpretativa, propriocezione, creatività) sappiamo cogliere le affordances di ogni situazione, rispondendo sempre con efficacia. Al contrario il robot trova difficoltà a essere utilizzato in modo olistico. Se il braccio meccanico nasce per afferrare una tazzina è arduo riutilizzare tale estensione fisica per altri compiti non inclusi nel design. Ciò che noi eseguiamo senza difficoltà con la mano, come abbracciare, rimescolare, aggiustare, indicare, per il robot è fantascienza. Lo stesso accade nel riconoscimento degli oggetti: noi siamo molto abili a interpretare la scena, siamo dotati di attenzione selettiva, non abbiamo bisogno di processare ogni input. Il robot non vede oggetti, non sente voci, percepisce semplicemente una serie di numeri e soprattutto non sa scegliere cosa sia rilevante. “Al robot non servono numeri, ma abbisogna di informazione e l’informazione dipende strettamente dallo scopo del robot: evitare ostacoli, riconoscere un oggetto, un suono, reagire a un certo tipo di odore”. Ma come si fa?

Perché la nostra idea di robot è irreale

Per simulare l’identificazione degli enti si possono raggruppare pixel simili così da ritagliare la figura dallo sfondo; tuttavia, si inserisce sempre una certa dose di incertezza e di errore nell’identificazione. L’IA può facilitare il riconoscimento, certo, e insieme all’uso di filtri con cui diminuire il rumore dei sensori, l’incertezza viene sicuramente ridotta, ma non abbastanza. Ecco perché Elon Musk aveva ammesso che le auto a guida completamente autonoma fossero un problema difficile. Sulle strade c’è bisogno di riconoscere in fretta di che ostacolo si tratta per reagire altrettanto velocemente, il task non è quello di rumba: il pericolo e la complessità del compito sono molto più complicati per l’automotive sector. Insomma, da tutto ciò si comprende come la nostra idea di robot sia irreale: non possono essere competitor, proprio perché abbiamo caratteristiche irriducibili, né loro sostituiranno noi, né noi li sostituiremo. Come afferma Daniele Mazzei la nostra vita non somiglierà ai racconti di Asimov. “Vivremo dentro a un robot”, nel senso che avremo a che fare sempre più con case smart, città intelligenti e oggetti interattivi capaci di offrirci un supporto più efficiente per le nostre attività.

Da dove deriva il nostro terrore dei robot

Allora da dove deriva il nostro terrore? Perché continuiamo a vederci simili a loro? Perché persistiamo a riprodurre caratteri umanoidi nonostante sia poco efficiente? Perché usare le macchine come strumenti sociali, dotandole di occhi e battito di ciglia, se è inutile? Perché lo facciamo da secoli?

Come avevo spiegato anche in un articolo relativo all’Internet delle Cose e al diverso impiego della robotica in Giappone e in Europa, la radice animistica del Paese asiatico chiarisce il motivo per il quale nei contesti di cura, di assistenza sia effettivamente più facile trovare macchine al posto degli esseri umani rispetto a qui. Ruth Aylett e Patricia Vargas spiegano che la nostra diffidenza nei confronti di tali strumenti ha radici sociali molto antiche; risale al terrore di essere colpiti da nemesis. I miti a fondamento della nostra cultura sono sempre stati ambivalenti nei confronti della tecnologia, da una parte la grande fascinazione e l’interesse suscitato dai macchinari automatici di cui sono pieni i racconti, dall’altra il finale sempre nefasto per chi aveva osato creare qualcosa di simile all’uomo, sostituendosi al Dio. La tecnologia è sempre stata in stretta connessione al sentimento del Sublime (“l’orrendo che affascina”), allora non è un caso che spesso la si è collocata in settori legati al bello, all’arte.

Il progetto “Pinocchio all’Opera

Sono molti i progetti internazionali che propongono l’utilizzo di robot nella danza, nel teatro, nella musica. Scuola di Robotica, per esempio, aveva curato un’iniziativa molto interessante per valorizzare la storia di Pinocchio e l’Opera italiana e, contestualmente, avvicinare i più piccoli alla lirica. Il progetto si intitola eloquentemente “Pinocchio all’Opera”: un’orchestra di quaranta Pinocchi, ognuno dei quali in grado di suonare uno strumento.

Pinocchio è un esempio di animismo, di marchingegno vivificato dal desiderio dell’artigiano Geppetto, dalla nostra innata pareidolia, per questo la scelta di utilizzarlo come modello robotico è perfetta. Un marchingegno vivificato dall’ingegno è la secolarizzazione della radice animistica umana (Cfr. Animismo razionalizzato dell’IA, Lorenza Saettone). Per il robot la spiegazione è meccanica, il soffio vitale è ingegneristico, ma si sa che il legame tra robot e Frankenstein e tra magia e scienza (Arcane è un esempio) è immediato. Non solo, a partire dalla visione dualistica di Cartesio si è amplificata la convinzione per cui l’essere umano, se privato della sua anima, non è distante da un robot. Ecco un altro motivo per cui temere gli androidi: abbiamo paura di essere troppo simili a degli oggetti e che quegli oggetti siano troppo simili a noi.

Simulare il comportamento umano nei robot non è efficiente da un punto di vista funzionale, abbiamo detto: è preferibile il movimento su ruote o con tante “zampette”. Eppure, continuiamo a rappresentarlo. Il motivo, a mio avviso, è che si tratta di un modo per osservare noi stessi. Per pensare a come siamo strutturati e quindi per acquisire coscienza di noi.

Conclusioni

Come ho spesso sostenuto la coscienza di sé, di essere Io è un qualcosa che deriva solo dall’osservarsi come un Tu. Non solo, qualunque Tu allora può servire a guisa di coscienza di sé. La mente non è affatto interna. Pensiamo alla sovrapposizione tra azione vista e compiuta in prima persona, secondo le evidenze dei neuroni specchio: il pensiero è esteso al di là dei limiti del mio corpo e specialmente il Tu è la mia mente. Non solo, se simulare comportamenti attraverso i robot è un modo per riflettere su noi stessi, per acquisire coscienza, allora la simulazione della coscienza -è- la coscienza.

Riferendomi al filosofo Alva Noe, l’arte stessa è sempre una simulazione di attività di base dell’essere umano. Essa è uno “strano oggetto”, solo apparentemente inutile. Simulando le nostre attività, l’arte è quella cosa che ci consente di pensarle. Essa, insomma, permette di strutturare le nostre strategie nell’ambiente. La coreografia non è danza spontanea e l’arte figurativa non è uno scarabocchio, eppure in entrambi i casi simulano quell’attività primigenia e la riorganizzano, andando, poi, di nuovo a modificare le attività di base da cui erano partite, rendendole così meno caotiche. È come la Cerimonia del Tè: apparentemente sembrerebbe un insieme vuoto di regole, privo di utilità, in realtà quei movimenti sono organizzati per risparmiare tempo. Non sono scelti a caso.

Il modo in cui ha danzato il primo uomo non si può ricordare, perché appena lo ricordiamo è già coreografia; il primo che ha pensato era già filosofia: è il paradosso dei loop temporali.

Se l’arte, le simulazioni dei videogame e gli automi consentono di pensarci e ripensarci, allora le fantasie sui robot dediti all’arte hanno un’utilità pratica. Servono a rendere le nostre azioni più raffinate, riorganizzando le attività di base, comprese quelle sociali. Sono quello che chiamiamo filosofia.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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