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arte e digitale

Patrimonio intangibile e cultura digitale: così le macchine preserveranno la memoria

Nel romanzo “Aniara. Odissea nello spazio” la facoltà specifica del ricordo viene totalmente assegnata alle straordinarie (e del tutto autonome) prerogative di una macchina. Vediamo in che modo l’evoluzione del concetto di patrimonio sollevi la fondamentale questione degli strumenti di conservazione

27 Mag 2019

Irene Baldriga

Storica dell'Arte, Presidente ANISA


La cultura digitale – che significa uso consapevole della tecnologia, orientato al principio della condivisione e della cittadinanza globale – può assumere il fondamentale compito di nutrire, ove necessario, il bisogno di memoria e di fruizione del patrimonio perduto. 

Per comprendere meglio cosa intendo, partiamo da un famoso romanzo di fantascienza, pubblicato nel 1956 con il titolo Aniara. Odissea nello spazio, in cui il premio Nobel per la letteratura Harry Martinson descrive una macchina intelligente che ha il compito di preservare la memoria dell’umanità.

Mima e l’arte come bene primario

Per la metà dei suoi circuiti, Mima – questo è il nome del prodigioso computer – si è creata autonomamente ed ha sviluppato la capacità di evocare fatti di un passato ormai dimenticato. Mima non è in grado di mentire ed è dotata dell’eccezionale facoltà di commuoversi. Posta nel cuore dell’astronave Aniara, che viaggia alla deriva in uno scenario apocalittico che ha costretto alcune migliaia di superstiti a fuggire dalla Terra, la macchina ha il compito di alleviare la noia e la paura degli uomini con immagini poetiche ed emozionanti di eventi remoti. Di fronte all’ineluttabile fallimento della missione, il dispositivo si autodistruggerà per non assistere alla fine del genere umano.

Il libro di Martinson pone la questione del bisogno dell’arte e della natura quali beni primari dell’umanità e lo fa attraverso la facoltà specifica del ricordo che viene totalmente assegnata alle straordinarie (e del tutto autonome) prerogative di una macchina elettronica. Quando Mima si autoelimina, gli uomini a bordo si abbandonano alle peggiori efferatezze, perdendo riferimenti, dignità e speranza.

L’importanza di preservare la memoria del passato

Lo spunto del romanzo “Aniara” sembra interessante per riflettere sull’importanza della preservazione della memoria del passato, della cultura e della continuità del tempo. La storia, tra le altre cose, serve a relativizzare il presente, collocandolo lungo un percorso che dà senso e prospettiva alla nostra esistenza. Ma non è meno importante sottolineare il fatto che l’esperienza della poesia e della bellezza (nel suo senso più ampio, che implica commozione e spiritualità) costituisca nutrimento necessario alla sopravvivenza dell’essere umano.

Per secoli la filosofia si è cimentata nel difficile compito di esprimere il concetto di bellezza, associandolo ai valori della verità e della bontà, del puro godimento estetico o spirituale, dell’avvicinamento alla dimensione del trascendente o della conquista di un equilibrio con l’ordine dell’universo. E se la cultura del ‘900 ha ampiamente dimostrato che l’arte può affermarsi ed emergere con determinazione anche nel pieno respingimento della bellezza come categoria estetica, di certo ha anche evidenziato come la vita, al contrario, non possa fare a meno della bellezza come categoria spirituale.

La contemporaneità ha inoltre segnato una fondamentale conquista del genere umano: il valore della storia, della natura e dell’espressione artistica quali elementi di un patrimonio universale, un orizzonte identitario così potente da superare le barriere religiose e politiche, i confini geografici e i pregiudizi sociali.

Tra gli effetti devastanti dei conflitti mondiali, del terrorismo, delle catastrofi naturali e dell’inquinamento – accanto alla perdita straziante di innumerevoli vite – si conta la distruzione di capolavori dell’ingegno e della creatività di ogni epoca e area del mondo, simboli assoluti eppure così fragili del nostro passato. Perderne la consistenza materiale ci priva non soltanto del piacere insostituibile di un’esperienza di contatto con lo spirito dei nostri padri, ma annienta in un solo attimo una porzione di memoria collettiva, un tassello di quel percorso accidentato e sofferto che ci ha condotti fino al tempo presente.

L’evoluzione del concetto di “patrimonio da preservare”

Come preservare la memoria di frammenti così preziosi e potenti della storia degli uomini? Nel 1972 l’UNESCO ha istituito la lista del patrimonio universale, che viene costantemente aggiornata e che ha ormai ampiamente superato il migliaio di siti da tutelare. A questo inestimabile elenco di luoghi di “eccezionale valore universale”, nel 2003 si è aggiunto un ulteriore giacimento, quello che raccoglie il cosiddetto “patrimonio immateriale”, ovvero le tradizioni, le espressioni orali, le consuetudini, i riti, le pratiche e le usanze che comunità e individui riconoscono come parte integrante della loro identità.

Si manifesta così un passaggio fondamentale di approccio, che non solo valorizza l’azione dell’uomo e il suo comportamento come “eredità” da preservare e trasmettere, ma che ambisce a tutelarne l’integrità. Il percorso che ha condotto a questa fondamentale conquista passa almeno per altri due importanti momenti di riflessione: quello che nel 1992 ha costituito “l’archivio della memoria del mondo” (un deposito di documenti ritenuti fondamentali per la storia dell’uomo, dai giornali di bordo di James Cook al Codice Purpureo di Rossano) e, nel 2005, la sottoscrizione della Convenzione di Faro che ha riconosciuto il ruolo delle cosiddette “comunità di eredità”, nella partecipazione dei cittadini alla tutela, alla trasmissione e alla valorizzazione del patrimonio culturale dei luoghi di appartenenza.

Il concetto di patrimonio, dunque, si evolve e man mano conquista spazi immateriali, intangibili, che estendono il concetto di bene comune e di identità culturale, sollevando al tempo stesso la fondamentale questione degli strumenti di conservazione, tutela e trasmissione di tali valori.

Il valore della memoria

Il tema centrale di questa riflessione riguarda pertanto il nostro saper essere e saper diventare, nella consapevolezza che non si può arrivare da nessuna parte senza capire da dove si è partiti. Ed è dunque il valore della memoria il principio che orienta l’intero ragionamento: come esercitarla e renderla fattore di orientamento e di garanzia nel nostro guardare verso il futuro?

Nella celebre scena dell’incendio della biblioteca descritto da Umberto Eco nel Nome della Rosa, l’indimenticabile protagonista – il frate Guglielmo – si dispera di fronte alla distruzione dei libri che per secoli avevano garantito la preservazione di tanta sapienza, bellezza e complessità di pensiero. E lo spettacolo di quella devastazione appare così orrendo e incomprensibile da risultare impossibile agli occhi degli astanti: “I monaci erano così adusi a considerare la biblioteca come un luogo sacro e inaccessibile, che non riuscivano a rendersi conto che essa fosse minacciata da un accidente volgare, come una capanna di contadini”.

L’immagine ricorda le nostre reazioni attonite di fronte alle scene delle distruzioni di Palmira o del Museo di Mosul. Baluardi della nostra memoria collettiva, luoghi cui abbiamo attribuito la forza dell’eternità, rischiano di cadere in polvere per la barbarie di chi non li comprende, ma anche per l’ingenuità di chi non riesce ad accettarne l’intrinseca fragilità.

Vi è dunque un ulteriore livello di patrimonio da preservare, accanto a quello materiale delle nostre montagne e dei nostri monumenti, e a quello immateriale delle feste popolari: si tratta dell’intangibile tesoro della memoria delle opere perdute, distrutte, violate.

Il romanzo di Martinson affida a una macchina, il computer quasi-umano Mima, il compito duplice di preservare il patrimonio di un passato perduto e di rinverdirne ogni giorno il ricordo. Mima non agisce in modo asettico e sembra seguire un preciso codice etico, sul quale varrebbe la pena soffermarsi: i suoi circuiti sono programmati per riportare fatti di sola verità, realmente accaduti. La conservazione del passato e il concetto stesso della tutela abbracciano il valore intoccabile dell’affidabilità e del rispetto.

La cultura digitale può quindi assumere il compito di nutrire, ove necessario, il bisogno di memoria e di fruizione del patrimonio perduto. Non va dimenticato, tuttavia, l’indispensabile rapporto tra veridicità e narrazione del ricordo. Nel mondo antico, il difficile compito assegnato da Martinson al computer Mima veniva svolto dall’aedo, un cantore professionista dotato di eccezionale memoria ma che era al contempo ritenuto maestro di verità. L’aedo narrava in virtù della conoscenza ricevuta dalle Muse: senza questo rapporto con il senso di verità, il suo racconto (che è anche ricordo ed esercizio di memoria) non poteva tradursi in rivelazione (aletheia):

“Voi siete dee e siete presenti e sapete ogni cosa,

noi soltanto la fama udiamo e nulla sappiamo” (Omero, Iliade, II).

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