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il fenomeno

Minimalismo digitale, la nuova via per vivere bene con la tecnologia

La nostra dipendenza da digitale ha raggiunto un livello allarmante: passiamo online circa sei ore al giorno. In nostro aiuto arrivano i suggerimenti di Cal Newport e del minimalismo digitale, che ci aiuta a ritrovare un equilibrio con il nostro ambiente senza per questo escludere del tutto la tecnologia dalla nostra vita

12 Apr 2019

Daria Grimaldi

Università di Napoli Federico II


La dipendenza dal mondo digitale, senza che spesso neanche ce ne accorgiamo (come ogni dipendenza che si rispetti), mina in profondità il nostro benessere sociale, ci rende più aggressivi, meno attenti alle cose importanti, paurosi di essere tagliati fuori dal bombardamento di notizie real time veicolato dagli strumenti digitali.

E’ in questo contesto che si colloca la corrente del minimalismo digitale che, lungi dal demonizzare la tecnologia in sé, punta a “ripulire” la nostra mente dalle abitudini disfunzionali per aiutarci a ritrovare soddisfazione dalle care, vecchie azioni “analogiche”, come vedere un film o leggere un libro, senza essere continuamente interrotti da notifiche, email o messaggini.

Si tratta di una rivoluzione mentale prima ancora che materiale. Ma può portarci, con un po’ di impegno e determinazione, a riappropriarci del nostro tempo.

Quanto tempo passiamo online?

Ogni settimana il mio nuovo iPhone mi comunica quanto tempo ho passato ad utilizzarlo. Così, senza che gli chiedessi nulla, come l’ho aggiornato lui ha cominciato a monitorarmi e – di sua iniziativa – restituirmi un report del mio tempo online.

Il mio computer ancora non è così indiscreto, per lo meno non lo fa spontaneamente, ma se unissi anche solo questi due strumenti (non considerando iPad ed altri computer che mi trovo ad utilizzare) sarebbe probabilmente inquietante scoprire effettivamente il tempo che trascorro immersa “nel” digitale ogni giorno.

Il pensiero più naturale è che se la Apple è arrivata a creare una nuova funzionalità in iOS per controllare il tempo che passiamo su iPhone, allora la situazione ha raggiunto un livello decisamente allarmante. Ancora di più se consideriamo che lo stesso hanno fatto altri big – come Facebook e Google – realizzando innovazioni ad hoc per aiutarci a controllare questa nostra irrefrenabile compulsione.

Guardando qualche dato, come il Digital Report del 2019[1], notiamo che i tempi di permanenza online per l’utente medio si attestano attorno alle sei ore giornaliere. Praticamente ogni utente passa cento giorni all’anno online: circa un terzo dell’intero anno è speso in interazioni digitali, di cui la metà sono mediate dai nostri beneamati smartphone.

Ma cosa facciamo online tutte queste ore?

Gran parte del tempo siamo in giro su Google alla continua ricerca di qualcosa; segue YouTube sul quale guardiamo o carichiamo ogni genere di contenuto; per finire andiamo su Facebook, il social network per antonomasia, che nonostante le dicerie, non sembra assolutamente sulla strada del declino. Anzi, sono proprio i social media ad accentrare molto del nostro tempo [2], visto che occupano circa 2 ore e 16 minuti della nostra quotidianità[3].

Un utilizzatore medio tocca il proprio cellulare circa 2.617 volte al giorno[4], un lavoratore passa circa trenta ore settimanali solo nel tentativo di smaltire le centinaia email che riceve. Siamo invasi da gruppi whatsapp in cui veniamo inseriti anche nostro malgrado e le notifiche dei vari social ci distraggono continuamente da qualunque altra nostra attività ci tenga impegnati. La posta elettronica aperta sul desktop in una finestra, i social su un’altra, whatsapp che ci chiama dal cellulare, le chat dei vari sistemi di messaggistica che tintinnano in un angolo, le App che ci mandano aggiornamenti e offerte e poi telefonate, cartelle su cartelle e notizie che continuano ad imporsi alla nostra attenzione da ogni schermo ci sia nei paraggi.

Chi più chi meno, veniamo letteralmente bombardati da informazioni, ogni giorno, tutto il giorni, per tutto l’anno.

Questa iperconnettività ha portato con se lo svilupparsi di una insistente paura di essere tagliati fuori, di perdere qualche informazione o arrivarci in ritardo, di non essere tempestivi e presenti[5].

Così lasciamo che le notizie vengano a noi, senza neanche più cercarle, facendo sì che tutte queste interruzioni ci portino via – nel migliore dei casi – il 28% della nostra giornata[6], aggravando il carico cognitivo, che per compensare deve trovare nuove soluzioni “economiche”.

Il benessere psicosociale al tempo dell’iperconnettività

Tutto ciò ha varie implicazioni ma da un punto di vista psicologico si traduce in due problemi principali: sovraccarico cognitivo e digital addiction. In buona sostanza quello che viene ad essere minato è il nostro benessere psicosociale.

Parliamo di sovraccarico cognitivo (information overload) quando l’eccesso di stimoli ed informazioni genera una difficoltà concreta nel prendere decisioni o anche solo nel focalizzare la propria attenzione.

Il problema principale è che dover stare attenti a troppe cose, ci porta inevitabilmente a prestare meno attenzione a tutto . In qualità di economizzatori di risorse cognitive, cerchiamo continuamente strategie per risparmiare energia ed attenzione. Il nostro cervello, per quanto performante possa essere, non è in grado di gestire il bombardamento a cui lo sottoponiamo mettendo così in discussione la nostra capacità di recepire, selezionare e comprendere gli stimoli che veicolano informazioni importanti. Così cerchiamo scorciatoie che ci fanno incappare con molte più probabilità in bias cognitivi (errori di valutazione).

Eppure non riusciamo a restarne fuori.

Siamo meno attenti, più aggressivi, prestiamo più attenzione agli stimoli spazzatura e meno critici e consapevoli rispetto alle cose realmente importanti per noi.

Inevitabilmente le implicazioni di usi, abusi ed addiction, richiedono un’attenzione tutta particolare poiché generano mutamenti profondi che spaziano dall’identità individuale alle dinamiche relazionali tra fughe virtuali, autismo interattivo e dipendenze mediatiche[7].

Si tratta innegabilmente di patologie emblematiche della postmodernità[8] che rientrano nel novero delle “nuove dipendenze” ovvero quelle compulsioni comportamentali che non derivano dal consumo di sostanze, ma unicamente dalla dipendenza pervasiva da alcune attività.

La dipendenza dal mondo online, in generale, ha in comune con le altre dipendenze da sostanze stupefacenti il tratto ossessivo-compulsivo [9]; la differenza è che tale compulsione si basa sul “piacere” anziché sulla “fobia”, ma proprio perché si basa sulla soddisfazione piuttosto che sul disagio e la sofferenza, risulta decisamente più difficile riconoscerla, diagnosticarla e conseguentemente eliminarla.

In tal senso, l’estesa disponibilità di devices che permettono la costante connettività e la diffusione epidemica di pratiche di social networking divengono espressione di nuove forme d’interazione che richiedono a loro volta nuove strategie di coping e nuovi paradigmi scientifici o l’adattamento di quelli già esistenti in funzione di queste nuove prassi.

La proposta minimalista di Cal Newport

Questi problemi tipici dell’epoca digitale, chiaramente, non sono connessi alla tecnologia in sé, quanto piuttosto alle concrete pratiche d’uso (o abuso) in cui si declina il ruolo dello strumento quale mediatore di processi psicosociali virtuali.

È in quest’ottica che si colloca l’affascinante proposta di Cal Newport di avviare un processo che potremmo definire “ecologico”, che rientra sotto il filone del Minimalismo digitale[10] e si pone in continuità con le numerose sollecitazioni al “digital detox”, ma che le supera come proposta escatologica, di modifica radicale al modo in cui pensare alle tecnologie.

La chiave per vivere in un mondo hi-tech, ci suggerisce Newport, è passare molto meno tempo usando la tecnologia, imparando progressivamente ad avere un uso “intenzionale” dei nostri device.

Come un Mari Kondo dell’online, questo docente di scienze informatiche alla Georgetown University, propone l’adozione di un nuovo mindset nei confronti del digitale, che metta in discussione non tanto gli strumenti in sé, quanto i nostri comportamenti legati al’uso disfunzionale del digitale, con l’obiettivo specifico di distinguere quali aggiungano effettivamente valore alla nostra vita e quali sono solo rumore di fondo.

Esattamente come la filosofia zen giapponese a cui si ispira la filosofia minimalista, piuttosto che focalizzare l’attenzione sul privarsi di qualcosa, ci si concentra su ciò che è veramente essenziale per noi.

Una proposta già avanzata, tra gli altri, da Catehrine Price nel suo How to break up with your phone (Ten Speed Press, 2018), ma estesa in modo più ampio a tutta la nostra vita dietro allo schermo.

Intelligentemente, la proposta di Newport non si colloca in continuità con le posizioni più apocalittiche dei teorici critici, ma sviluppa una serie di suggerimenti che sfruttano un mix di buon senso, minimalismo alla moda e potenzialità di decluttering degli stessi strumenti mediali.

Le azioni che suggerisce per abbracciare a fondo questa filosofia descrivono un vero e proprio percorso iniziatico, o meglio delle azioni, anche severe, di disintossicazione che aumentino la consapevolezza sulle proprie abitudini quotidiane.

Come “ripulire” le abitudini digitali

Newport suggerisce, varie azioni che sfruttano strategie e tecnologie per “ripulire” le proprie abitudini.

Il primo step è il “digital declutter” che prevede ben 30 giorni di astinenza dalle attività online, anche se non tutte, ma solo quelle considerate opzionali o più precisamente non imprescindibili. A questo si aggiungono una serie di suggerimenti dettagliati su come organizzare in modo minimalista computer e telefono, eliminando tutti i file non utili o spostandoli nel cloud con un buon criterio di naming per una ricerca rapida.

Ugualmente, strategie di decluttering investono la pulizia del desktop e l’organizzazione in cartelle, sia su pc che su smartphone. Tutto quello che non si usa va eliminato o ben archiviato.

Il secondo punto è sicuramente affrontare e vincere la FOMO, la paura di essere tagliati fuori da chissà quale aggiornamento in real time. La proposta è molto semplice: cominciando dal non portare sempre dietro di sé lo smartphone, si deve riuscire a completare un’azione lunga, come vedere un film o leggere un libro, senza lasciarsi interrompere da notifiche, messaggi ed aggiornamenti. Suggerimenti pratici sono eliminare tutte le notifiche automatiche, utilizzare modalità “non disturbare” dopo un certo orario e non restare loggati nei social (o addirittura abbandonarli).

Liberatisi dalle principali abitudini disfunzionali, si è pronti per un nuovo impegno: investire il proprio tempo non più speso online, in quelle azioni (analogiche) che coinvolgono personalmente, creando gratificazione: un hobby, un’attività, una conversazione in presenza. Farlo senza lasciarsi interrompere da notifiche o aggiornamenti, garantisce una nuova consapevolezza che rende il soggetto nuovamente protagonista dei propri spazi, fisici e mentali.

Ancora, l’Autore ci invita a valorizzare il costo del tempo speso online. Ogni App che scarichiamo sullo smartphone sono 20 minuti in più che dedichiamo al digitale, il che porta via del tempo ad altro tipo di investimenti. Attraverso strumenti come Time Tracker, ad esempio, è possibile monitorare quali siti ci fanno perdere tempo ed eliminarli dalla propria routine, aggiornamenti da siti o riviste che non ci interessano realmente arrivando a bloccarli tramite strumenti ad hoc.[11]

Dulcis in fundo: questo percorso ci insegnerà anche a stare da soli, senza avere paura di annoiarsi, senza dover “riempire vuoti” scrollando le bacheche dei social o scrivendo qualche messaggio su Whatsapp.

Ma come vivono i  minimalisti digitali?

I minimalisti digitali sono intorno a noi: loro riescono ad intrattenere lunghe conversazioni senza guardare furtivamente i loro telefoni o rispondere necessariamente ai messaggi che arrivano. Hanno il tempo di immergersi in un libro, dedicarsi ad un hobby o anche solo restare a lungo con amici e familiari senza la compulsione di condividere su instagram quello che sta succedendo. Conoscono le ultime notizie, ma non soccombono all’impellenza di dire la loro opinione sull’hashtag del giorno. Non hanno paura di essere tagliati fuori perché sono loro a decidere cosa è dentro o cosa è fuori dalla loro attenzione.

La nostra stessa presunzione di razionalità ci rende ciechi rispetto alle nostre scelte quotidiane che sono tutt’altro che consapevoli: siamo costantemente esposti a condizionamenti che insidiano la nostra capacità di giudicare di agire lucidamente[12]. Persuasi che le tecnologie ci rendono più performanti, non ci rendiamo conto di quanto ogni giorno il loro uso disfunzionale ci orienti verso una perdita di efficacia e pensiero critico.

Il minimalismo digitale, così come proposto da Newport, è una vera e propria riabilitazione, che sposta la mente del soggetto dalla gratificazione immediata, tipica dell’online addiction, defocalizzata e disfunzionale, ad una gratificazione differita, consapevole e lucida.

Adottando un’ecologia della mente di Batesoniana memoria, il minimalismo digitale ci aiuta a ritrovare un equilibrio con il nostro ambiente, senza estreme rotture con il mondo delle nuove tecnologie, ma attraverso una sana reinterpretazione dei limiti e dei ruoli: le tecnologie vanno usate, non bisogna lasciarsi usare.

Come il progresso ci ha insegnato ormai da anni, ancora una volta non è lo strumento in sé a determinare il cambiamento, ma è l’uso che se ne fa ad incidere significativamente sulle pratiche individuali e sociali.

Il Web, d’altronde, nasce come innovazione sociale piuttosto che tecnica, come affermò il suo stesso creatore:L’ho progettato perché avesse una ricaduta sociale, perché aiutasse le persone a collaborare e non come un giocattolo tecnologico. Il fine ultimo del Web è migliorare la nostra esistenza reticolare nel mondo[13].

La Rete, e in senso più esteso gli strumenti digitali, offrono infinite possibilità di connessione che possono incidere in modo significativo sul benessere individuale e sociale, utilizzarle per il meglio o per il peggio è discrezione di ciascuno, ma incide più di quanto possiamo immaginare sulle pratiche sociali, sulle interazioni e sui modelli comportamentali che offriamo alle future generazioni.

In questo senso, la proposta del minimalismo digitale si colloca in continuità con una migliore qualità del nostro tempo e delle nostre relazioni, non in antitesi o al di fuori del progresso tecnologico, quanto piuttosto all’interno di una sempre più impellente esigenza di creare una vera e propria “educazione civica” all’uso degli strumenti digitali.

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  1. È possibile scaricare l’intero report su: https://wearesocial.com/global-digital-report-2019
  2. È possibile consultare i dati su: https://www.globalwebindex.com/2019-consumer-trends
  3. La cosa interessante che notiamo osservando per bene i dati è che l’83% degli utenti è attivamente impegnato sulle piattaforme sociali, contribuendo in prima persona, mentre il resto sono osservatori, voyeuristi, partecipatori passivi, ma molti di questi, più di 800 milioni di utenti, utilizzano i social media per lavoro.
  4. Font: Dscount
  5. fuori (patologicamente riconosciuta come F.O.M.O ovvero fear of missing out
  6. Carciofi A. (2017) Digital Detox: Focus & produttività per il manager nell’era delle distrazioni digitali. Hoepli
  7. Capitanucci, D., (2006). Post-modernità e nuove dipendenze. Prospettive Sociali e Sanitarie, 6, 6–12
  8. Valleur M. e Matysiak J. C. (2004), Sesso, passione e videogiochi. Le nuove forme di dipendenza, Bollati Boringhieri: Torino
  9. Nardone G., Cagnoni F., (2002) Perversioni in rete, le psicopatologie da internet e il loro trattamento. Ponte alle Grazie: Milano
  10. Newport C.,Digital Minimalism: Choosing a Focused Life in a Noisy World, NY times Bestsellers 2019 – a breve in uscita anche il Italia.
  11. Possiamo citare, a mero titolo di esempio, Self Control per il Mac; Cold Turkey per Windows; StayFocusd per Chrome; LeechBlock per Firefox.
  12. Kahneman D (2012) Pensieri lenti e veloci, Mondadori
  13. Berners-Lee T., (2001) L’architettura del nuovo Web, traduzione di G. Carlotti, Feltrinelli: Milano; p.113

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