Outer Wilds: giocare alla fine del mondo in tempi di pandemia | Agenda Digitale

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Outer Wilds: giocare alla fine del mondo in tempi di pandemia

Ogni ventidue minuti il mondo rischia di finire: Outer Wilds è un’esplorazione spaziale, condotta in solitudine, prima che scada il tempo e la stella esploda. Niente livelli, niente obiettivi se non conoscere e lasciare il segno. Un videogioco per riflettere in tempi di pandemia

01 Mar 2021
Lorenza Saettone

Filosofa specializzata in Epistemologia e Cognitivismo, docente di Filosofia e Storia

Mai come in questo periodo di pandemia c’è stato un picco di utenti sulle piattaforme online di gaming: se Among Us sfrutta l’isolamento offline per sbarcare il lunario, dando modo agli utenti di incontrarsi e divertirsi in scenette spaziali videoludiche, Outer Wilds, all’opposto, intende fare perno sull’isolamento, generando un profondo senso di abbandono e di solitudine.

Among Us è un gioco sviluppato anni fa, ma solo adesso, complici la necessità sociale e un’attenzione imprevedibile da parte degli influencer, è diventato noto a tutti. I motivi di tanto successo, come già analizzato, sono la risposta al bisogno giovanile di incontrarsi e la pratica del mentire come regola del gioco, che offre agli utenti una valvola di sfogo per la negatività accumulata. All’opposto di Among Us, molti utenti hanno scelto di giocare a un videogame di solitudine estrema, Outer Wilds.

Un’esplorazione spaziale, fisicamente perfetta, in cui indagare, risolvere problemi, seguire tracce lasciate da altri alieni, i Nomai, in ciclici ventidue minuti. Grazie a Outer Wilds, è come se gli utenti volessero spingere all’estremo il senso di abbandono, così da poter percepire il social distancing come più sopportabile, più sociale di un vagabondare nello spazio.

Cos’è Outer Wilds e perché cambia le regole del (video)gioco

Outer Wilds è un videogame molto particolare: a un primo impatto, potrebbe addirittura sembrare noioso. Chi gioca veste i panni di un astronauta alieno con il compito di esplorare un sistema solare: visitare i pianeti, capire il loro funzionamento e raccogliere informazioni da depositare nel computer della navicella prima che scada il tempo e si verifichi l’esplosione stellare. Game over.

Ogni ventidue minuti il mondo finisce, come quel divenire eracliteo che insegnava come tutto avvenisse in un ciclo di nascite e distruzioni eterno. E come in una circonferenza ogni fine coincide con l’inizio, anche in Outer Wilds, per ogni loop, il game over causato da una supernova è l’inizio di un’altra esplorazione.

Non si tratta di un gioco a livelli, in cui le ricompense equivalgono a badge e punti. In questo caso, l’obiettivo è quello di collezionare informazioni utili a rispondere ai quesiti durante l’esplorazione e concludere l’avventura. Viene data una grande importanza all’esperienza di viaggio, stimolando, così, il bisogno di ricerca e la curiosità tipici dell’essere umano.

Outer Wilds è stato prodotto da un piccolo studio di Los Angeles, Mobius Digital Games, ma la sua origine è accademica, la tesi di laurea di uno studente, Alex Beachum. L’idea di Beachum era creare un gioco in cui l’universo dovesse mutare in continuazione, superando la stasi dei videogame delle generazioni precedenti. La dimensione non è quella di No Man’s Sky, nel quale i mondi sono generati proceduralmente: in Outer Wild lo spazio di gioco è pre-determinato, ragionato nelle sue caratteristiche. Uno spazio che comprende quattro pianeti rocciosi, uno gassoso, satelliti, comete, asteroidi, stazioni orbitali e un buco nero per più di venti ore totali di gioco.

Fisica newtoniana e ambientazioni realistiche: ogni pianeta ha un suo pool di leggi e caratteristiche di cui tener conto per atterrare e muoversi. Ci sono anche distorsioni temporali e anomalie, in grado di trasformare l’esplorazione in un viaggio estremamente eccitante e mai ripetitivo. L’astronave implementa meccaniche di guida e di atterraggio veritiere, così come sono richieste strategie di sopravvivenza attinenti alla realtà e al contesto. Non mancano momenti emozionanti come il panorama di un cielo stellato goduto mangiando un marshmallow. Se si è abbastanza braci da bilanciare i comandi e non trasformare il falò in un fuoco ingestibile né carbonizzare il dolcetto.

L’obiettivo è la conoscenza dell’universo: il sapere aristotelico, fine a se stesso, che non mira al dominio della natura o alla conquista interstellare. Il viaggio è arricchito dai misteri della civiltà aliena dei Nomai, dalle loro tracce archeologiche nel sistema solare da esplorare utili a capire le caratteristiche dei pianeti su cui l’astronauta sta raccogliendo dati.

L’esplorazione ha sempre un tempo limite di ventidue minuti, al termine dei quali si ritornerà all’inizio, sul pianeta di partenza. Ma ad ogni inizio resta la reminescenza dei loop precedenti, salvata sia nella memoria del giocatore che nel computer della navicella.

È possibile lasciare segni sui pianeti esplorati, attraverso una musica che continuerà a mandare la sua eco in tutta la galassia. Ogni astronauta porta sempre con sé uno strumento musicale e, grazie a una tecnologia che amplifica le onde sonore, se si perde può sempre lanciare nello spazio un’armonia per essere recuperato.

Outer Wilds stravolge diverse meccaniche di gioco: non solo elimina i livelli e gli obiettivi concreti, spesso basati sulla sopraffazione, ma pone il conoscere “fine a se stesso” come propulsivo e impiega la musica non solo per evocare emozioni in-game con soundtrack suggestive, ma come mezzo pratico di comunicazione tra individui.

Durante il viaggio, infatti, si incontrano altri esploratori della stessa specie. Sono momenti rari, addirittura comici: attimi che, nella solitudine del viaggio e nella pericolosità di molte delle sfide da affrontare, rappresentano un modo per tenere sempre vivo nel gamer il suo senso di isolamento. Una persona può dirsi “sola” unicamente quando ha incontrato un “Tu”. Chi non avesse conosciuto altri individui oltre se stesso, non potrebbe nemmeno comprendere il concetto di solitudine: il dubbio di essere soli ci porta a concludere che non lo siamo.

Outer Wilds: la solitudine come strumento di crescita personale

L’uomo per natura fugge l’isolamento, così da non restare solo con se stesso e il suo abisso. In ottica pascaliana, il bisogno di divertimento e la conseguente fuga dalla propria interiorità sono i mali principali della filosofia e della ricerca di senso: l’essere umano deve annoiarsi e in quella condizione trovare le risposte spirituali, ovvero scoprire Dio e l’unico dono che ci rende diversi dalle altre creature, l’auto-consapevolezza. Da questo punto di vista, la capacità di Outer Wilds di generare profondo senso di perdita e di solitudine può essere lo strumento perfetto per farci avvicinare alle risposte sull’essere, altrimenti tralasciate nelle occupazioni frenetiche della mondanità. Jung stesso diceva che la solitudine è una fonte di guarigione, in grado di rendere la vita degna di essere vissuta. Non solo, un certo isolamento è la condizione di vita indispensabile per il benessere nostro e degli altri: diversamente, non potremmo nemmeno essere sufficientemente noi stessi. (Cfr. Libro Rosso, Jung, p.315). Outer Wilds ci rende quindi più forti e pronti a tollerare il sacrificio di stare distanti.

È forse questa la rivelazione lasciata dagli alieni, da scoprire loop dopo loop? Il fatto di essere soli di fronte all’ineluttabile e di non poter in alcun modo cambiare il determinismo della natura è ciò che porta ad accettare la morte, a ricominciare la partita, giocandola al meglio, nonostante si sappia la conclusione certa di “perdere” ogni venti minuti. Si tratta dell’accettazione razionale della prospettiva “sub specie aeternitatis” della filosofia scolastica, che invitava a guardare ogni cosa “dal punto di vista dell’eternità”: una guida sempre utile, anche oggi nell’affrontare il nuovo coronavirus.

Outer Wilds e Among Us possono essere due strategie opposte ma efficaci per risolvere lo stesso problema esistenziale: portare a compimento l’evoluzione della specie umana, l’entelechia.  Il nostro essere è polimorfo e non c’è un unico pharmakon: a seconda di come definiamo la nostra specie, cambiano anche le strategie per raggiungere la piena soddisfazione di sé. In quanto animali dotati di linguaggio, sociali e ragionevoli, non possiamo fare a meno degli altri; dall’altro lato, invece, dobbiamo farne a meno, proprio per appropriarci della nostra intenzione, della volontà e non focalizzarci semplicemente sull’obiettivo esterno. Se si vive solo fuori da noi stessi, ci si scorda di analizzare la propria interiorità, la propria solitudine, e si finisce unicamente per ragionare per mezzi-fini evidenti, concreti, materiali. E se si considerano solo gli utili immediati e particolari, si misconosce l’importanza dei valori universali, che non sono mezzi per altro: la conoscenza in sé stessa, la Virtù, il Bene generale dell’Umanità e dell’ecosistema. Outer Wilds è un buon modo per rileggere il sacrificio che ci viene domandato in tempi di pandemia, adottando un punto di vista più sistemico e accettando, quindi, la necessità della Natura.

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