l'analisi

Logistica 4.0: il fil rouge che lega Marx, la Corea e Biandrate

Cosa c’entra il Dottor Ure, di marxiana memoria con la morte del sindacalista Adil Belakhdim a Biandrate e con gli affari di aziende come Amazon e la coreana Coupang? Forse, per capire il nuovo capitalismo dovremmo tutti rileggere Marx

Pubblicato il 05 Lug 2021

Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

cpupang

C’è un filo rosso che lega la lontana Corea con la Lidl di Biandrate? Esiste e si chiama tecno-capitalismo. Possiamo specificarlo come capitalismo della logistica (uno dei peggiori); possiamo consolarci dicendo che siamo nella quarta rivoluzione industriale (non è vero, ma è molto smart crederlo); possiamo anche convincerci che sia il nuovo che avanza e che non si può e non si deve fermare, come dicono gli intellettuali organici al sistema. Ma è sempre capitalismo. Sempre apparentemente nuovo, sempre drammaticamente vecchio.

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Capitalismo, cioè ora e sempre produttività/pluslavoro da accrescere per accrescere il plusvalore; sfruttamento dell’uomo e della biosfera; moltiplicazione incontenibile del profitto e della sua ricerca/estrazione da ogni angolo della Terra e da ogni parte della società e della vita dell’uomo (come oggi i dati). Se poi qualcuno protesta e dice basta! ecco che arriva un camion e lo uccide, come accaduto al sindacalista Adil Belakhdim, appunto a Biandrate. Incidente o effetto inevitabile di un sistema impazzito (sempre il capitalismo) che nessuno è più capace di fermare o almeno di regolamentare, (quasi) tutti credendo fideisticamente che il mercato si autoregoli? E cosa accade, specularmente, dall’altra parte del mondo, appunto in Corea (del Sud)? E cosa c’entra il Dottor Ure, di marxiana memoria, in tutto questo? Procediamo facendo un po’ di ordine.

L’Amazon coreana e la logistica 4.0

Cominciamo dalla Corea. E da Coupang, cioè l’Amazon della Corea del Sud, gigante dell’e-commerce e quindi della logistica 4.0, ultima espressione in ordine di tempo di quei processi di disruption permessi dalle nuove tecnologie e dalla digitalizzazione del consum(ism)o. Coupang il cui titolo, nella prima giornata di contrattazioni a Wall Street, a metà dello scorso mese di marzo aveva fatto segnare un aumento del 40,7%, facendo volare le azioni dal prezzo iniziale di 35 dollari per azione a quello di chiusura di 49,25 dollari. Fondata nel 2010, Coupang ha ora più di 100 centri logistici in 30 città e per essa lavorano 15mila autisti a tempo pieno e 37mila dipendenti totali, “and a suite of AI-driven tools”[1].

Ciò permette a Coupang – è il core del suo business e del suo marketing – di garantire la consegna degli acquisti entro il giorno successivo, per gli ordini effettuati dai clienti prima della mezzanotte precedente, ma di consegnarli anche in giornata. Il sistema, non a caso si chiama Rocket Delivery, con il 99.3% degli ordini consegnati appunto nelle 24 ore. Metà dei coreani ha scaricato la sua app, evidentemente felici e smaniosi di poter soddisfare in questo modo – ormai è diventata una paranoia di massa, che coinvolge tutti noi che usiamo Amazon e non solo – i loro desideri di acquisto in così breve tempo. Ovvero, non sappiamo più aspettare – la narrazione consumistica ci ha imposto di non poter attendere più di 24 ore per avere a casa il nostro acquisto. E così come grazie alla tecnologia si intensificano i tempi ciclo nella produzione (Industria 4.0, capitalismo delle piattaforme – ovvero taylorismo digitale), analogamente si devono ridurre i tempi-ciclo di consumo delle merci, posto che ogni durata e ogni lentezza e ogni conservare per lungo tempo è considerato un tempo morto (morto in termini di mancato o ritardato profitto) per il capitalista, Coupang o Amazon che sia. Grazie a questo meccanismo comportamentale indotto, Coupang controlla quasi il 25% del mercato dell’e-commerce coreano, valutato in 115 miliardi di dollari. Grazie alla nostra paranoia di consumatori. Intendendo con paranoia “un delirio più o meno sistematizzato, con presenza” (tra gli altri sintomi) “di rigidità comportamentali e mentali, iper-suscettibilità alle critiche, alta considerazione di sé con ostinazione e intolleranza verso gli altri e modalità fanatiche di vita[2]: fanatiche come appunto il voler comprare compulsivamente, il volere subito le cose comprate, non poter/saper aspettare – come bambini sempre più viziati che vogliono tutto subito, magari sognando (o è già realtà?) di avere le cose prima ancora di averle immaginate e ordinate.

Una bella storia di capitalismo orientale, quella di Coupang? Per nulla. Come Amazon, anche Coupang è (ovviamente) accusata di sfruttare il lavoro e i lavoratori come più non si potrebbe ed è stata accusata dai media e dal sindacato dei lavoratori di imporre turni massacranti ai propri dipendenti – ancora i tempi ciclo, intensificati/accelerati anche nella logistica, grazie alle nuove tecnologie. Turni massacranti – Coupang copia Amazon come modello di business e di disruption, ma anche come modello di organizzazione e di sfruttamento del lavoro (anche questo deve essere il nuovo che avanza e che non si deve fermare…) – che avrebbero però portato anche alla morte di diversi lavoratori (otto persone nell’ultimo anno, secondo il FT)[3]. Morti che sono aumentate ancora nelle ultime settimane[4].

Ovvero, Amazon e Coupang (ma non solo) sono uno strano e perverso mix – come sempre accade nei processi di innovazione tecnologica e organizzativa, pensiamo alla introduzione della innovazione tecnologica chiamata catena di montaggio e a ciò che comportò in termini anche sociali – di alta tecnologia e squallido sfruttamento quasi schiavistico del lavoro umano. Un mix strano e perverso di nuovo che avanza (gli algoritmi applicati al vecchio sistema delle vendite per corrispondenza) e di vecchio che ritorna (il sistema capitalistico ottocentesco e novecentesco), confermando la tesi per cui il nuovo non è mai veramente nuovo, anche se il tecno-capitalismo fa di tutto per farcelo credere ogni volta. E tutti noi che usiamo Amazon e tutti i coreani che usano Coupang siamo/sono correi di questo mix perverso (non sapremmo come chiamarlo altrimenti) di alta tecnologia e di cinico sfruttamento neoliberale del lavoro (il neoliberalismo “è inumano” in sé, ha scritto il premio Nobel per la letteratura del 1998 José Saramago[5]). Una correità difficile da ammettere – il nostro feticismo per le merci e per le nuove tecnologie lo impedisce – ma questo è.

Dalla Corea a Biandrate

Davanti ai cancelli del Centro logistico della Lidl, venerdì 18 giugno è morto Adil Belakhdim, sindacalista del Si Cobas di 37 anni. È stato ucciso dall’autista di un tir che ha accelerato nonostante il picchetto dei lavoratori in sciopero per sostenere varie rivendicazioni nel settore della logistica. Una morte assurda, ma figlia anch’essa di un sistema impazzito che nessuno vuole davvero regolamentare. “Adil era un lavoratore, un uomo e un sindacalista che davanti ai cancelli difendeva i diritti. La nostra solidarietà è senza se e senza ma. Morire in questo modo è inaccettabile”, ha detto Attilio Fasulo, segretario generale della Cgil Novara e Verbano-Cusio-Ossola. Inquadrando la situazione del sito di Biandrate in questo modo: “I lavoratori sono tutti dipendenti diretti dell’azienda, non ci sono subappalti come altrove. Detto questo, permangono diversi temi irrisolti al tavolo con l’azienda, la Lidl. Sono quelli relativi ai ritmi, ai carichi di lavoro [ancora!] e ai livelli di retribuzione. I lavoratori sono in totale 300, di cui 170 operai che per il 70% sono migranti, soprattutto provenienti dal Nord Africa. Sono assegnati a mansioni pesanti e gravose nei reparti ortofrutta, dove movimentano ogni ora dai 180 ai 200 colli, che pesano dai 3 ai 23 chili”[6].

E sembra di essere tornati – di nuovo – all’Ottocento descritto da Karl Marx ne Il capitale. Dove faceva la sua comparsa anche il Dottor Ure, pesantemente criticato da Marx per il suo cinismo. Mentre anche oggi abbiamo tanti Dottor Ure che magnificano sempre e comunque l’innovazione tecnologica; che inneggiano a quella flessibilità che produrrebbe in sé felicità e produttività; che chiedono libertà di licenziamento in tempi di pandemia; che ci ingegnerizzano a voler avere i prodotti desiderati davanti alla porta di casa entro le 24 ore; che vorrebbero farci credere che tutto questo è il nuovo che avanza e che non si deve e non si può fermare, perché il progresso non si può fermare – chiamando tutto questo innovazione.

Il Dottor Ure. Di ieri e di oggi

“L’ineffabile Dottor Ure”, scriveva Giorgio Nebbia (1926-2019) nel 2005, ricordandone la figura controversa e insieme inquietante[7].

Scriveva Nebbia: “Andrew Ure, chimico e merceologo di grande prestigio nell’Inghilterra della prima metà dell’Ottocento, autore di numerosi trattati e di una enciclopedia dei prodotti industriali, anticipatore di quella scienza al servizio delle manifatture capitalistiche pronta a minimizzare i motivi di qualsiasi richiesta – da parte dei lavoratori e dei cittadini – di riconoscimento del diritto alla salute. La sua storia è importante perché l’ineffabile dottor Ure, come lo chiama Marx nel celebre Tredicesimo capitolo del primo libro del Capitale, ha generato innumerevoli discepoli che ancora oggi sono pronti a minimizzare i pericoli della fabbrica, gli effetti degli inquinamenti, i danni delle sostanze radioattive”. E oggi la riflessione di Nebbia può essere applicata anche (posto che riguarda sempre e ancora il diritto alla salute) ai rischi della flessibilità, dell’aumento dei carichi di lavoro, dell’intensificazione dei tempi-ciclo.

Continuava Nebbia: “Negli anni in cui è vissuto Ure, l’Inghilterra era attraversata da forti fermenti sociali. Le leggi del tempo – l’Inghilterra […] stava sviluppandosi grazie a una vivace classe imprenditoriale e alle materie prime tratte dalle ricche colonie – consentivano che bambine e bambini e giovani donne lavorassero anche dieci ore e oltre al giorno nelle miniere e nelle filande. Le bambine e i bambini, con le loro piccole dita, erano molto adatti a riannodare rapidamente i fili che si spezzavano nelle nuove veloci macchine per la filatura; nelle tessiture i bambini stavano in mezzo alle vasche di prodotti chimici per il lavaggio. Ancora peggiori erano le condizioni nelle miniere di carbone […]. Alcuni imprenditori avevano organizzato delle specie di ricoveri in cui bambine e bambini dormivano e ricevevano un poco di cibo e così potevano essere più puntuali sul lavoro la mattina; in premio, la domenica potevano seguire lezioni di catechismo che insegnavano anche la riconoscenza e la fedele devozione ai datori di lavoro. In queste condizioni si era formato un movimento, che potremmo chiamare di difesa dei diritti dei piccoli lavoratori, che si mise in testa di far approvare dal Parlamento inglese una legge che limitasse l’orario di lavoro dei fanciulli e delle donne. Figurarsi! Se una tale legge fosse stata approvata, il costo del lavoro sarebbe aumentato e questo avrebbe tarpato le ali alla Britannia che stava decollando alla conquista dei mercati mondiali, secondo le commosse parole del settimanale The Economist”.

Esattamente come oggi, dove anche un eccesso di difesa della privacy – cioè della libertà e della soggettività degli individui – potrebbe mettere a rischio la ripartenza della crescita nel post-pandemia, accrescendo i costi[8]. Quindi, meglio non eccedere con i diritti alla privacy e alla libertà individuale.

“Siccome questi sconsiderati difensori dei fanciulli non stavano zitti” – continua Nebbia ricordando Ure – l’associazione degli industriali inglesi dette l’incarico a una persona nota e di prestigio, appunto il dottor Ure, di confutare le ragioni degli oppositori. Andrew Ure pubblicò nel 1835 un intero trattato, intitolato La filosofia delle manifatture (solo parzialmente tradotto in italiano), nel quale dimostrava quanto fossero false le accuse di sfruttamento; con accurate misure scientifiche dimostrò che i fanciulli che lavoravano nelle fabbriche erano più sani, più alti e perfino più felici dei ragazzi che non lavoravano e che magari andavano a scuola e giocavano liberi. Inutile dire che il movimento dei diritti dei lavoratori vinse. […]. La storia mostra che in molti casi – come avvenne ai tempi del dottor Ure – la protesta è stata rivolta contro fatti e pericoli veri che venivano minimizzati o tenuti nascosti dai governi o dalle imprese. E ogni volta che la contestazione ha vinto, il mondo è diventato migliore.” Ma i Dottor Ure non sono scomparsi, semmai si sono oggi moltiplicati.

Perché tanti erano i Dottor Ure che negli anni ’90 del ‘900 – come altri oggi – sostenevano che grazie alle nuove tecnologie avremmo fatto meno fatica, lavorato meno, fatto un lavoro immateriale e intelligente, avuto più tempo libero da dedicare alle cose belle della vita. È accaduto esattamente il contrario, ma non protestiamo, nessuno pensa a una legge per la protezione dei riders, dei lavoratori della logistica, nessuno pensa di bloccare e invertire i processi di flessibilizzazione e di precarizzazione del lavoro (e della vita). Nessuno pensa di rinunciare ad avere ciò che desidera entro le 24 ore. Anzi.

Tanti Dottor Ure: sempre contro il sindacato; contro i diritti dei lavoratori (e il diritto al lavoro) considerati un costo; contro coloro che si opporrebbero al progresso. Sosteneva invece Ure a proposito di una macchina per la stampatura a colori nelle stamperie di cotonina: “Finalmente i capitalisti cercarono di liberarsi di questa insopportabile schiavitù”, cioè – integra Marx che lo cita[9] – delle condizioni del contratto di lavoro che davano loro fastidio, “invocarono le risorse della scienza, e presto furono reintegrati nei loro legittimi diritti” di capitalisti, “che sono quelli della testa nei confronti delle altre parti del corpo”. E ancora Ure, a proposito della self-acting mule (una macchina automatica del tempo – già, perché l’automazione esisteva anche allora…): “Questa innovazione conferma la dottrina già da noi sviluppata, che il capitale, forzando la scienza a servirlo, costringe sempre alla docilità la mano ribelle del lavoro”. E non si comporta analogamente anche Jeff Bezos, quando impone il braccialetto elettronico, quando impone – via algoritmi – l’organizzazione dei tempi di consegna delle merci, quando impedisce a un sindacato di nascere in un proprio magazzino, cioè (di nuovo) costringendo alla docilità, grazie alle nuove tecnologie, la mano ribelle del lavoro?

E se il libro di Ure era “una apologia della giornata illimitata” (sempre Marx), non si sta realizzando oggi il sogno di Ure, noi lavorando h 24 per sette giorni su sette, dopo che il capitale, forzando nuovamente la mano alla scienza, ha prodotto quelle tecnologie che lo permettono – smentendo le promesse degli anni ’90?

Che qualcosa non funzioni in questo capitalismo sembra dunque più che evidente. Lo abbiamo dimostrato partendo dalla Corea di oggi e tornando al Dottor Ure, passando per Biandrate. Forse dovremmo davvero rileggere anche Marx (e non solo Il capitale), se vogliamo capire qualcosa di questo capitalismo, sempre apparentemente nuovo, sempre inesorabilmente uguale a se stesso.

Bibliografia e Sitografia

  1. https://www.technologyreview.com/2021/06/09/1025884/coupang-amazon-labor-costs-worker-death/
  2. U. Galimberti (2018), “Nuovo Dizionario di Psicologia”, Feltrinelli, Milano, pag.878
  3. https://forbes.it/2021/03/12/lamazon-della-corea-del-sud-sbarca-a-wall-street-e-la-piu-grande-ipo-straniera-dai-tempi-di-alibaba/
  4. Ancora https://www.technologyreview.com/2021/06/09/1025884/coupang-amazon-labor-costs-worker-death/
  5. J. Saramago (2021), “L’autore si spiega”, Feltrinelli, Milano, pag. 35
  6. M. Ravarino, “Il giorno dopo a Biandrate lo sciopero si estende” – il manifesto del 20 giugno 2021
  7. Ora in G. Nebbia (2020), “La Terra brucia. Per una critica ecologica al capitalismo”, Jaca Book, Milano, pag. 111 e seg.
  8. Corriere Economia del 21 giugno 2021
  9. K. Marx (2018), “Il capitale. Libro primo”, Editori Riuniti, Roma, pag.295 e 296

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