Omicidio George Floyd, il ruolo di smartphone e social per i diritti civili | Agenda Digitale

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Omicidio George Floyd, il ruolo di smartphone e social per i diritti civili

La condanna dell’agente Chauvin per l’omicidio di Floyd, da cui è scoppiata la protesta black lives matter, forse non sarebbe mai avvenuta senza smartphone e social, utili a documentare la violenza e a rendere la polizia accountable. Ecco prospettive e limiti del fenomeno

30 Apr 2021
Barbara Calderini

Legal Specialist - Data Protection Officer

Chissà se Steve Jobs quando ha (ri)lanciato gli smartphone nel 2007 immaginava, dall’alto del suo genio visionario, che questo piccolo oggetto avrebbe contribuito a incidere sul progresso dei diritti civili.

L’agente Derek Chauvin nei giorni scorsi è stato riconosciuto colpevole di tutti i capi d’accusa per la morte di George Floyd: omicidio colposo, omicidio di secondo grado preterintenzionale e omicidio di terzo grado. L’avvocato di Floyd ha definito la sentenza storica e con “implicazioni significative per il Paese e anche per il mondo”.

Joe Biden e Kamala Harris hanno rilasciato dichiarazioni promettendo una riforma della giustizia.

“A causa degli smartphone,  tanti americani hanno ora visto l’ingiustizia razziale che i neri americani conoscono da generazioni – l’ingiustizia razziale che abbiamo combattuto per generazioni; contro cui i miei genitori hanno protestato negli anni ’60; contro cui milioni di noi, americani di ogni razza, hanno protestato la scorsa estate”.

Smartphone, Floyd e Black Lives Matter

La giuria, composta da 12 giurati, sette uomini e cinque donne, sei neri, quattro bianchi, due di etnia mista e due bianchi di riserva, lo ha condannato nel giro di poche ore.

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Il filmato dell’agonia di George Floyd ripreso dalla videocamera presente sugli smartphone degli astanti, tra cui quello ormai noto pubblicato su Facebook dalla diciassettenne Darnella Frazier, ha provocato livelli di indignazione e condanna altissimi che hanno innescato una nuova fase acuta del movimento Black Lives Matter.

Sono video ed immagini che hanno portato a conoscenza del vasto pubblico americano, e non solo, dettagli severi ed impressionanti, altrimenti invisibili, di quegli otto minuti e 46 secondi in cui l’agente di polizia Derek Chauvin ha premuto per oltre otto minuti il ginocchio sul collo di Floyd, mentre costui giaceva ammanettato, a faccia in giù in strada, impedendogli con ciò di respirare. Tutto avveniva mentre altri tre ufficiali assistevano impassibili al gesto dell’agente Chauvin, un poliziotto bianco, nei confronti di un afroamericano, sospettato di aver speso una banconota da 20 dollari contraffatta per comprare sigarette in un negozio di alimentari locale.

Il video, proiettato ai 12 giurati e trasmesso in diretta tv in tutta l’America da Court Tv, ha reso ogni cittadino “testimone” della reazione violenta di un poliziotto bianco che, nel corso di un’operazione di polizia, preme impassibile il ginocchio sul collo di un uomo di colore, provocandone la morte per asfissia.

Derek Chauvin è divenuto in poche ore il volto “oscuro” della polizia americana e della supremazia bianca americana. Una forma di ingiustizia razziale che ha profonde radici storiche nella schiavitù e nei linciaggi del suprematista e segregazionista Theophilus Eugene “Bull” Connor e del Ku Klux Klan, mentre il presunto lato criminale di Floyd rimane avvolto nell’ombra poiché del tutto insignificante rispetto all’inconfutabile ingiustizia e gravità del gesto fatale compiuto da Chauvin.

Mentre le immagini trasmesse evidenziano il bisogno urgente di raccontare i drammi umani vissuti dalle vittime afroamericane e dalle loro famiglie, i dibattiti, espressione delle proteste del movimento Black Lives Matter, si spostano nelle sedi istituzionali del neo eletto Presidente Biden e, il giorno successivo al verdetto, lo stesso Dipartimento di Giustizia e il procuratore generale degli Stati Uniti Merrick Garland annunciano l’avvio di un’indagine approfondita sul dipartimento di polizia di Minneapolis per analizzare i sospetti di comportamenti razzisti perpetrati dai suoi agenti, mentre anche nel dipartimento di polizia del dipartimento di Louisville nel Kentucky, si preannuncia l’avvio di un’inchiesta giudiziaria, a seguito alla sparatoria mortale di Breonna Taylor durante un raid della polizia risalente ad un anno fa.

Anche al Congresso riprendono con una certa enfasi, dopo il fermo della scorsa estate, i negoziati bipartisan sul progetto di legge noto come “George Floyd Justice in Policing Act,” teso a riformare il sistema del funzionamento delle forze dell’ordine. E l’urgenza viene resa ancora più impellente dal riverbero mediatico dei recenti episodi di violenza ripresi dal video di una bodycam che mostra una sparatoria mortale da parte della polizia del 22enne Anthony Alvarez mentre scappava con la schiena rivolta verso l’ufficiale e dalle accuse per omicidio colposo mosse nei confronti di un agente di polizia del Minnesota, del Brooklyn Center, Kim Potter, coinvolto nella morte di Daunte Wright, un uomo di colore di 20 anni, durante un tentativo di arresto dello stesso avvenuto fuori Minneapolis, a pochi chilometri dall’aula del tribunale in cui è stato condannato Derek Chauvin per l’omicidio di George Floyd.

Sorveglianza informale

I video, espressione di quel fenomeno comunemente noto come cop-watching o sorveglianza informale, che immortalano le azioni brutali della polizia, ovunque in America, si moltiplicano suscitando polemiche, riflessioni ma anche aspettative e richieste di rapido intervento, divenute ormai ineludibili e centrali, a maggior ragione dopo le affermazioni del Presidente Biden che, nel discorso alla nazione, successivo al verdetto, ha definito la condanna piena dell’agente di polizia Derek Chauvin “un passo avanti contro il razzismo sistemico” che connota lo spirito di una parte importante dell’America.

Ogni Stato che si proclami democrazia costituzionale deve necessariamente considerare la questione della responsabilità della polizia come priorità istituzionale.

E’ così?

La condanna dell’agente di Minneapolis Derek Chauvin non è la norma e rappresenta un’eccezione per un caso di altro profilo.

In molti si domandano se la morte del signor Floyd avrebbe mai potuto suscitare una simile reazione di indignazione globale e una tale esemplare condanna, se non fosse stato per il video di Darnella Frazier e di altri filmati ripresi dalle videocamere degli smartphone degli astanti, divenuti virali grazie al “rimbalzo” degli stessi sui social, e quanto tutto ciò possa costituire, rispetto al passato, un segnale determinante verso l’istituzione di forme controllo e repressione maggiormente efficaci degli abusi perpetrati dalla polizia americana nei confronti dei sospettati, specie di colore.

Testimonianza nera, non sempre è positiva

L’uso delle immagini che attestano episodi razzisti non è una novità del momento, tutt’altro: è ben conosciuta da generazioni.

Tanti si chiedono perché – i numerosi video e i filmati cosiddetti di “testimonianza nera” (termine che sta ad indicare come storicamente gli afroamericani abbiano cercato di registrare le ingiustizie, addirittura prima della guerra civile e di cui Frederick Douglass, lo schiavo fuggitivo che documentò gli abusi nei suoi confronti, ne è l’ispiratore) di qualche anno fa, come quello del 2016 di Philando Castile morto dopo essere stato colpito dalla polizia nella sua auto, o quello del 2014, di Eric Garner a New York e Laquan McDonald a Chicago, anche questi trasmessi e condivisi online sui canali social – non produssero il volume di attenzione e lo stesso livello di pressione da parte dell’opinione pubblica analogo[1] a quello del video della diciassettenne spettatrice impotente dell’aggressione dell’agente di polizia che ha portato alla morte il gigante nero Floyd.

Addirittura secondo Alissa V. Richardson, professoressa di giornalismo presso la University of Southern California e autrice del libro Bearing Witness While Black: African Americans, Smartphones and the New Protest Journalism, “quegli stessi video hanno svolto una funzione sinistra. Quando la polizia in quelle clip è rimasta impunita – e quando i mezzi di informazione non sono riusciti ad “umanizzare” adeguatamente le vittime nere – i filmati hanno piuttosto contribuito a riaffermare il continuo, ineludibile e secolare annientamento di un popolo” .

Come quando, nel 1991, un cittadino dal balcone del suo appartamento usò la propria cinepresa per catturare il video del violento pestaggio da parte di diversi agenti del Los Angeles Police Department nei confronti del tassista di colore Rodney King. Filmati che vennero trasmessi ai telespettatori di tutta la nazione ma che a seguito dell’assoluzione degli ufficiali coinvolti da parte una giuria per lo più composta da bianchi ha portato a cinque giorni di disordini a Los Angeles, 63 morti e oltre 2.000 feriti.

E perché le varie bodycam indossate dagli agenti e le dashcam montate sulle loro auto, lungi dal rivelarsi strumenti trasparenza (e dunque di responsabilità e di legittimità) e verifica della regolarità delle azioni tenute dagli stessi, rappresentano l’ennesimo tentativo di oscuramento della verità dei fatti circa i comportamenti violenti degli agenti?

Tali domande sono state oggetto anche di un interessante articolo pubblicato nelle pagine del sito BBC News dove viene messo in evidenza come, sulla scia dell’omicidio di George Floyd, altri video siano stati utilizzati dagli attivisti del movimento movimento Black Lives Matter per documentare le discutibili espressioni della sorveglianza condotte dalle forze dell’ordine nel corso delle proteste dei manifestanti: poliziotti antisommossa in armatura che picchiano manifestanti disarmati circolano ovunque online. E anche l’hashtag #DefundThePolice è di tendenza su Twitter. A dimostrazione di quanto siano alte sia la tensione sia le aspettative suscitate dalla tragedia di Floyd.

Social media e smartphone, faranno (ancora) la differenza?

E tuttavia è forte il dubbio se tanto possa finalmente contribuire ad una definitiva svolta di giustizia e controllo e al necessario processo di riforma del sistema di polizia americano.

Le perplessità non si risolvono neppure a seguito del verdetto unanime di colpevolezza emesso nei confronti di Derek Chauvin, la cui eccezionalità viene ritenuta una forza propulsiva importante ma non ancora sufficiente per l’avvio di una nuova stagione giurisprudenziale che sia in grado di travalicare i confini individualistici tipici dell’azione penale per spingersi in un terreno di matrice istituzionale di forte inversione di tendenza.

Ci si interroga se, nell’era dei social media, la tecnologia, come il semplice possesso di uno smartphone e l’ubiquità delle registrazioni video, possa contribuire a riformulare la narrativa che descrive gli episodi di violenza della polizia e con ciò favorire la visibilità del flusso razzista che permea una parte importante delle forze dell’ordine americane. Ci si chiede se le nuove forme di sorveglianza topdown esercitate dai cittadini, possano suscitare reazioni e risposte strutturate, sistemiche ed efficaci, idonee a mettere in ginocchio il funzionamento di un’organizzazione istituzionale e giudiziaria dove i corpi di polizia sono “favoriti e protetti” da percorsi di (ir)responsabilità personali preferenziali e da un ben consolidato mix di politica e cultura.

 USA: George Floyd, 

Il ruolo del giornalismo da smartphone nella “sousveillance” (sorveglianza top down) dell’operato della polizia

Sin dalle origini le istituzioni di polizia americane sono state il riflesso delle qualità dei governi locali presso cui prestavano servizio e ciò poiché, in quanto organizzazioni governative, rispondevano a precise regole di natura politica più che a norme di diritto e garanzie costituzionali. E probabilmente questo, se da una parte ha contribuito a renderli più “accettabili” dalla stessa comunità, dall’altra li ha resi anche più corruttibili, influenzabili dalle rivalità etniche e dalle specifiche politiche locali.

Come la crescita dell’America stessa, la proliferazione dei suoi dipartimenti di polizia, avvenne infatti in modo altrettanto rapido e casuale, certamente molto più veloce della giusta maturazione del grado di consapevolezza necessario agli americani e al giornalismo di protesta (e ai suoi reporters) sui temi di politica di giustizia penale, sulle pratiche di denuncia dei reati e soprattutto sul fatto che l’abuso di potere esercitato da un corpo di polizia avrebbe potuto comportare un male particolarmente grave, legittimando le forze dell’ordine ad impiegare la coercizione e persino la forza mortale contro cittadini sospettabili di crimini di varia natura.

Oggi, sebbene la tragedia di George Floyd e il video realizzato da Darnella Frazier non cambieranno repentinamente il corso della storia per i tanti afroamericani esposti alla violenza degli agenti dei vari dipartimenti di polizia americana, è comunque chiaro che la condanna esemplare inflitta al poliziotto Derek Chauvin abbia indicato ai tanti cittadini armati di cellulari una via per promuovere quella forma di “panopticon partecipativo ubiquitario” eretto sulla combinazione di smartphone, app di registrazione video e piattaforme di social media, in grado di accendere come mai prima d’ora i riflettori sul percorso verso l’ineludibile esigenza di cambiamento insita nell’attuale sistema di funzionamento delle forze dell’ordine.

E, tuttavia, se da una parte è innegabile come questa forma di “sousveillance” possa esercitare un impatto sostanziale sull’empowerment pubblico e sulle assunzioni di responsabilità dei singoli agenti di polizia e dei loro funzionari pubblici, e quindi influenzare la percezione pubblica della legittimità dell’operato delle forze dell’ordine, cambiando radicalmente il modo in cui anche i giornalisti riportano e condividono le notizie sui presunti abusi della polizia, dall’altra è altresì evidente come un tale fenomeno di monitoraggio informale possa avere un “costo morale” comunque rilevante per gli spettatori assurti al ruolo di coraggiosi reporter amatoriali.

Oggi la stragrande maggioranza degli americani – il 97% – possiede un cellulare di qualche tipo, e in almeno l’85% dei casi si tratta di uno smartphone di ultima generazione, in grado di registrare, documentare e condividere istantaneamente video ad alta definizione sugli abusi commessi dagli agenti di polizia, con la semplice pressione di un pulsante. E app come Just Us o Mobile Justice, patrocinate da attivisti e associazioni in difesa dei diritti umani, contribuiscono a promuovere consapevolezza e istruire i cittadini sui loro diritti, sulla legittimità e sulle corrette modalità di registrazione, condivisione e segnalazione degli scontri e dei possibili abusi compiuti dalle forze dell’ordine.

The smartphone journalist is helping us make sense of what is happening at a very granular level all across America, capturing things in places where newsrooms can’t be,” afferma Allissa V. Richardson. “You don’t need a fancy satellite truck to participate in broadcast journalism, you don’t need a fancy camera, You just need your phone and a Wi-Fi connection”.

Tuttavia non basterà: forme sistemiche di violenza richiederanno infatti interventi sistemici radicali in cui ristabilire il rapporto tra sicurezza e giustizia; di reinventare la nozione stessa di sicurezza pubblica e responsabilità, dove anche il sistema social-mediatico digitale e il giornalismo professionale avranno un ruolo fondamentale nel trovare nuovi modi per raccontare le storie di abuso di forza e di violenza al di là del paradigma della responsabilità individuale delle condanne penali dei singoli agenti e della relativa stigmatizzazione personale. Richiederanno prima di tutto un forte cambiamento culturale in grado di estirpare le radici di un razzismo strutturale che da tempo ha deformato i principi e i doveri di un’istituzione nata per difendere e proteggere i suoi cittadini.

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