L'analisi

Metaverso, minaccia alla libertà: due motivi per stare attenti

Dispositivi dedicati, avatar specializzati, nuovi servizi tutti a pagamento: il metaverso potrebbe aprire nuove tendenze socio-economiche e trasformarsi da utopia tecnologica a distopia politica. Gli scenari, a partire dalle origini storico-culturali e dall’infrastruttura di riferimento

20 Gen 2022
Davide Bennato

professore di Sociologia dei media digitali all’Università di Catania

Uno spazio tridimensionale immersivo in cui monetizzare l’esistenza delle persone: l’hype sul progetto Meta di Mark Zuckerberg si è un po’ ridimensionato, ma ci sono due buoni motivi per non abbassare la guardia sul progetto di trasformazione dell’ecosistema Facebook in metaverso.

Dal metaverso al metacapitalismo: un nuovo stadio del capitalismo della sorveglianza?

In primo luogo, perché il progetto metaverso è una fonte incredibile di opportunità relazionali e tecnologiche che potrebbe aprire nuove tendenze nei processi economici e sociali. In secondo luogo, perché è molto semplice che qualora venisse adottato un atteggiamento di laissez faire a questo nascente colosso tecnologico, c’è il rischio concreto che da utopia tecnologica si passi ad una distopia politica.

Analizziamo quindi la traiettoria storica e tecnologica da cui nasce il progetto, e l’infrastruttura tecnologica a cui farà riferimento.

La traiettoria storico-tecnologica alle radici del Metaverso

Per quanto riguarda la traiettoria storica e tecnologica da cui deriva il metaverso, bisogna prendere le mosse dalla nascita dell’industria dell’informatica di massa – e le relative ideologie – che ha preso forma nella Silicon Valley della fine degli anni ’70. La nascente industria informatica si stava organizzando intorno a tecnologie innovative per l’epoca: da un lato il microprocessore che era ormai diventato la tecnologia principe per i mainframe dell’IBM, e dall’altro le macchine calcolatrici – celebri quelle della Texas Instruments – che usavano le tecnologie digitali per portare una porzione della potenza di calcolo nelle aziende per svolgere funzioni essenzialmente amministrative.

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In questo scenario si stavano organizzando due culture tecnologiche. Da un lato, la cultura dei colletti bianchi, utenti di computer di tipo aziendale che usavano le tecnologie informatiche per scopi burocratici: quindi, terminali che interrogavano macchine ingombranti gestite da una casta di ingegneri in camice bianco. Dall’altro, la cultura libertaria americana – sarebbe più corretto dire controcultura – che aveva messo insieme un gruppo di freak che all’atteggiamento tecnofobico dei figli dei fiori, aveva sostituito un atteggiamento tecnofilo da appassionati di tecnologie.

Questi strani personaggi, quasi sempre autodidatti, avevano intravisto le potenzialità del computer come macchina creativa e non come dispositivo economico, in quanto facevano lavori che li avevano messo in contatto con questi strumenti ancora saldamente in mano alla cultura industriale nata negli anni ’60. Se la casta degli ingegneri rendeva possibile il funzionamento dei computer, la casta dei collaboratori degli ingegneri nel loro ruolo di aiutanti avevano capito che i computer potevano essere oggetti divertenti. Ricercatori universitari, collaboratori tecnici e altre figure professionali di “secondo livello” rispetto agli ingegneri tecnici dei computer cominciarono a chiedersi se fosse possibile fare altro con queste macchine, oltre che analisi finanziarie e calcolo di tabelle di dati.

Nacquero così diversi gruppi nella Bay Area di San Francisco che, animati da un curioso mix di utopie tecnolibertarie, ideologie da figli dei fiori e tanta creatività, cominciarono ad incontrarsi per discutere se i computer potessero essere strumenti di liberazione sociale e per fare anche qualche piccolo esperimento tecnologico con gli scarti della tecnologia digitale recuperati da vecchi computer dismessi e altre tecnologie e-waste: la spazzatura della società digitale. Fra i vari gruppi che nacquero alla fine degli anni ’70, il più influente era senza dubbio l’Homebrew Computer Club: nato dalle riunioni in un garage da un gruppo di tecno-freak, diventò rapidamente un punto di riferimento per tutti coloro che volevano avere un computer per poter sperimentare e divertire. Infatti, l’obiettivo del gruppo era l’ideologia che chiunque potesse usare un computer per farci quanto di meglio fosse possibile.

Questo gruppo divenne attrattivo per diversi personaggi, anche se l’ideologia libertaria prese forme diverse. Da un lato i sostenitori della necessità di una nuova tecnologia informatica, un computer per le masse, che aveva come figure di spicco giovanissimi universitari come Steve Jobs e Bill Gates, che volevano far nascere un nuovo mercato. Dall’altro i sostenitori che l’informazione fatta con i computer avrebbe dovuto essere libera e disponibile per tutti: il principale rappresentante di questa utopia era Richard Stallman, padre della Free Software Foundation.

L’ideologia di un libero mercato di computer per le persone (personal computer) diede vita alla nuova Silicon Valley fuori dall’influenza dell’IBM, mentre l’ideologia della libertà di informazione e di software si innestò nelle nascenti comunità visionarie di internet, all’epoca rete informatica dedicata delle università americane. In questo modo sia l’industria informatica, sia le internet community erano rappresentanti di due diverse utopie: un nuovo mercato per i computer che rendesse le persone libere di usare la potenza di queste tecnologie, un nuovo spazio di informazione e comunicazione che mettesse le persone in contatto fra loro.

Il mercato informatico rapidamente si concentrò intorno a pochi player – Microsoft, Apple, la nuova IBM, Commodore – dando origine ad una nuova industria, quella del personal computer, che rapidamente mise fine al libertarismo semi-artigianale dei primi dispositivi. Internet invece rimase uno spazio libero fino alla nascita del World Wide Web, che riducendo la barriera tecnologica all’accesso, avvicinò migliaia di persone alle opportunità della rete. Finché non arrivarono i social media (luoghi circoscritti di interazione sociale) e l’industria delle app per smartphone (uso di internet in maniera ridotta e limitata) a circoscrivere gli spazi di libertà della rete.

Il progetto Meta rappresenta l’evoluzione di questo processo: dar vita ad uno spazio tridimensionale immersivo i cui non solo è possibile monetizzare la cultura digitale delle persone – foto, post, like, condivisioni – attraverso l’inserzione pubblicitaria, ma è possibile monetizzare l’esistenza stessa delle persone. Nel momento in cui si comincerà a vivere all’interno di uno spazio immersivo avremo bisogno di tecnologie dedicate (non solo smartphone), avatar specializzati (non solo profili), nuovi servizi (non solo link), tutti a pagamento. Perciò questi mondi saranno frutto di due diverse strategie commerciali: vendere servizi per far esistere l’avatar (modello vendita-acquisto), vendere servizi per far agire e comunicare l’avatar (modello inserzione pubblicitaria). Questo è il primo elemento che rende Meta fonte di attenzione: rappresenta l’evoluzione di uno spazio digitale come internet che era rimasto relativamente libero e sostanzialmente non ancora completamente compromesso da logiche esclusivamente commerciali.

È la vittoria dell’ideologia di mercato digitale contro l’ideologia libertaria tecnologica.

La blockchain come infrastruttura tecnologica di riferimento

Il secondo punto che rende il progetto metaverso dell’ecosistema Facebook qualcosa su cui focalizzare l’attenzione è l’infrastruttura tecnologica di riferimento, ovvero blockchain.

Nella lettera con cui Mark Zuckerberg ha presentato Meta, non si è particolarmente esposto dal punto di vista delle tecnologie abilitanti, ma ne ha citata una in particolare che connota profondamente la filosofia del progetto: gli NFT. Con questo acronimo – Non Fungible Token – si fa riferimento ad una classe di tecnologie di derivazione blockchain usate per una speciale categoria di smart contract che negli ultimi tempi hanno acquisito notorietà grazie al mondo dell’arte digitale (in particolare cryptoart) e ad alcune speculazioni che sono avvenute nel mondo fintech. Senza scendere in dettagli tecnici, gli NFT sono dei protocolli informatici che incorporandosi in un file digitale lo rendono sostanzialmente unico, rompendo la caratteristica principe del digitale che è la sua replicabilità.

Le conseguenze sono importanti: nel metaverso di Facebook ci sarà spazio per tecnologie digitali impossibili da replicare inaugurando non solo una nuova strategia commerciale – vendere beni digitali unici – ma una nuova strategia sociale, un mondo di strutture digitali non replicabili. In pratica vuol dire usare blockchain per restringere ancora di più gli spazi di libertà della rete, libertà da dinamiche commerciali tanto per cominciare.

La minaccia

Uno scenario distopico potrebbe essere questo: per recarsi all’università per seguire una lezione con tutte le opportunità permesse da un ambiente immersivo tridimensionale come il metaverso – un universo di immagini, video, dati, contenuti – lo studente del XXI secolo avrà bisogno di un visore dedicato che consenta di accedere all’interno dello spazio digitale della lezione da seguire, in cui potrà usare contenuti presi dalla rete per migliorare la sua esperienza di apprendimento, magari su indicazione del docente, ma alcuni strumenti didattici – per esempio la rappresentazione iperrealistica e digitale di un cuore umano, o di una nanomacchina, o di un testo del 1300 – saranno protetti da NFT, che vuol dire che potranno essere usati solo da chi ha regolarmente acquistato il file.

La domanda che ci dobbiamo porre è: vogliamo noi un mondo siffatto, in cui il digitale da opportunità è diventato uno strumento di accesso unicamente commerciale e fonte di ulteriori diseguaglianze sociali? Se la risposta è no, c’è solo un modo per procedere: tenere alta l’attenzione sul processo di sviluppo dei metaversi perché sottile è il crinale per cui il pharmakon digitale da cura diventi veleno.

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