Non buttiamo la DAD con l’acqua sporca: cosa serve davvero per “salvare” la scuola | Agenda Digitale

la riflessione

Non buttiamo la DAD con l’acqua sporca: cosa serve davvero per “salvare” la scuola

Prendendo spunto da un recente articolo sui danni della didattica a distanza per l’apprendimento, la socialità e il mondo del lavoro, esaminiamo i tanti problemi della scuola che il lockdown ha esacerbato, proponendo delle soluzioni

09 Feb 2021
Vittorio Midoro

già dirigente di ricerca CNR presso l'Istituto Tecnologie Didattiche

Qual è l’impatto del lockdown sugli apprendimenti scolastici? In un recente articolo [1] vengono riportate le opinioni di studiosi italiani su indagini condotte in Olanda, Francia e Usa.

Pur non potendo entrare nel merito – perché sarebbe necessario conoscere tali studi, analizzare le metodologie di ricerca usate, i dati raccolti, i metodi di elaborazione, la validità delle conclusioni ecc – è possibile commentare i messaggi che l’articolo vuole convogliare appoggiandosi su queste opinioni:

  • le scuole sono state chiuse;
  • l’ampio ricorso alla DAD sta avendo effetti negativi sulle competenze e sui comportamenti e l’emotività dei giovani che stanno perdendo in relazioni e socialità;
  • per gli imprenditori c’è un danno enorme visto che nel mondo del lavoro di oggi competenze trasversali e lavoro in team sono aspetti fondamentali; sarebbe opportuno un piano di recupero nei mesi estivi.

Non c’è dubbio che il lockdown abbia avuto un forte impatto sulla scuola. Questo, tuttavia, non riguarda gli effetti negativi sottolineati dall’articolo che, come il capitano del Titanic, non coglie i problemi enormi emersi di fronte alla scuola e sottintende un invito a proseguire sulla vecchia rotta (Signor mozzo, io non vedo niente, C’è solo un po’ di nebbia che annuncia il sole, Andiamo avanti tranquillamente. – F.De Gregori).

Le scuole sono state chiuse. È davvero così?

L’articolo afferma “Le scuole sono state chiuse”. No, sono stati chiusi gli edifici scolastici e sospese le lezioni in presenza, ma l’attività scolastica è continuata con gli strumenti a disposizione e cioè con le tecnologie digitali. Ed è qui che è emerso l’iceberg: la nostra scuola si è scoperta impreparata perché prima non aveva fatto seriamente i conti con la rivoluzione digitale. Rimanendo ancorata al libro e ai suoi paradigmi (lezione, studio sui manuali ecc.), non si era accorta che i contenitori della conoscenza erano cambiati, passando dagli scritti agli oggetti digitali, e che ciò doveva necessariamente cambiare il modo di essere della scuola. In tempi di pandemia, questo ritardo ha avuto gravi conseguenze. Per esempio, come prerequisito indispensabile per l’attività scolastica, agli studenti e ai docenti non era mai stato richiesto il possesso di un computer connesso alla rete. Ma oggi, se mancano queste condizioni, la scuola si ferma. E così è emerso il digital devide tra chi ha accesso e sa usare il digitale e chi ne è escluso.

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Ed ancora, la scuola ha continuato a ritenere che l’abilità essenziale per lo studio fosse l’essere un lettore esperto, mentre oggi ciò non basta più, perché, per operare nel mondo della conoscenza, studenti e insegnanti devono essere digital literate. Ignorando questo fatto, molti docenti hanno potuto continuare a insegnare senza la minima cognizione del mondo digitale e dei suoi nuovi paradigmi, e gli studenti a usare il digitale senza saperne sfruttare in pieno le potenzialità. La pandemia ha costretto tutti i docenti a confrontarsi con il digitale e a sperimentarne le potenzialità, provocando uno sviluppo professionale senza precedenti, come sottolinea l’inserto che lo stesso Sole24ore ha dedicato alla DAD.

Gli effetti negativi della DAD

L’articolo continua sostenendo che l’ampio ricorso alla DAD sta avendo effetti negativi sulle competenze, e a supporto di questa tesi riporta l’opinione di Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli: “Gli studi americani rivelano un gap formativo stimato in un range dal 35 al 50% in matematica e nella propria lingua rispetto agli studenti degli anni prima allo stesso punto del programma, con variazioni in base al grado di scuola: peggio al primo ciclo, un po’ meglio alle superiori. In Olanda in otto settimane di lockdown si è perso circa il 20% del progresso previsto per l’anno scolastico. Se in Italia le cose fossero andate come in Olanda – e non è ragionevole pensare che siano andate meglio – la perdita di apprendimenti causata dalle 14 settimane di chiusura da marzo sarebbe probabilmente superiore al 30%. A cui andrebbe poi aggiunta quella degli ultimi mesi, in questo caso soprattutto alle superiori”.

I confronto (impossibile) col sistema educativo Usa

La semplificazione giornalistica va interpretata per capire di che cosa si sta parlando. Per ogni livello scolare, il sistema educativo USA fa riferimento a standard che definiscono che cosa lo studente deve conoscere e saper fare in una certa disciplina, qualcosa di simile ai nostri programmi ministeriali, con la differenza che negli USA sono previsti test “oggettivi” per valutarne il raggiungimento. La citazione menziona genericamente studenti del primo ciclo e delle superiori. Una possibile interpretazione è che per ogni livello scolare siano stati considerati due campioni equivalenti, uno riferito all’anno precedente e uno all’anno del lockdown e sia stato valutato il grado di raggiungimento degli standard fissati. Nell’anno del lockdown si parla di un gap formativo “stimato in un range dal 35 al 50% in matematica e nella propria lingua”. Suppongo voglia dire che se l’anno precedente gli studenti avevano raggiunto N standard, nell’anno del lockdown gli studenti hanno raggiunto un numero compreso tra N*0,65 e N*0,50 a seconda della disciplina e del livello scolare considerati.

Questo risultato appare scontato se si considera che necessariamente si sono dovuti ridimensionare i programmi per adattarli al diverso modo di erogare i contenuti. Se per riempire una bottiglia ci vogliono 10 secondi, riducendo la portata del 50%, in 10 secondi la bottiglia sarà riempita a metà. Ma è corretto affrontare il problema in questo modo?

No, perché lo studente non è una bottiglia da riempiere, semmai è una pianta da coltivare. E, a questo scopo, non funziona l’idea che la formazione consista principalmente in un trasferimento di nozioni, conoscenze, abilità e competenze codificate negli standard e nei programmi. Docenti pionieri stanno già sperimentando alternative a questo modo di concepire la scuola. Nel citato speciale del Sole24ore, Rita Manzoni suggerisce un modo di agire che prevede 5 parole chiave per l’apprendimento: sfida, ricerca, operare, raccontare e condividere, concludendo che: “la DAD, come esperienza di elearning implica un ripensamento di modalità tempi e ruoli dei soggetti coinvolti. Perché non approfittare di questo momento di crisi per trasformare la DAD da necessità in opportunità di cambiare il modo tradizionale di fare scuola?”.

Un modo diverso di fare scuola

Per far crescere gli studenti, un certo numero di docenti ha iniziato a praticare un modo diverso di fare scuola: dalla lezione all’interazione con ambienti di apprendimento, dallo studio individuale a un lavoro cooperativo. Ciò li ha indotti a riconsiderare che cosa sia necessario alla maturazione degli studenti, superando standard ossificati per misurarsi con tematiche e problematiche aperte, nella propria area di competenza. Ciò comporta il passaggio dalla memorizzazione di nozioni allo sviluppo di capacità per affrontare la complessità di problemi reali. Perché non si studia l’impatto sugli studenti che hanno sperimentato questo modo diverso di essere della scuola? Questa scuola ovviamente non elimina la presenza ma la ibrida con la distanza. Piccoli gruppi di studenti, che hanno lavorato collaborativamente in rete per realizzare un prodotto, o un servizio o per studiare una problematica, su appuntamento, anche in presenza, possono incontrarsi in sicurezza, magari all’aperto per discutere sui progressi e sul da farsi con i docenti e tra di loro, come in una specie di nuovo laboratorio artigiano che ibrida spazi fisici con spazi virtuali. In tempo di pandemia la presenza scolastica è praticabile in piccoli gruppi, in spazi areati e con misure di sicurezza che garantiscano il distanziamento fisico, evitando il distanziamento sociale.

Pensate che grande progetto sarebbe stato se in questo periodo tutte le scuole, ognuna con la propria specificità e al propiro livello, avessero deciso di studiare la pandemia da tutti i punti di vista: matematico, biologico, statistico, storico, letterario, giuridico ecc. lavorando collaborativamente in rete e a scuola in presenza, in piccoli gruppi, per tutto il tempo del lockdown.

I danni per il mondo delle imprese

E questo ci porta alla successiva presa di posizione dell’articolo, che sostiene che il modo di essere della scuola in questo frangente sta avendo “effetti negativi sui comportamenti e l’emotività dei giovani che stanno perdendo in relazioni e socialità, per gli imprenditori c’è un danno enorme visto che nel mondo del lavoro di oggi competenze trasversali e lavoro in team sono aspetti fondamentali”. Ma la scuola tradizionale non ha come priorità lo sviluppo di queste competenze trasversali e quindi non si vede come, in questo periodo, gli studenti ne possano risentire. Semmai, allo sviluppo di tali competenze potrebbe portare una scuola diversa, ad esempio come quella a cui ho accennato. Tra l’altro una di queste capacità trasversali è l’essere un lettore esperto e, nella nostra scuola, per diventarlo, al 30% dei ragazzi non bastano 10 anni di studio tradizionale, se è vero che un ragazzo su tre legge a stento un semplice testo senza comprenderne il contenuto.

Ma che scuola è questa?

E veniamo all’ultimo invito: sarebbe opportuno un piano di recupero nei mesi estivi. Visto il tono dell’articolo, probabilmente si pensa a minicorsi in presenza per finire i programmi. E se invece si organizzassero attività che si aprono verso nuovi modi di arricchimento cognitivo, affettivo, e psicomotorio. Le forme vanno studiate, ma in questo modo i ragazzi potrebbero fare musica insieme, potrebbero realizzare film, potrebbero scrivere poesie, potrebbero capire tecniche di scrittura creativa, potrebbero fare teatro, potrebbero imparare a progettare app, potrebbero imparare a usare droni per studiare l’ambiente, potrebbero fare gare di robot, potrebbero innamorarsi e sviluppare l’intelligenza emotiva, potrebbero imparare a meditare, potrebbero imparare a guardare le stelle, potrebbero appassionarsi alla fisica quantistica, potrebbero…Ma che scuola è questa? E, infatti, è una scuola nuova, che rispetta le diverse intelligenze, sviluppando tra l’altro quelle che l’articolo chiama competenze trasversali, oggetto di costosi corsi per top manager.

Per terminare voglio anch’io citare uno studio condotto da Maurin e McNally (“Vive la revolution! Long-term educational returns of 1968 to the angry students”, Journal of Labor Economics 26(1): 1-33) che mostra come la sospensione dell’attività scolastica e l’abbandono delle normali procedure di esame in Francia, a causa delle rivolte studentesche del 1968, abbia portato, nel lungo termine, a conseguenze positive nel mercato del lavoro.

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  1. https://www.ilsole24ore.com/art/la-generazione-perduta-covid-buchi-apprendimento-30-50percento-ADKibZCB
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