la mente estesa

Lo smartphone peggiora la vita? La risposta è nella responsabilità personale: ecco come

I media digitali sono parte integrante della nostra mente. Accettare questa idea vuol dire essere protagonisti del cambiamento, con tutta la responsabilità che questo comporta. E dal momento che ciascuno di noi, grazie alla rete, ha un suo piccolo potere, ecco cosa fare per dare al futuro la giusta direzione

21 Giu 2018
Paolo Subioli

Blogger, autore di “Zen in the City” e di “Ama il tuo smartphone come te stesso”

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Quale futuro ci aspetta, con tutte le trasformazioni radicali alle quali stiamo assistendo? Tutti coloro che, come me, sono nati e sono diventati adulti nel 20° secolo, si preoccupano per le tante cose che stiamo perdendo: i negozi di quartiere, la partecipazione politica sul territorio, la capacità di memorizzare le informazioni, l’autorevolezza dei mezzi d’informazione, e molto altro ancora. Il digitale è una vera rivoluzione, ma evidentemente non sempre per il meglio, come dimostrano fenomeni come il cyberbullismo o le fake news, per citarne solo un paio.

Viaggiando in treno o in metropolitana, appare chiaro quanto le nostre menti siano completamente catturate dagli schermi, appena hanno un po’ di tempo a disposizione. È lecito chiedersi se tutto ciò sia salutare, anche perché il cambiamento è avvenuto in così pochi anni che non c’è stato tempo a sufficienza per capirne la reale portata.

Non sto parlando degli aspetti che richiedono soluzioni politiche, che pure sono importanti. Il cambiamento in corso è qualcosa di addirittura più grande, risscuopetto al raggio d’azione della politica. Qui entra in gioco un grande trasformazione della mente umana e secondo me di questo vale la pena parlare, anche perché la mente umana è qualcosa che – avendo una dimensione individuale e collettiva al tempo stesso – riguarda ciascuno di noi.

Ho approfondito questi temi nel mio ultimo libro “Ama il tuo smartphone come te stesso”, che è stato da poco pubblicato da Red edizioni.

Pc e smartphone, evoluzione della mente umana

All’inizio del film “2001 Odissea nello spazio” si vede un ominide che rovista alla ricerca di cibo tra i resti di un animale morto. A un certo punto appare un misterioso monolito nero (un elemento simbolico nel film) e allora quella scimmia quasi umana ha un’intuizione: uno degli ossi più grandi può essere utilizzato come arma. Quella trovata geniale segna un’importante evoluzione nella nostra specie, perché da quel momento l’homo sapiens impara a servirsi di oggetti esterni al proprio corpo per ampliare le proprie capacità. Grazie all’intelligenza di quell’ominide, abbiamo conquistato la Terra e sottomesso ogni altro animale.

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Oggi i computer e gli smartphone ci stanno facendo fare un nuovo enorme balzo in avanti. E non si tratta solo di una conquista tecnologica, ma di una vera e propria evoluzione della mente umana.

Cos’è la mente estesa

Ma qui è necessario richiamare il concetto di “mente estesa”, un modello sviluppato dai filosofi e “neuro-scienziati” Andy Clark e David Chalmers alla fine degli anni ’90. Il loro lavoro si colloca sulla scia di una ricerca sulla mente che, a partire soprattutto da Alan Turing (quello di “The Imitation Game”) ha consentito di scoprire prima che il cervello è in grado di elaborare informazioni, poi che la mente si colloca sia nel cervello sia nel resto del corpo, poi ancora che essa è strettamente interconnessa all’ambiente.

La mente estesa, in particolare, è quella dimensione che si verifica nel momento in cui utilizziamo degli strumenti esterni come ausilio a determinati processi cognitivi, come ad esempio il taccuino, la calcolatrice, l’agenda, eccetera. Tale utilizzo costituisce un processo cognitivo nel quale partecipano sia la mente umana sia l’oggetto stesso, i quali compongono un “sistema abbinato” dove entrambi sono ugualmente indispensabili e attivi. Rimuovere l’oggetto esterno comporterebbe lo stesso danno funzionale che rimuovere la parte di cervello interessata. Se mi segno su un taccuino la lista della spesa e poi lo porto con me al supermercato, il processo cognitivo che mi consente di comprare le cose giuste è frutto di una collaborazione tra cervello, penna e taccuino.

I media digitali come parte della nostra mente

Se ciò è vero, anche quando utilizziamo un dispositivo digitale o uno dei servizi che esso veicola, il processo cognitivo avviene grazie a una collaborazione tra cervello e oggetto esterno. Quando effettuiamo una ricerca su Google o raggiungiamo una destinazione grazie alle Google Maps, la collaborazione si attiva per consentire il processo cognitivo. Dunque possiamo affermare che tutti i media digitali – cioè dispositivi come gli smartphone, i tablet e i computer, ma anche i servizi digitali che essi veicolano, come Facebook, Google, le varie app, eccetera – costituiscono parte integrante della nostra mente. Senza la ricerca Google o Wikipedia la nostra mente non sarebbe quella che effettivamente è oggi. Per convincersene, è sufficiente considerare al fatto che non ci sforziamo più di memorizzare tante informazioni, perché sappiamo che sono disponibili in qualsiasi momento grazie allo smartphone.

Questa consapevolezza è ricca di conseguenze importanti. Se accetto l’idea che lo smartphone (o il computer, o Google) sia parte integrante della mia mente, e dunque di me stesso, capisco che l’innovazione tecnologica non è un processo che subisco, ma un cambiamento del quale sono io stesso protagonista. E lo sono indipendentemente dalla mia volontà. Io come singolo, oggi, ho un enorme potere di cambiare il mondo, anche se sono una persona “qualsiasi”.

L’importanza di essere una persona qualsiasi oggi

Essere una persona qualsiasi, nel mondo contemporaneo – che è sempre più interconnesso – ha un peso molto diverso rispetto al passato. Un contadino della pianura Padana, nel medioevo, viveva una vita molto simile a quella dei suoi genitori e dei suoi nonni e si può senz’altro ipotizzare che il suo modo di comportarsi non avesse la minima influenza nell’evoluzione della società. Nell’era delle democrazie, ciascuno ha quanto meno il diritto di voto, ma con la rete anche il pensionato del più piccolo paesino abruzzese (se lì arriva l’Adsl) ha un suo piccolo potere da esercitare quotidianamente.

Molti avvenimenti importanti oggi scaturiscono da maree che montano a partire più o meno dal basso e che sono frutto di una concatenazione di comportamenti apparentemente di scarsa rilevanza. Si attribuisce ai social network, ad esempio, di aver svolto un ruolo primario in eventi come le ultime elezioni americane, la Brexit o le cosiddette primavere arabe. Qualcuno costruisce ad arte una notizia tendenziosa e poi centinaia di migliaia di persone “qualsiasi” la amplificano coi propri “mi piace” e le condivisioni. Nel XX secolo i direttori dei giornali decidevano a quali notizie dare importanza. Oggi sono le persone qualsiasi che consentono a una notizia di avere rilevanza presso l’opinione pubblica.

Il tragico caso di Tiziana Cantone, che nel 2016 si suicidò dopo essere diventata lo zimbello di tutta Italia, era cominciata con l’invio a conoscenti di video in situazioni intime. Questa leggerezza si è presto trasformata in una lapidazione virtuale grazie al concorso di una moltitudine di persone che non ci hanno pensato due volte prima di condividere i video su Whatsapp, rendendoli virali.

Un’inedita dimensione della responsabilità

La rete ci svela così la nostra costante interconnessione reciproca, che ci chiama ad un’inedita dimensione della responsabilità. Oggi ciascuno di noi è utilizzatore e co-creatore degli strumenti che danno forma al mondo. Il solo effettuare una ricerca su Google influisce sugli algoritmi che il motore di ricerca applicherà agli utenti successivi, così come la sola visita a una pagina web ne aumenta la reputazione e di conseguenza la visibilità.

Ciò che fa la differenza è la consapevolezza di essere parte di certi meccanismi. È una consapevolezza necessariamente basata sulla conoscenza di come funzionano le piattaforme digitali, ma anche sulla presenza mentale, che ci rende coscienti di cosa succede al nostro corpo e alla nostra mente anche mentre siamo totalmente presi dall’utilizzo di un dispositivo digitale.

Cosa possiamo fare in concreto

Assumersi la responsabilità significa cercare di capire cosa ciascuno di noi può fare in concreto perché il futuro prenda una certa direzione piuttosto che un’altra. Non è tanto difficile, dopotutto. Facciamo alcuni esempi.

  • Gli algoritmi di tutte le piattaforme digitali cercano di massimizzare il nostro consumo dei propri servizi, offrendoci contenuti il più possibile allettanti per noi, sulla base di schemi che sono i parte frutto di pregiudizi e che comunque tendono facilmente a trasformarsi in stereotipi. Affidarci in toto alle loro indicazioni ci ingabbia sempre di più dentro quelli stereotipi, influendo persino sulla percezione che abbiamo di noi stessi. La rete, con la sua immensa varietà, potrebbe invece diventare per noi luogo della scoperta e dell’apertura mentale, ma dobbiamo volerlo.
  • Tutti ci lamentiamo di quanta distrazione comporti l’utilizzo dei dispositivi digitali. Ma Ulisse, quando dovette affrontare il pericolo mortale delle sirene, che col loro canto attiravano a sé tutti i marinai dell’equipaggio, anziché prendersela con le sirene si assunse le proprie responsabilità. Tappò le orecchie dei marinai e poi si fece legare all’albero maestro, e in questo modo poté proseguire il viaggio. Ciascuno di noi ha un potere totale sul proprio smartphone; deve solo scegliere quali app utilizzare e quando, così come quali notifiche consentire.
  • A forza di stare seduti per ore al computer, o chini sullo smartphone, siamo prima o poi costretti a rivolgerci al fisioterapista. Immersi nel mondo digitale, ci dimentichiamo di avere un corpo. Ma con piccoli accorgimenti possiamo imparare a fermarci spesso, respirare a sentire come sta il corpo, magari fare anche qualche passo.
  • È bello poter rimanere in contatto con amici, conoscenti e parenti anche distanti. Ma finiamo con l’assuefarci a relazioni mediate dai freddi schermi dei dispositivi. Le relazioni umane si basano sull’uso di tutti e 5 i sensi – siamo fatti così e di questo abbiamo bisogno – e dunque sta a noi darci costantemente questa possibilità, senza dimenticarcene mai.
  • I media digitali, sin dall’invenzione delle pagine ipertestuali del World Wide Web, ci spingono all’iperattivismo, a coltivare la componente “operativa” della nostra mente, a danno di quella “contemplativa”. Ma se facciamo sempre qualcosa, senza fermarci mai a osservare veramente, capiremo sempre meno della realtà. Ogni tanto bisogna fermarsi.
  • I servizi digitali, coi propri menu, ci offrono apparentemente delle scelte, ma tutte nell’ambito dei loro interessi, molto più che delle nostre reali necessità. Ecco: non dobbiamo mai perdere di vista le motivazioni reali che ci spingono a prendere in mano uno strumento digitale e non dimenticarcene nel corso dell’utilizzo.
  • L’informazione è sempre stato un bene prezioso e oggi abbonda, ma dobbiamo considerare che essa è il cibo che nutre la nostra mente. Analogamente a quanto avviene con il cibo per il corpo, l’ipernutrizione o la cattiva nutrizione possono risultare deleteri per la nostra salute mentale. Dunque dobbiamo sia imparare a scegliere con cura e parsimonia il nostro cibo mentale, sia essere consapevoli che noi stessi – specie grazie ai social media – siamo il nutrimento degli altri.
  • Oggi in rete circolano strane voci, come quella che non dobbiamo vaccinare i nostri bambini, che l’uomo non è mai stato sulla luna e persino che la terra è piatta. La superstizione – molto più di prima – può arrivare ad avere lo stesso peso della scienza. Sta a noi e solo a noi imparare a valutare l’attendibilità delle diverse fonti.

Questi sono solo alcuni dei tanti esempi che si possono fare. Stiamo assistendo a una fase di cambiamento che è tumultuosa, delicata e stupefacente al tempo stesso. Abbiamo la fortuna di viverla, come lo scimmione che 3 milioni di anni fa scoprì che poteva usare un osso per diventare invincibile. Quell’osso col passare del tempo è diventato una bomba nucleare potenzialmente letale per l’intera umanità. Anche la trasformazione digitale può andare in tante direzioni diverse, e questo dipende in buona parte da noi. Da chiunque di noi.

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