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Direttore responsabile Alessandro Longo

La riflessione

Per favore, non chiamateli nativi digitali

di Paolo Attivissimo

18 Nov 2013

18 novembre 2013

Una ricerca della Bicocca smonta il mito della competenza informatica giovanile. Poiché i ragazzi usano dispositivi che si connettono in modo trasparente, invisibile, non percepiscono Internet come un’infrastruttura di base. Stanno crescendo in un mondo nel quale non solo non sanno, ma non possono smontare, smanettare, sperimentare. Tutto questo non crea nativi digitali. Polli di batteria, piuttosto

Vado spesso nelle scuole a insegnare le basi della sicurezza informatica e della gestione della privacy in Rete, per cui incontro sovente i cosiddetti “nativi digitali”: i giovani che hanno sempre vissuto attorniati dalle tecnologie digitali e dalle consuetudini sociali che li caratterizzano. Quelli che non si ricordano del mondo prima di Internet, cellulari, tablet, Playstation e smartphone e quindi li considerano elementi assolutamente ovvi e naturali della propria esistenza. I genitori di questi nativi li contemplano spesso estasiati, ammirando la naturalezza con la quale maneggiano i dispositivi digitali, come se vedessero Mozart al clavicembalo, e sospirano rassegnati, convinti di non poter competere con chi è cresciuto sbrodolando omogeneizzati sul touchscreen e sicuri che basti dare ai loro virgulti un iCoso per garantire loro l’articolata competenza informatica di cui avranno bisogno nella carriera e nella vita quotidiana. Se solo sapessero.

Pochi giorni fa, durante una delle mie lezioni, ho chiesto agli studenti di quinta elementare (tutti già dotati di iPad o iPod touch) se c’era per caso qualcuno di loro che non usava Internet. Si è alzata una mano. Ho chiesto al ragazzo come mai non navigasse in Rete e mi ha risposto, perplesso per la mia domanda, che lui non va su Internet. Lui usa Youtube. I suoi compagni non hanno fiatato per contraddirlo o correggerlo. Mi sono reso conto che dal suo punto di vista avevo fatto una domanda stupida.

È un bell’esempio di come ragionano i “nativi digitali”: poiché usano dispositivi che si connettono in modo trasparente, invisibile, non percepiscono Internet come un’infrastruttura di base alla quale ci si deve prima collegare per poter fare qualcosa. Vedono soltanto i servizi commerciali che Internet veicola e interagiscono con quei servizi toccando un’icona separata per ciascuno di essi. E questa separazione grafica è diventata un ghetto mentale. Non mandano più mail, ma messaggi su Facebook o WhatsApp. Guardano e riguardano i video di Miley Cyrus in streaming, scaricandoli ogni singola volta invece di salvarli localmente: non hanno alcuna percezione del consumo di banda. Con pochissime eccezioni, non hanno la più pallida idea di come funzionino realmente i dispositivi che usano. Si scambiano foto intime tramite SnapChat, convinti che le immagini vengano davvero cancellate per sempre dall’app e non siano recuperabili; si fidano delle promesse di privacy di Facebook, senza rendersi conto che il social network vive raccogliendo e vendendo i loro dati personali.

Non è un fenomeno limitato ai giovanissimi. Una recente indagine dell’Università di Milano-Bicocca sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde indica che due su tre non sanno come funziona Wikipedia, non sanno riconoscere una pagina di login fasulla guardandone l’URL (e non chiamatelo URL, se non volete che vi guardino basiti) e non hanno idea di come si reggano in piedi economicamente i siti commerciali più popolari. Due su tre hanno uno smartphone e la metà lo usa per andare online tutti i giorni: la fruizione della Rete da postazione fissa sta diventando minoritaria. Il computer, se c’è, è prevalentemente un portatile: sigillato, non modificabile, da usare a scatola chiusa, come lo sono i tablet e gli smartphone.

Questo rende molto più difficile che in passato l’apprendimento di come funzionano i dispositivi e le tecnologie di uso quotidiano. I “nativi digitali” stanno crescendo in un mondo nel quale non solo non sanno, ma non possono smontare, smanettare, sperimentare, in parole povere diventare hacker, nell’accezione originale, positiva e sempre più spesso dimenticata, di questo termine. Non hanno le possibilità che hanno avuto gli “immigrati digitali”, che anzi erano costretti a imparare per riuscire a far funzionare modem, schede audio e periferiche bisbetiche. Quelli di oggi sono meri utenti, e non è neanche tutta colpa loro: è la tecnologia stessa ad ostacolarli. L’emancipazione, il brivido di libertà che offrivano i PC autocostruiti, i modem, le BBS e Internet sono stati accecati dalla lucentezza dello specchio scuro nel quale questi “nativi” si riflettono per una media di tre ore al giorno: lo schermo del telefonino e del tablet.

Non stiamo semplicemente crescendo una generazione di falsi nativi digitali, che non hanno una reale competenza informatica (chiedete loro come si fa a mandare una mail in BCC o che cos’è un sistema operativo, per esempio; per loro Tor è un personaggio della Marvel). Intorno a loro si sta evolvendo, non per cospirazione ma per aggregazione spontanea, un giardino cintato e privatizzato dal quale diventa sempre più difficile uscire per diventare competenti. E in questo contesto affidare un tablet a un’adolescente non farà di lei un’informatica provetta, esattamente come rinchiuderla tante ore in garage non la trasformerà in un’automobile.

L’origine del potere dirompente dei primi personal computer, in particolare del PC IBM, era il fatto che era basato su standard tecnici aperti. Dopo decenni di calcolatori incompatibili, farciti di componenti proprietari e non intercambiabili, arrivava sul mercato un oggetto che accettava componenti di marche differenti tra loro. Con poche eccezioni, i protocolli e i linguaggi di comando di quei componenti erano noti e liberamente utilizzabili. Chiunque poteva essere hacker e sviluppare software, driver, sistemi operativi. Questo fece prosperare in modo esplosivo la cultura dell’informatica amatoriale. Il personal computer era, appunto, personal. Ci mettevi su il software e l’hardware che volevi, senza renderne conto a nessuno. Ora considerate invece un iPad: è bello, funziona bene, ma è sigillato. Niente aggiunte hardware. Provate a installarvi software non autorizzato da Apple: potete farlo soltanto pagando una licenza ad Apple o ricorrendo a un jailbreak. Il dispositivo è fisicamente vostro, ma per essere liberi di metterci il software che vi pare dovete scavalcare attivamente gli ostacoli e le restrizioni che il costruttore ha imposto. Il salto da consumatore passivo a utente creativo è diventato più lungo.

Com’è cambiato il paradigma dell’informatica personale: da uno scatolone rustico, flessibile e aperto a una tavoletta patinata, rigida e chiusa. Nel terzo trimestre del 2013 sono stati venduti nel mondo 80 milioni di PC (8,6% in meno rispetto a un anno prima) contro 250 milioni di smartphone, e le previsioni di IDC indicano che le consegne di tablet, da sole, supereranno quelle di PC prima della fine di quest’anno. Il PC sta morendo per abbandono: troppo scomodo, troppo ostico come manutenzione, troppo vulnerabile al malware. Un universo di app sterilizzate e verificate, su un dispositivo che fa di tutto per non sembrare un computer, è molto più allettante e rassicurante per il consumatore medio.

La stessa china scivolosa si sta delineando per Internet. Il boom della Rete è avvenuto per merito dei suoi standard e protocolli aperti e interoperabili, a differenza di tutte le reti telematiche commerciali chiuse che l’avevano preceduta. Su queste fondamenta aperte, accessibili a chiunque volesse semplicemente studiare, è stato possibile costruire liberamente di tutto: mail, Web, ftp, VoIP sfruttabili con qualunque client e qualunque sistema operativo, anche fai da te (Linux, e scusate se è poco). La mancanza di un gestore centrale ha impedito l’introduzione di sistemi di censura e controllo liberticidi e ha intralciato i tentativi commerciali monopolistici d’imporre il Browser Unico e il Sistema Operativo Unico: non dimentichiamo, infatti, che nel 2002 Internet Explorer era usato dal 96% degli utenti e Windows deteneva oltre il 90% del mercato desktop.

Confrontate questa situazione con quella di oggi: Facebook per molti utenti è l’unico sito visitato, tanto da essere per molti sinonimo e sostituto integrale di Internet. Qui le regole d’uso vengono decise unilateralmente, senza dibattito, col risultato che per esempio il video di una donna che viene decapitata va benissimo, ma un seno del quale si veda l’areola è tabù, e la mannaia della sua censura può colpire anche un museo che osa pubblicare una foto di nudo femminile parziale in bianco e nero (però Rate My Bikini o Boobs, Butts and Cleavage Collection non sono un problema). È un ambiente chiuso, controllato secondo criteri bizzarri e soprattutto insindacabili. Il parco pubblico è stato sostituito dal centro commerciale. E a un miliardo e cento milioni di utenti questo va benissimo.

I dati indicano che stiamo rinunciando progressivamente agli elementi tecnici fondamentali che hanno permesso lo sviluppo della Rete, sostituendoli con un ecosistema hardware e software progressivamente sempre più chiuso. La mia preoccupazione è che tutto questo non crea nativi digitali. Crea polli di batteria.

*Credits foto: Antonio Sofi

  • Tassoman

    io so che tu lo sai che io lo so che tu lo sai!

  • IbridoDigitale

    Il suo articolo è molto interessante e coglie perfettamente la situazione, ma io credo che non sia irrimediabile. I nativi digitali hanno l’attitudine, noi dobbiamo lavorare sull’abitudine. Mi spiego: Il Tablet non è per forza il male, lasciare il proprio figlio 4 ore con il tablet da solo è il male. Io sono genitore, rappresentante di classe tecnico informatico e 40enne che ha passato la gioventù a smanettare con con una 3dfx per ottenere 2 frames in più in quake, so di cosa parla lei. Il problema sono i genitori, sono loro, o meglio noi che diamo in mano ai nostri figli questi strumenti senza intervenire minimamente sulla formazione, a volte per incompetenza, ma più spesso per comodità. La rete è popolata anche da tanti progetti OpenSource ed OpenHardware, Arduino, le stampanti 3d stanno offrendo ai nostri ragazzi la possibilità di tornare a giocare con la tecnologia, ma sta a noi far scoprire loro questa possibilità quando sono ancora abbastanza piccoli da essere educati.

  • Arcibeppe

    Condivido quanto scrive IbridoDigitale nel suo commento vorrei aggiungere, premetto che sono un tecnico informatico passato dal Ced alla gestione dell’ICT per cui oggi mi occupo più di strategie e innovazione che di aprire computer e sistemare reti, il problema è che in questi anni abbiamo fatto magari solo formazione su come si usa questo su quanto è pericoloso internet ma senza spesso mettere al centro dei nostri discorsi l’uomo, le persone, cioè chi fa realmente la Rete inserendo miliardi di contenuti. Forse per i nostri figli dovremmo parlare di più delle persone e poi della tecnologia. Non meravigliamoci se poi siamo in un paese dove le infrastrutture informatiche sono da terzo mondo se specialmente i giovani hanno una visione cosi distorta e non capiscono cosa devono chiedere alla classe dirigente per avere opportunita di lavoro e di crescità.

  • Refkit

    buongiorno, le chiederei se puo’ indicare la fonte di questa ricerca che lei cita: “Una recente indagine dell’Università di Milano-Bicocca sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde indica che due su tre non sanno come funziona Wikipedia, non sanno riconoscere una pagina di login fasulla guardandone l’URL ecc.”. Grazie molte

  • alessandro longo

    Era linkata, vedi parola “indagine”

  • cristina

    Ritengo che dobbiamo continuare a chiamarli nativi digitali proprio per le ragioni esposte in questo importante articolo. La situazione dei ragazzi di questo tempo è proprio quella descritta qui. Questi sono anche i loro stili di apprendimento. Tutto è a portata di mano,e questo ha modificato il loro modo di pensare. Noi educatori abbiamo il compito di capire la realtà dei fatti ed intervenire,non per limitare l’uso degli strumenti tecnologici, ma per insegnare loro ad usarli con consapevolezza.

  • lamammarobi

    Paolo Attivissimo, la leggo da molti anni e Lei mi piace. Sono d’accordo. Ho linkato parte dell’articolo sul mio misero blog. Ma confesso che anche se sapevo che TOR non poteva essere l’eroe della Marvel perchè manca l’acca, non avevo idea di cosa fosse. Le mamme non finiscono di imparare. grazie.

  • …vecchia guardia

    I nativi digitali sono come per la generazione mia, i nativi della televisione che, a differenza dei nostri genitori (non di tutti) non abbiamo difficoltà ad utilizzare un videoregistratore (o oggi un lettore blu ray o un dvd recorder).
    Tutto è derubricato a livello di un elettrodomestico, più o meno intelligente, ma utilizzato come tale. Ho bisogno di un servizio e imparo.
    I pionieri digitali, invece, faticavano per fare quello che serviva e quindi erano obbligati ad imparare.
    Ma…. esiste sempre un ma…. come esistevano i geek allora esistono anche nelle nuove generazioni, sono comunque sempre una minoranza. Giovani che si ingegnano a sviluppare in casa una stampante 3d, nuovi sviluppatori open source, smanettoni che imparano ad andare oltre i servizi base offerti. Ma la maggior parte come in passato prenderà quello che viene propinato trasformando anche gli strumenti informatici in strumenti passivi (non nella scelta di cosa fruire ma nelle modalità).
    Il problema di noi genitori sarà quello di renderli consapevoli di cosa stanno facendo (peccato che molti della mia generazione non lo sono neppure loro). L’unica alternativa crescere insieme e cercare di capire insieme cosa si sta facendo.

  • Teo

    Lavorando nel settore informatico, programmazione ed assistenza, direi che non potrei che esser felice di ciò, vuol dire che lavorativamente parlando sarò ancora sulla cresta dell’onda per anni! ^_^

  • epa

    ma lei ha mai letto “Digital Natives, Digital Immigrants” di Marc Prensky? sembra di no.
    Perché l’espressione “nativo digitale” non individua una persona con particolari abilità e conoscenze di tecnologie digitali ma che, nascendo nell’era digitale, manipola ed interagisce con le nuove tecnologie senza provare nessun disagio e con naturalezza.

    Una delle differenziazioni tra questi soggetti è il diverso approccio mentale che hanno verso le nuove tecnologie: ad esempio un nativo digitale parlerà della sua nuova macchina fotografica (senza definirne la tipologia tecnologica) mentre un immigrato digitale parlerà della sua nuova macchina fotografica digitale, in contrapposizione alla macchina fotografica con pellicola chimica utilizzata in precedenza.

    Per quanto riguarda le considerazioni su Facebook sono pienamente d’accordo.

  • mafe

    “Il paradigma dell’informatica personale” riguardava poche migliaia di persone, in percentuale le stesse che oggi, tra i nativi digitali, hanno voglia e piacere di capire come funzionano le cose che usano. La definizione originale di “nativo digitale” non ha mai fatto riferimento a una competenza tecnica approfondita, ma solo all’abitudine all’uso, come quella che noi quarantenni abbiamo per il libro e per la televisione, due tecnologie che tutti usano ma pochissimi sanno come funzionano. Resta il fatto che, anche in ambienti stracontrollati, i bambini e i ragazzi producono contenuti ed esperienze invece che vivere quelle pensate da altri.

  • Glu-fri

    La mia generazione ha perso, ma steve job ha vinto. Comunque tutta la faccenda é complicata.
    1. chi insegna ai ragazzi le basi? nessuno mi sembra
    2. gli Icosi sono oggetti di uso e consumo e getta (oggi ho il 4 ma voglio il 5)
    3. se non sanno cosa é un url sanno peró usare le applicazioni in modo creativo e possono fare graficamente cose che a 10 anni non mi sarei mai sognata.

  • anna gatti

    Ciò che la presenza dei dispositivi digitali ha introdotto e modificato nei ragazzi di oggi è che hanno un apprendimento visivo e non auditivo, ne parlavamo sabato durante la 2’assemblea generale sulla consulenza pedagogica a Milano. Ciò mette in crisi gli insegnanti e il sistema scolastico in toto. Ciò li fa sembrare ai nostri occhi proprio strani: abbiami introdotto una variabile che li ha portati ad un mutamento e che ci chiede di rioensare a come li educhiamo.
    Non proprio due noccioline!

  • pachi

    La verità è che si è costruito il popolo dei consumatori digitali necessari ad alimentare e far prosperare le industrie digitali, nessun interesse invece si vuole dedicare alla crescita della passione verso una professione e una cultura digitale. Si distribuiscono pesci, ma mai canne da pesca …

  • Giulio Riotta

    Chi scrive è un classe ’86 e, per quanto concretamente non lo sia, mi ritengo un nativo digitale poiché ho avuto la fortuna di crescere con un 386 in casa. A 8 anni i miei giochi erano Pacman, Prince of Persia, Monkey Island, Tetrix e per farli partire usavo MS-DOS. A 13 anni programmavo in HTML e giocavo in modo più o meno discutibile con gli IP altrui, poi il tecnico industriale mi ha permesso un’ulteriore specializzazione. Mi ritenevo abbastanza avanti.
    Arrivato a 18 anni ero seriamente preoccupato dall’intelligenza della generazione a seguire. I 14enni sembravano 18enni. Erano maturi nei ragionamenti, nel modo di parlare e di agire. “Ci spazzeranno via” mi dicevo.
    Oggi ho 27 anni e da un certo punto di vista, leggendo articoli come questo, da un lato mi sento più sereno. E’ evidente a tutti come la maggior parte dei veri nativi digitali si siano del tutto persi. Dall’altro lato mi rattrista, naturalmente, ma ritengo sia una diretta conseguenza della diffusa ignoranza italica. Viviamo un paese che non mai dato un’educazione informatica. C’era da aspettarselo.
    Comunque caro Paolo, premesso che mi occupo di fotografia a livello professionale, leggere il tuo interessante articolo mi ha fatto tornare alla mente un mio recente post dedicato all’invasione di compatte/smartphone e al rincoglionimento dell’individuo che ne è derivato. Cito testualmente “Si, perché un tempo c’erano le macchine fotografiche analogiche. Se le sapevi usare bene, mentre se non eri in grado ti facevi spiegare il funzionamento. Oggi invece nessuno ha idea di cosa succeda quando la notte scatta il flash e la fotografia viene totalmente buia. E allora qual è la soluzione? Si prende il cellulare e si risolve tutto con Instagram.”

  • Giulio

    Da notare che stanno nascendo comunque nuove idee anche riguardo a smart phones e tablet. C’era l’idea di fare uno smart phone assemblabile e aggiornabile a pezzi e sembra che Motorola (ahinoi) l’abbia colta. La massa spesso usa le nuove tecnologie solo per comodità e senza pensare a quello che comportano, ma nella massa ci sono persone curiose che si mettono a cercare nuovi sviluppi e nuove prospettive come chi ha creato apple, google, ecc. Useranno solo strumenti diversi perché il mondo ora è diverso, ma succederà, sta già succedendo. Si vedono articoli di ragazze e ragazzi di 15-16 anni che vincono premi scentifici per invenzioni anche applicabili agli smartphone, quindi gente nata con il computer e internet in casa. Ci saranno strade che neanche immaginiamo, come non immaginavamo 7 anni fa (non 70) di essere qui a discutere tali argomenti.

  • sveva

    Quoto in pieno.
    E nel mio piccolo, col rimpianto di non aver quasi mai usato Linux (ma col proposito di mettermici, prima o poi), a chi sfotticchia pensando che io sia Apple-maniaca e che non mi renda conto di quanto sia chiuso, rispondo che un Mac fisso non lo vorrei mai. Ma ovviamente chi fa una simile osservazione nel 99% dei casi non sarà in grado di comprendere il vero significato del mio rifiuto per un “fisso” di quel genere.

    Ad ogni modo, vorrei condividere qui una riflessione.
    È innegabile che i sistemi chiusi, primi fra tutti quelli Apple, nell’utilizzo comune di ogni giorno siano molto più pratici, almeno per l’utente medio: non si bloccano, non s’impallano, non vengono colpiti da decine di virus, word, trojan e simili, e scusate se è poco! Se a questo aggiungiamo il fattore estetico, ecco spiegato il successo dei prodotti Apple. Io stessa ne posseggo tre, e mi piacciono, e non mi costringono più a scomode e continue battaglie contro driver capricciosi, stampanti ribelli, connessioni ballerine, periferiche scomparse e controller indemoniati. Ma tutto ciò, comunque, non fa di me un pollo di batteria, semplicemente perchè il mio cervello non è tagliato per questo. Probabilmente se fossi una nativa digitale mi chiederei lo stesso come funzionano i pezzi assemblati sotto la scocca del mio iPad. È vero, avrei meno occasioni di smontare e sperimentare, meno problemi con cui fare palestra, e questo inevitabilmente rallenterebbe il mio apprendimento informatico, ma comunque non credo che sarei un pollo di batteria. Guarderei con incanto le magie di un processore, e vorrei in qualche modo capire come siano possibili.
    Il fenomeno cui stiamo assistendo, dunque, secondo me non dipende solo e tanto dal fatto che i prodotti più diffusi abbiano OS che rimbecilliscono; anzi, da un certo punto di vista è esattamente il contrario: questi prodotti sono così diffusi perchè anche un imbecille può usarli, perchè sono pensati per tutti coloro che sono intimamente e irrimediabilmente polli d’allevamento. La massa di persone che oggi usa youtube e facebook senza farsi domande, probabilmente dieci o vent’anni fa non si sarebbe neanche avvicinata a un apparato in grado di connettersi a internet.
    Dunque mi pare che l’articolo rifletta solo una parte di verità, ma non metta in luce l’altra. In poche parole, il pollo d’allevamento sta al sistema operativo chiuso e “rimbecillente” come l’uovo sta alla gallina: impossibile dire chi dei due sia il presupposto necessario affinché esista l’altro.

  • talete

    Condivisibili le considerazioni dell’articolo ma non per intero l’inquietante presagio che fanno intravedere.

    Penso alla rivoluzione dei makers, ad Arduino, Raspberry, ai FabLab. Penso al fatto che piattaforme di online education e iniziative per diffondere conoscenze su coding e programmazione possano essere splendidi esempi da porre a contraltare delle considerazioni espresse dall’autore.

    Naturale, come ben teorizzato dalle curve di adozione delle tecnologie, che i polli si concentrino nei picchi di massima diffusione. Ed è proprio la chiusura di questi strumenti, l’essere “chiavi in mano”, semplici e immediati, a decretarne il successo di massa. Va bene così, è il risultato di attività di evangelizzazione e del cambiamento nella fruizione dei contenuti. La TV era fruizione passiva, acritica. I nuovi strumenti c.d. “smart” sono spesso altrettanto acritici, ma interattivi o, come va di moda dire, social. Dobbiamo accettare anche questa differenziazione: strumenti di lavoro per alcuni, svago per altri.

  • d

    E se pochi anni dopo la Ford T qualcuno avesse accusato i “nativi dell’automobile” di esser polli inerti della tecnologia perchè per aggiustare l’automobile si dovevano rivolgere ad un meccanico? Utenti privi delle capacità meccaniche basilare per comprendere dove fosse un carburatore che li mette in una situazione inerte di utilizzo consapevole de mezzo?

  • Rocco Sgroi

    Ciao Paolo, ti faccio i miei complimenti. Non ho trovato nessuno che spieghi meglio i risultati di queste ricerche e la condizione reale dei nativi digitali, che nonostante tutto continuerei a chiamare così. Mi piacerebbe leggere altri lavori sul tema come questo ma che analizzassero i risultati da una prospettiva diversa dall’esame sulle delle conoscenze reali sullo strumento. Il problema che più mi preoccupa riguarda le capacità di apprendimento e risoluzione dei problemi, organizzazione e categorizzazione. Leggevo fra i commenti felicitazioni di lunga carriera, in realtà potrebbe verificarsi il contrario a causa dell’insegnamento implicito derivato dall’uso delle tecnologie. Come “a vista” è notevolmente aumentato l’insorgere prematuro di competenze, diversamente facile da prevedere è la ricaduta in età adulta di queste “facilitazioni”. Nulla che le tecnologie dell’insegnamento non possano correggere e anzi sfruttare a proprio vantaggio ma l’idea banalmente può essere rappresentata facendo riferimento alla differente competenza di scrittura e calcolo “carta e penna” fra le generazioni passate e quelle più recenti. Detta così, forse, potrebbe spaventare qualcuno.

  • mago

    Tutto vero e super condivisbile, ma e’ anche vero che i genitori dei nativi digitali sono meno che immigrati digitali, sono turisti senza visto.. Si dice Garbage in garbage out, e questa ne e’ l’esemplificazione… se il genitore usa la rierca google per andare su facebook (vedi google zeitgeist) e il figlio usa un app.. nessuna differenza. Non basta avere il padre/madre meccanico per esserlo, ma di certo aiuta, e non poco.

  • Bonfa

    Scusate ma come pretendete che tutti conoscano tutto di tutto. Ovviamente chi ha scritto l’articolo sarà uno che si interessa di informatica ma sono sicuro che esisteranno milioni di altri campi di cui lui non sa nulla. Se uno vuole interessarsi all’elettronica e informatica ha piu possibilità oggi rispetto ad un tempo…con ebay si possono tranquillamente comprare kit stile arduino su cui “smanettare” mentre una volta se non avevi il negozio di elettronica vicino a casa non potevi fare nulla.
    Non vedo questa preoccupazione e ringrazio il cielo della trasparenza che viene introdotta da tutta la tecnologia. Quando voi usate una lavastoviglie sapete perfettamente come fa a lavare? con la lavatrice? con la TV? conoscete perfettamente le modulazioni multiportante e i metodi di propagazione nella’aria, la progettazione dell’antenna, il cavo, l’elettronica di adattamento condizionamento ed elaborazione?
    NON è ASSOLUTAMENTE POSSIBILE PRETENDERE CHE TUTTI I GIOVANI SAPPIANO TUTTO DELL’INFORMATICA…semplicemente non è possibile ed è proprio grazie alla trasparenza e alla progettazione a “schema a blocchi” che funziona tutta la nostra elettronica… per sapere come interfacciarsi a livello ethernet non è necessario conoscere per filo e per segno il livello mac e fisico.
    La differenza tra i nuovi giovani e quelli già “grandi” rimane nel fatto che mentre i giovani oggi sanno usare tranquillamente dispositivi elettronici (non sanno come sono fatti ma nemmeno voi sapete com’è fatta la vostra macchina e la usate lo stesso quindi non è un’informazione necessaria) i “giovani di una volta” non hanno sufficiente elasticità per poter imparare nell’immediato come utilizzare un nuovo dispositivo. Ovviamente esistono le eccezioni ma l’andamento generale è quello.

  • martino

    E’ possibile postare un commento critico? Da addetto ai lavori, e da docente di storia dei nuovi media che ha a che fare con tanti nativi digitali, mi viene da dire: epperfortuna che sta andando così! Ma c’è qualcuno tra chi legge che ha la minima idea di come funziona una radio, una televisione ma anche un microonde o un frigorifero, da un punto di vista tecnico, intendo?
    Suvvia, signor Attivissimo, non credo che lei sia così naif da pensare che la tecnologia per essere adottata dev’essere necessariamente compresa da chi ne fruisce…è vero invece l’opposto, la tecnologia finché resta complicata, faticosa e poco usabile, resta ai margini..per pochi geeks, Quando si comincia a progettarla per un largo pubblico allora il livello di complessità deve scendere (questo è stato il sogno di Jobs, e la sua arma vincente). Se oggi un nativo digitale, anche me succede spesso, non conosce la differenza tra internet e web, se pensa che youtube sia diverso da internet, nessuno scandalo, perché non vuol dire che sta crescendo una generazione di pecoroni, ma vuol dire che sta nascendo una generazione che finalmente potrà adottare le nuove tecnologie per quel che offrono…

  • Xenon

    Condivido e quoto quasi tutto l’articolo (insegno informatica e “tocco con mano” ogni giorno il livello di cultura informatica dei cosiddetti “nativi”)…

    Vorrei pero’ fare un piccolo appunto. La nostra generazione, quella che viceversa e’ CRESCIUTA con l’informatica (e forse per questo la conosce molto meglio) si e’ fatta le ossa sul C= 64 (o sullo Spectrum), non certo sul PC IBM.

    Il PC, col monopolio di Microsoft, e’ stato l’inizio della fine. Noi siamo quelli che siamo perche’ abbiamo avuto la fortuna di vivere in un mondo informatico “culturalmente diverso” dove NON c’era solo il PC, e per questo (soprattutto negli anni ’80) abbiamo imparato a distinguere le tecnologie (comuni) dai prodotti (unici). Tutti i computer avevano una CPU, ma le CPU erano diverse (6510, 68000, x86, ARM, etc.); tutti i computer avevano un SO, ma i SO erano diversi (MS-DOS, MacOS, AmigaOS, Windows, NeXTStep, BeOS).

    E’ questa pluralita’ di cose che ci ha fatto “andare a fondo” nella faccenda; non eravamo di fronte a prodotti massificati e “uguali per tutti”, era necessario capire cosa c’era di simile e cosa di diverso. Era necessario IMPARARE COSE NUOVE.

    E’ questo, che manca ai “nativi digitali”. Vedono solo prodotti; fini a se stessi, senza alcuna necessita’ di capire “cosa c’e’ sotto” perche’ il capirlo non serve a niente (non permette una migliore fruizione del prodotto o un piu’ veloce apprendimento nell’uso di un altro).

    Manca, ai “nativi digitali”, il VIC 20. E il C= 64 e lo Spectrum poi. E il MacIntosh. E l’Amiga. E tutta la pluralita’ di cose che ci furono negli anni ’80 e (in parte) nei primi anni ’90.
    Non certo il PC IBM; del resto, quello ce l’abbiamo ancora. E’ l’unico tipo di computer disponibile.

    E, in parte, e’ anche questo, il problema… 🙁

  • marcoV

    Parzialmente d’accordo. Sono obiettivamente nativi digitali perché circondati dalle nuove tecnologie: devono diventare consapevoli digitali. Non mi piace il discorso sull’iPad: quella è innovazione, ricerca, investimento. Se un prodotto vale è il mercato che ha sempre ragione: ricordiamoci i nostri Nokia e guardiamoci intorno ora. Mi sarebbe piaciuto più un discorso sul perché non vengono adottate tecnologie open nelle scuole e nel pubblico. Ho visto libri di testo in licei tecnologici che parlano di Windows, della suite Office ed insegnano programmazione con le formule Excel!!! Ho visto insegnare C++ come se fosse C ma con il solo ‘comodo’ utilizzo di cin/cout e richiamando fantomatiche istruzioni non della libreria standard come system (“pause”); La strada è lunga….

  • Kaneda

    Articolo molto interessante e in parte estremamente veritiero. Ma bisognerebbe riconoscere che la tecnica – come la cultura – è un processo di sedimentazione di “sovrastrutture” successive, ed incrementali. Non “smontano” come facevamo noi – quanto piacere nell’hacking! – ma noi spesso non “smontavamo” certi hardware come facevano i nostri padri. Sono nativi digitali e sono soggetti a vincoli di sistema nuovi, di cui – come ogni “nativo di un [insieme universo]” – difficilmente potranno trasformarsi in osservatori esterni, consapevoli dell’inerzia che li soggioga (ma questo è storicamente ad appannaggio di pochi, intellettualmente eletti e spesso additati come eretici, o sovversivi). Smontano e rimontano strutture ontologicamente diverse, su un livello differente dal nostro, e lo stesso faranno plausibilmente le generazioni successive, con un salto qualitativo capace di giungere sempre prima, in accordo con la legge di Moore. Che poi ne siano prigionieri è un problema importante, anzi: grave, ma più sottilmente etico, che, appunto, filogenetico (e epistemologico), dato che ovviamente quel “livello” è costruzione volontaria e ha un ‘backend’ (mi si passi il termine) manovrato da altri. A mio avviso, quindi, “nativo digitale” e “pollo da batteria” non sono concetti antitetici, ma semplicemente appartenenti a dominii differenti. E semmai bisogna ricominciare a generare memoria storica (e quindi capacità critica), oggi chiusa nel dimenticatoio per alleggerire la nostra capacità di apprendimento, interamente impegnata dall’enormità degli impulsi real-time.

  • Kekkokk

    L’articolo è tristemente realistico, ma mi chiedo: l’arma vincente fino ad oggi è stato semplificare; Semplifichi per raggiungere più utenti = $$$ & progresso. Ok. Ma raggiungere sempre più utenti ha dei rischi, non puoi permetterti di vendere degli IBM con sistemi open source e allo stesso tempo far gestire alle signore di mezza età il proprio conto bancario online. non puoi permetterti di far installare nell’ipad applicazioni scritte da emeriti sconosciuti con il rischio che possano contenere malware o trojan o backdoor o chi più ne ha più ne metta. bisogna trovare un compromesso. non possiamo neanche permetterci che tutti questi ragazzini arrivino a 12 anni e si mettano a scrivere siti in php css java e html5 perchè continueranno a servire medici, insegnanti, spazzini e venditori. a ognuno il suo. certo è triste che internet sia diventato un’app, che sia youtube, che sia whatsapp o altro ancora. ma non vuol dire che se tutti utilizzano un computer debbano sapere come funziona nel “”back-end”. quando accendo la mia auto la so guidare, so qualche nozione sul suo funzionamento ma non sono in grado di riprogettare l’ESC o l’ABS solo perchè ormai è da anni che la guido.

  • elle

    Umhmm…a parte che Paolo Attivissimo mi è proprio simpatico, però il punto per me è un’altro!! Non so come funziona un aereo eppure lo uso, così come per gli elettrodomestici. Il punto è che magari occorre saper usare le nuove tecnologie e tornare in un mondo dove gli informatici / gli ingengeri, producono e lavorano sulle tecnologie, gli utenti le usano. Poi se uno ha la passione studia quello che vuole. Ma nessuno si sognerebbe di dire al pilota cosa deve fare, solo perchè magari a casa ha fatto un modellino o fa le simulazioni di volo con il pc o ha l’amico che…. 🙂

  • bluedog

    Secondo me i punti fondamentali sono il sottotitolo, che parla di “competenza informatica giovanile”, e il ritornello stantio (e falso) che i giovani “sanno tutto sul computer”. Sono questi, credo, i messaggi di Attivissimo. Bravo. Poi è chiaro che non tutti possono essere specialisti: smettiamo però di spacciare per “esperti” quelli che non lo sono.

  • savedev

    Credo che sia il normale iter del progresso.
    Tutte le novità tecnologiche poi nel tempo diventano una commodity per gli utenti. Ad esempio usiamo la corrente elettrica, ma in fondo non sappiamo come ci arriva dentro casa, apriamo il rubinetto ed esce l’acqua ma solo in pochi hanno cognizioni di idraulica…e così via per le auto, per gli aerei, ecc.

  • giovanna garzini

    assolutamente in accordo come insegnante …con 38 anni di esperienza. è la mia p

  • Fabrizio

    Come altri hanno fatto notare, l’utente finale la maggior parte delle volte non è una persona esperta del settore (qualunque esso sia) ma una persona che utilizza lo strumento per i suoi scopi, che possono variare da persona a persona. Si è sempre cercato di rendere la vita facile all’utente finale ed è così che deve essere; chi poi vuole approfondire lo fa, i mezzi ci sono ora più che mai.
    Poi, con riferimento ai dispositivi che vi sono oggi sul mercato, ognuno ha il dispositivo che si merita…

  • Stefano biker

    Io ti dico, ho quindici anni, e sinceramente, anche nei miei coetanei, riscontro molto queste problematiche… L’informatica vera e propria sta crollando, punto. Però bisogna dire che comunque c’è ancora gente come me, cioè appassionati, che hanno il cellulare, vero, ma con il quale ci smanettano e basta! Per la storia di internet, non posso dire niente, visto che se provo a chiedere a tutti i miei amici se sanno cos’è tor(uso questo esempio per comodità) o il deep web in generale, manco un quarto mi saprebbe rispondere… La stessa storia per linux e i suoi vari sistemi operativi! Chiedo a qualcuno se sa cos’è ubuntu, mi risponde, al massimo, che è un OS, ma non sa che viene fuori da linux… Oppure non saprebbe dirmi qualche altro suo sistema, tipo Fedora, Gentoo, Sabayon, Linux mint, ecc… Però sappi che c’è sempre quel quarto di popolazione che è appassionata e ne sa qualcosa in più della media!

  • davey

    pure tu avrai una macchina, dannato genio, ma scommetto che non ne sai nulla del ciclo otto, del ciclo sabathè, o come funzioni un sistema di iniezione! effettivamente, se non lo sai, vorrei vedere come campi senza macchina!

  • Lorena

    Questo articolo ignora totalmente tutto il fenomeno dei Maker, in cui i “nativi digitali” stanno dimostrando oltre che avere una enorme conoscenza tecnica e ingegneristica, anche di possedere una mente libera e fresca che rifiuta il mondo industriale, di cui la generazione di non “nativi digitali” si è fatta vanto, e che ritorna ad un sano artigiano. Sono forti di una conoscenza collettiva e condivisa, che è il senso di tutta la rivoluzione informatica, e stanno ribaltando completamente la maniera di intendere queste tecnologie in una visione più ampia e sostenibile (anche da un punto di vista ambientale). È abbastanza naturale che un adolescente non abbia necessità di inviare una mail in BCC e perciò non ne sappia niente.

  • Paola

    una di quelle riflessioni che, rovesciando il luoghi comuni, ha l’apparenza di cosa interessante. Ma.
    Ma dimentica che ogni strumento, tecnologia segue questo percorso: all’inizio artigiano, poi sempre piu’ sofisticato e “chiuso”. Il cinema all’inizio era così, poi via via che si perfeziona, gli strumenti diventano sempre più complessi e offrono minori possibilità di “smanettamento”. Il cinema, le auto, le moto… Ma questo non significa non poter fare piu’ buoni film, anzi. L’errore che si commette in questo articolo, e che vedo ripetere quasi sempre, è considerare internet solo come una “infrastruttura”, ovvero una tecnologia, uno strumento: il che è anche corretto, ma dimentico del *linguaggio* che viaggia attraverso lo strumento. Il linguaggio ipermediale, che è una rivoluzione, proprio come la scrittura lo è stata rispetto al linguaggio orale. Gli strumenti, quando sono utili, tendono sempre a diventare col tempo piu’ sofisticati, complessi e blindati. E’ naturale. Ma se si conosce il linguaggio che parla attraverso questi strumenti, allora si diventa alfabeti davvero e si puo’ gestire lo strumento, la tecnologia in maniera sapiente, forgiandola e usandola di volta in volta in modo espressivo. Nativi e immigrati digitali continuano a restare analfabeti digitali finché non riusciranno a capire che tecnologia e linguaggio non sono la stessa cosa, anche se viaggiano a braccetto, e che bisogna imparare la grammatica e la sintassi del nuovo linguaggio per dominare la tecnologia. Se conosci il linguaggio cinematografico potrai creare bellissimi film sia con una cinepresa dei primi del 900 sia con una telecamerina digitale compatta. Se non conosci il linguaggio, invece, ti limiterai solo a “vedere” film belli e brutti senza capire le differenze.

  • Frullo

    Di solito apprezzo molto gli articoli di Paolo Attivissimo, ma in questo caso penso che ci sia un problema di prospettiva.
    L’articolo si basa su due tendenze vere e incontrovertibili, che i ragazzi di oggi usino internet e le varie app senza competenze informatiche di fondo e che le app si stanno sovrapponendo all’internet “libero”.
    Il fatto è: si tratta di fenomeni necessariamente negativi?
    E, soprattutto, 20 o 10 anni fa il ragazzo media aveva forse grosse competenze informatiche? Ciò ha creato dei problemi?
    I tantissimi non-nativi digitali che prendono per buona qualunque cazzata leggono su facebook, contribuendo a loro volta all’inquinamento dell’informazione e Attivissimo per primo dovrebbe conoscerli bene, sono migliori dello scolaro che pensa che Youtube sia internet?
    Se la questione dei “Nativi Digitali” diventa una battaglia generazionale, acquisisce inevitabilmente il sapore del ridicolo.

  • Gian

    Caro Paolo,

    il tuo commento è molto interessante e soprattutto molto incisivo e chiaro dal punto di vista tecnico. Mi sono sempre però interrogato su una certa confusione nell’uso del termine “nativo digitale”. Tanto per cominciare sulla scelta stessa del termine: è una persona che è “nata” in un’era in cui tutto passa attraverso il canale “digitale”. Il nativo digitale quindi fa passare tutto attraverso quel canale, amicizie, emozione, informazione, comunicazione, professione, produzioni “artigianali”. Prima di lui abbiamo esempi simili di nativi. Abbiamo i “nativi del supermercato” che fanno passare tutto il loro bisogno di cibo, articoli di consumo e oggetti, e (perché no) relazioni sociali, attraverso la grande distribuzione e che hanno soppiantato i “nativi della bottega” che andavano in cerca dei singoli oggetti in luoghi diversi della città (alcune volte solo a passeggio in centro) che avevano a loro volta soppiantato i “nativi rurali” che producevano tutto, cibo, oggetti, articoli di consumo e spesso non potevano permettersi neppure tutti quelli del “nativo del supermercato”. Tranne i “nativi rurali”, i “nativi della bottega”, “i nativi del supermercato” e i “nativi digitali” hanno in comune una caratteristica: non conoscono nulla o quasi nulla del sistema che sfruttano (della bottega, del supermercato e del digitale) ma nonostante generano spontaneamente le proprie abitudini in base al sistema stesso, fino ad esserne dipendenti (pensate a uno sciopero di 10 giorni dei supermercati!). Per questo forse dovremmo considerare i “nativi digitali” come nativi dipendenti dal digitale e vedere come subito fino dalla tenera età attuano le loro capacità di comunicare, di lavorare, di informarsi attraverso il digitale. Da questo punto di vista un “nativo digitale” è diverso da un “non nativo digitale”: per il secondo il significato della proposizione “ci vediamo alle 19 alla stazione ferroviaria” non implica necessariamente tre sms di conferma più uno di informazione di ritardo per tradursi in realtà; per il secondo la relazione con un amico non implica la scrittura frenetica di messaggi testuali su una chat; per il secondo il gioco non è legato a uno schermo forzatamente. Questi sono invece caratteri distintivi del “nativo digitale” che devono essere conosciuti per potersi rapportare con lui su vari piani.

    Grazie ancora per aver sollevato il problema.

  • urubamba

    Da semitroglodita informatica e madre preoccupata mi sento ripetere ai miei polletti che se vogliono essere allevati a terra devono perlomeno disconnettersi nel tempo in cui l’informatica è dannosa oltre che inutile.Penso soprattutto alle app, che per quanto a me sconosciute per scelta, trovo siano troppo escludenti dal mondo reale.Esempio: la app che ti indica dov’è la fontanella ti precluderà l’interazione coll’indigeno, facendoti perdere un’esperienza cognitiva e sensoriale. Magari la fontanella non la troverai, ma un bicchiere di vino bevuto insieme a nuova gente si. Idem per il tom tom. Lo stesso vale per le ricerche scolastiche in rete. E’ ovvio che il prof conoscerà come viene riportato l’argomento in questione su wikipedia, sarà più difficile da quella vecchia enciclopedia che potrai usare come bigino(e intanto avrai almeno la tua esperienza sulla vecchia gloriosa carta). Trovo che conoscere le infinite possibilità digitali e avere le cognizioni di un super esperto informatico non sia il problema principale dei nativi digitali. Il loro problema è tornare alla realtà,vivere e pensare fuori dal mondo virtuale.

  • Ancen

    Molto bello l’articolo di Paolo, che riflette su un grande problema che comunque si è verificato ogni qualvolta la tecnologia ha costruito delle novità atte a mutare il modo di vivere e di pensare. Questo è accaduto con la grande rivoluzione industriale che ha creato le prime macchine complesse, con il telegrafo, il telefono, la radio , la televisione, le calcolatrici ecc. ecc. ecc. per non parlare dell’automobile. Mio figlio è nato nel ’66, ed è chiaro che ha cominciato con il costruirsi un primo rudimentale computer, ha studiato il linguaggio macchina, i linguaggi di programmazione, i sistemi operativi ecc. e quindi “sa” che cosa è un computer; è pacifico che ha molte marce in più del ragazzino che “usa”il computer. Ma ora, dopo tanti anni, è giusto che questo sia diventato uno strumento di lavoro, che viene usato per i vantaggi che dà, anche se non se ne conosce in tutto e per tutto la base su cui funziona Sono tuttavia d’accordo con te che ne debba essere conosciuta la logica e i suoi limiti, perché il vero padrone della situazione continui ad essere la mente umana. Anna Cenacchi

  • Triester

    A mio modesto parere, c’è un errore di fondo nell’articolo. Il quale non distingue, come invece dovrebbe essere, tra metodo e merito. Ossia fra STRUMENTI e CONTENUTI. Oggi tutti i giovani sono nativi digitali nel *metodo* (saper utilizzare uno strumento). Lo sono molto poco nei contenuti (sapere com’è fatto ecc.). È esattamente come per le lingue: c’è chi le usa a iosa come strumento (e ha per esempio la parlantina) ma ne ignora la storia e le dinamiche più intime. Tale persona sarà comunque un parlante di tale lingua, seppur non sia un linguista. È vero che la mia generazione (cresciuta negli anni 1980 e 1990) assemblava per conto suo i computer molto più di quanto si faccia oggi, ma nel METODO sono molto più digitalizzati (incoscientemente) i ragazzi di oggi. Il computer, internet e via dicendo sono uno STRUMENTO. È però vero (ed è una tesi che è conseguenza dell’articolo, seppur non chiaramente esposta) che per usare bene uno strumento bisognerebbe conoscerlo meglio, sapere com’è fatto ecc. Unire dunque contenuti al mero uso di uno strumento. E sta qui la sfida del futuro: saper usare questi immensi mezzi, sapersi districare fra le “monade”, come diciamo qui a Trieste, e ciò che invece vale davvero (o ci serve davvero, o che è affidabile). Mio fratello – nato nei primi anni 1990 e molto più giovane di me – e tutti i suoi conoscenti sono sicuramente Nativi Digitali. Manca loro un po’ di conoscenza degli strumenti che utilizzano già benissimo. Non è un passo difficile – famiglia e scuola dovrebbero impegnarsi a renderlo accessibile a tutti quanti.

  • Tt1

    Vorrei un po’ contraddire qualche post la cui tesi è che comunque in ogni settore, la conoscenza tecnica media sia con il tempo diminuita e il fenomeno dovrebbe essere considerato normale e naturale. E’ vero, in ogni settore la competenza personale è sempre diminuita. Ma questo è sempre stato ed è tuttora un male che porta a bassissima competenza tecnica in qualsiasi settore. Ricordo negli anni ’80 amici appassionatissimi di elaborazione dei propri motorini: la loro passione e conoscenza ha permesso lo sviluppo di molta industria meccanica di precisione del nordest. Ora… è rimasto poco: sugli scooter non si smanetta più e di conseguenza trovare discrete competenze meccaniche, o anche solo buone idee, è sicuramente più difficile. Il parallelo al settore informatico è immediato: impedire ai giovani di “smanettare” sui propri mezzi sarà sicuramente un’operazione che taglierà ulteriormente le gambe alla già carente industria informatica italiana. Soluzioni ? Forse solo la scuola potrebbe fare qualcosa.

  • Pare

    Il commento di Tt1 conclude “Forse solo la scuola potrebbe fare qualcosa”. Non sono d’accordo.
    Io credo molto nella scuola e concordo che anche su questo la scuola dovrà intervenire, fornendo strumenti di conoscenza e comprensione (come fa con la lingua, insegnando la grammatica a chi già sa parlare…), ma se sarà “solo la scuola” la lotta è già persa in partenza.
    I genitori devono fare la loro parte nel riconoscere alla scuola e ai docenti l’autorevolezza che meritano e nello spingere i propri figli ad imparare anche quello che non “serve subito” loro, che non dà loro un vantaggio immediato.
    La cultura e la comunicazione (la rete stessa??) dovrà valorizzare la comprensione dei meccanismi e dei retroscena come una capacità positiva, di cui andare fieri.
    Gli “avversari” sono agguerriti e organizzati, molti operatori commerciali hanno tutto l’interesse a lasciare i consumatori nell’ignoranza, nell’incapacità di scegliere “altro” da loro. Non possiamo sperare che la scuola da sola faccia qualcosa, dobbiamo dare tutti il nostro contributo. Paolo Attivissimo, con questo articolo, ha intanto dato il suo. Continuiamo così!

  • MaurizioVe

    Riflessione extra digitale: i polli di batteria sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Qualunque sia il domani. Così come è stato qualunque sia stato l’ieri.
    Il problema sta nel sentimento personale, da come ci si vede nel mondo. Che parte da una conoscenza di se, che si confronta/scontra immediatamente con la conoscenza dell’altro. La via per una crescita umana, psicologica e spirituale, passa attraverso un rapporto sereno ed equilibrato con l’ambiente che ci circonda (familiare e amicale in primis).
    Il pollo di batteria è un effetto. È una falsa (o quantomeno limitata) medicina, quella che non prende in considerazione le cause. La maggior parte dei progressi in medicina (così come nella filosofia) sono eredità dei nostri predecessori di due tre millenni fa. Non c’è niente di nuovo sotto il sole.
    Neanche l’ignoranza, che ci rende polli.
    Apprezzo la riflessione principale, come anche acuti contributi che l’hanno seguita. Sono condivisibili contributi a cercare di andare a fondo, di non fermarsi alle apparenze. Complimenti.

  • Maria

    In molti dicono: “è normale che la tecnologia si evolva, facendosi più semplice per l’utente e allo stesso tempo più incomprensibile a un livello profondo, ed è giusto che sia così non c’è nulla di male” (parafrasando e unendo più commenti in uno). Tutte queste persone dimenticano una cosa fondamentale: ci sono pochi pericoli a non sapere come funziona un’automobile. Certo, siamo soggetti a potenziali fregature da parte di meccanici poco onesti, sicuramente perdiamo qualche soldo quando portiamo l’auto a riparare dei guasti che, con un po’ di conoscenza in più, potremmo riparare anche noi. Ma il pericolo si ferma lì: qualche soldo sprecato.
    Con l’informatica il discorso è COMPLETAMENTE DIVERSO. Ai computer noi affidiamo la nostra stessa vita, sotto forma di informazioni ai siti social network, operiamo con il browser sul nostro conto corrente dove sono depositati i nostri risparmi (che sono ben più dei 100 euro che ci potrebbe fregare un meccanico disonesto… a volte sono i risparmi di tutta la nostra vita!), facciamo acquisti online, lasciamo dati di ogni genere in giro, ecc.
    Le potenzialità distruttive della scarsa conoscenza informatica sono potenzialmente CATASTROFICHE, è questo che rende veramente grave la mancanza di cui parla Attivissimo. Non dico che tutti debbano essere programmatori esperti, ma affidarsi completamente a una tecnologia così pervasiva e totalizzante senza preoccupazione alcuna è pericoloso e stupido. Mi stupisce che tante persone non se ne rendano conto e minimizzino il problema.
    Forse non se ne rendono conto proprio per lo stesso problema: non conoscono e non capiscono i computer. Tutto ciò è molto allarmante.

  • ott0disk

    Mi permetto di dissentire con l’autore di quest’articolo, cio di cui c’è bisogno è l’alfabetizzazione informatica che è ben diversa da una conoscenza approfondita del mezzo informatico/digitale.Le nuove generazioni sanno usare molto bene gli strumenti digitali ma “ovviamente” sono all’oscuro delle tecnologie che ci stanno sotto, è come pretendere che tutti quelli che guidano siano anche meccanici, non ha molto senso, cio che ha senso invece è istruire questi utenti digitali proprio come si fa con la patente per chi guida, si devono conoscere i concetti base (cos’è un URL, un Server,la rete INTERNET ecc.) in modo tale da rendere responsabili questi utenti e consci di cio che usano.

  • Enrico Frumento

    Salve,
    anche io in qualche modo faccio cose analoghe (sul sito Cheforte.it) ed in generale concordo sul fenomeno osservato. Ma penso sia una cosa assolutamente normale e già accaduta. Facendo un parallelo con la TV. All’apparire delle prime TV si sono moltiplicati anche quelli che sapevano alla perfezione come funzionasse il sistema, sapevano ripararla e sapevano magari anche costruirne una. Poi mano a mano che lo strumento si è affermato sono spariti questo tipo di power-user per lasciare spazio ai normali utenti. Utenti che potremmo definire nativi-tv, e che di TV (come funziona sotto) non sanno un cavolo. Solo sanno come si accende e come si usa. Analogamente a quanto dice lei, non guardano la TV, guardano dei programmi. Ma lo stesso si potrebbe dire per i ponti radio, prima c’erano i cosidetti radioamatori (i CB di una volta), ora solo nativi-radio, che non sanno come si costruisca una antenna da mettere sopra al tetto. Internet non vedo perchè debba essere differente. Dopotutto la mia generazione (intorno ai 40 anni) si può definire di “nativi-tv”, e tanto quanto siamo stati dei polli da batteria che guardavano dei programmi, dei cartoni e basta. Ma ancora oggi siamo dei nativi-tv cresciuti: quanti modelli TV rincorriamo normalmente? piatti, al plasma, 3d, con o senza Sky, ecc..
    Penso che tutto questo parlare di nativi digitali sia una sorta di trasformazione di quello che prima era il guardare ai ragazzi dei vecchietti: “tutti maleducati i giovani d’oggi” … “tutti ignoranti sti nativi digitali”. Personalmente preferisco andare oltre e cercare di capire il loro mondo con un approccio meno “sapiente” e trasferire a loro non dall’alto ma dal fianco l’esperienza di vita che abbiamo accumulato. Quella si, si applica indipendentemente dal canale di socializzazione usato.
    Saluti

  • Kaneda

    Sono cresciuto con a fianco commodore Vic 20, Sega Master system. I giochini con i led (ehm, lampadine) e ho smanettao con il videotel. A modo mio sono un early-nativo digitale. Degli anni 80, però

  • McLuhan_discepola

    Partecipo tardi forse a questo interessante dibattito. Per ogni tecnologia è fisiologico che il suo sviluppo diventi “trasparente” per l’utente: risulta sempre più facile e immediato e al tempo stesso nasconde il più possibile la complessità di cio che sta dietro. Il problema, verissimo, sta forse nel fatto che queste tecnologie sembrano rispondere un po’ a quello che diceva Marshall McLuhan, sono “immersive”, coinvolgono così tanto una pluralità di sensi e ci portano così in mezzo a una cultura dell’oralità, dove non c’è distacco, distanza tra l’occhio dell’individuo e il medium che sta utilizzando. Se non c’è distanza, cioè la capacità di uno sguardo al di sopra o al di là della tecnologia, o semplicemente la capacità di assumere una prospettiva diversa, allora non c’è spirito critico. Non c’è capacità di giudicare, nè consapevolezza. E’ un problema tanto grande quando complesso

  • abral

    Secondo me il progetto di Mozilla, Firefox OS, sta cercando di risolvere innanzitutto questo problema.
    Bisogna introdurre standard per tutti i sistemi, bisogna dare agli utenti la possibilità di scegliere effettivamente quale piattaforma vogliono utilizzare e di poter cambiare liberamente, senza essere chiusi in un “walled garden”.
    Allo stesso tempo, bisogna dare agli utenti la possibilità di sviluppare contenuti in maniera semplice (nel caso di smartphone e tablet i contenuti sono le applicazioni) e di poterle distribuire semplicemente ad altri senza dover pagare una piattaforma di distribuzione (ad esempio Mozilla ha sviluppato AppMaker, che permette in maniera semplicissima di sviluppare una semplice app: http://flathead.herokuapp.com/designer)
    Bisogna rendere gli utenti consapevoli delle loro scelte e delle implicazioni che ne derivano (un progetto come questo potrebbe far capire agli utenti come i loro dati vengono gestiti: http://www.mozilla.org/en-US/lightbeam/).

    Il web, a mio avviso, è la piattaforma che può garantire tutto questo.

  • Antonio

    L’articolo analizza benissimo la questione dei “nativi digitali”… quello che manca è un’alfabetizzazione informatica che dovrebbe partire dalle scuole

  • OllyD

    Solo su una cosa non sono d’accordo con Paolo Attivissimo: guardare i video in streaming invece di salvarli non vuol dire ignorare il consumo di banda, ma semplicemente che oggi costa molto di più lo spazio di archiviazione che la connessione ad Internet. Escluse le connessioni mobili, per un utente sarà molto più economico accedere ai contenuti in streaming, dato che con una buona connessione ADSL o fibra la differenza tra un contenuto guardato in streaming e una salvato non si vede, né come qualità né come tempi di caricamento. Sarebbe invece molto più problematico dover salvare tutto come si faceva una volta, visto l’aumentare delle dimensioni dei contenuti e il comunque limitato spazio di archiviazione disponibile.

  • Flavia

    Tutto verissimo… aggiungo my 2 cents e la mia opinione: sono nativi digitali perché danno per scontato internet come noi nati nel 1900 diamo per scontata l’esistenza dell’elettricità 🙂

  • eusebiofg

    David Riesman
    La folla solitaria
    978-88-15-13303-8
    anno di pubblicazione 2009
    http://www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda&ISBNART=13303

    @eusebiofg

  • chiara

    In poco tempo, pochi decenni, è cambiato tutto il modo di porsi nei confronti dell’ altro/a persona…. ma la ricetta BASE rimane storica:…
    conoscenza e dialogo verbale, non virtuale, creano legami di amicizia personale vera….il resto rimane solo un mezzo… la rete ecc….

  • Loryz72

    ..e lo dico (nato nel 1972), da ex-smanettone incallito! Fatto le ossa su VIC20 e 64, alla soglia dei 30 anni ero col classico PC da smanettone, case sempre aperto, era più il tempo che passavi a installare periferiche e a configurare che a usarlo, ma, paradossalmente, ancorché da “praticone”, imparavi. Oggi effettivamente sei un semplice “utente” di un oggetto che sa sempre più cose di te mentre tu sai sempre meno di lui. Anche io ho una figlia “utente”, e forse, una buona strategia potrebbe essere un po’ di pratica sugli oggetti “retrò” di papà: quelli che ti costringevano a imprare il basic per farci cose stupide, ma che, oggi, ti fanno forse comprendere “cosa c’è dietro” ciò che usi……

  • zeta

    Chiedo scusa, forse non sono proprio afferrato di formati ma non riesco a RIMEDIARE su internet l’indagine completa della Bicocca. L’unico file “completo” della ricerca che trovo mi appare a segni incomprensibili, cosa credo riguardi il tipo di formato. Qualcheduno mi aiuti please!!!

  • Rusty

    Complimenti ad Attivissimo che parte dalla sua personale esperienza per sollevare un grande problema.
    Da parte mia proprio in questi giorni sperimento l’ignoranza degli anziani. Ad esempio un signore si è rivolto a me perché a fronte del prompt che gli chiedeva se voleva far ripartire Windows 7 in modo normale lui non aveva il coraggio di premere enter.
    Anche i nativi digitali usano la rete “ignorando”, ma sono differenti dagli anziani: loro sono coraggiosi. Sono veloci sulle tastiere, hanno confidenza e, soprattutto, la presunzione che qualsiasi cosa succeda si può rimediare.
    Che conclusioni trarre? Smettiamola di confondere gli utenti con gli esperti. Questo è avvenuto in un particolare periodo per l’immaturità della tecnologia. Di questo devono essere consapevoli le famiglie e la scuola. D’altra parte, essendo la rete pervasiva, si pone il problema di quale formazione fornire all’utente. Come chiunque si mette alla guida di una macchina deve conseguire la patente, così dovrebbe essere per l’utente di Internet nelle sue varie e celate forme.

  • Attilio A. Romita

    una piccola riflessione. 70 anni fa alla prima elementare, prima di cominciare a scrivere le vocali, si riempivano pagine di aste, poi pagine di A, di E e così via. Lo stesso metodo si usava per tutte le materie.
    Poi un giorno un qualcuno illuminato propose il cosiddetto metodo globale e, dopo un mese di scuola, tutti sapevano scrivere e qualcuno riusciva anche a leggere e a capire quello che leggeva.
    Torniamo ai nostri giorni. I giovani hanno, per così dire, succhiato il PC con il latte della mamma e questo significa che considerano quella scatoletta come uno strumento da usare e non come un totem sacro da salotto.
    La Retei, PC sono mezzi per fare qualcosa. La bimba che non usava internet , ma andava su Youtube è un esempio illuminante. La bimba voleva vedere filmati e a lei non interessa il protocollo IP o la programmazione HTML.
    Quando cresceranno questi giovani useranno tutte le potenzialità del computer e qualcuno sceglierà di costruire il PC e di farlo funzionare, gli altri scriveranno letterine o i nuovi Promessi Sposi senza preoccuparsi di codifiche alchemico informatiche.
    Una volta c’era la penna d’oca, poi pennini ed inchiostro e così via oggi c’è il PC…tutti strumenti. Poi ci sono letteratura, matematica, studi scientifici, etc e non dobbiamo confondere ii due piani.

  • Carlo Todeschini

    Grazie Paolo per lo spunto, come sempre.
    Secondo me possono smanettare, possono continuare ad essere hacker. Guarda solo quanto energia si è liberata con l’avvento di Android: intere comunità on-line che creano sistemi operativi alternativi all’Android fornito con il dispositivo, la maggior parte delle volte migliore dell’originale (v. http://www.xda-developers.com/ per citarne una). Impensabile tutta questa “libertà tecnologica” fino a qualche anno fa… che aumenta la competenza di chi deve gestire codec audio/video, giroscopi, videocamere, app di ogni tipo. E’ vero, è una smanettamento molto meno fisico, ma di un livello di consapevolezza decisamente superiore a quando si collegavano i modem al computer…
    Ciao,
    Carlo

  • s3lvatico

    The former try, the latter prevail.

  • Elena Brescacin

    Paolo ti ho seguito fin da quando hai avviato la prima newsletter “internet per tutti”, che poi hai chiuso proprio di recente, ora seguo il blog tramite feed.
    Io ho 33 anni e utilizzo il computer dal 1989, per cui fai tu i tuoi conti… Ho iniziato con Ms dos per poi continuare con i vari windows, sono passata per un periodo a linux, e ora a mac.
    Le mie esigenze sono particolari perché sono affetta da cecità, dalla nascita. Per cui davvero le scelte non è che siano state, e siano, proprio proprio il massimo; è vero che ci sono non vedenti che si sono costruiti programmi e computer da soli
    ma è questione di scelta… vuoi passare la vita a costruirti il computer e poi avere una ferrari coi tasti ma vita sociale scarsa, vedente o no che tu sia, oppure vuoi una vita sociale e relazionale e avere un computer medio?
    Ecco
    Io per qualche anno mi sono divertita a smanettare, con linux e queste cose qua, ma vi garantisco che i soldi che ho speso per farmi dare una mano dove non avevo assistenze tattili o vocali di alcun tipo, non li ho spesi mai da nessuna parte! Ho speso meno adesso che ho una infrastruttura tutta basata su apple e vocalizzata fin dall’inizio, piuttosto che prima che dovevo farmi assistere ogni tre per due.
    Il problema è però che i polli da batteria, come li chiami tu, non vogliono ammettere di esserlo, e si atteggiano a tuttologi. Credono di sapere cosa è il loro iPhone cosa è il loro iPad saperne le funzioni a mena dito e poi… quando gli dici “sono non vedente e uso il touch screen” ti fanno la faccia così, :-O nel migliore dei casi e nel peggiore dei casi dicono “tu sei una falsa invalida”, e tutto perché in realtà dal loro iOS non sono capaci di fare impostazioni – generali – accessibilità – voiceover e di impararsi otto, dico OTTO, nuove gesture con le dita.
    Hanno esplorato quello che è a portata del loro naso, e poi quando si tratta di approfondire quello che NON LI RIGUARDA PERSONALMENTE, chi se ne frega. Tecnici super ferrati, a loro dire, che se tu per spiegargli una configurazione gli dici “vai sulla barra dei menu”, su un vetusto computer xp, non sanno manco cosa sia
    se gli chiedi di fare control+s per salvare non sanno farlo e schiacciano prima il control poi la s, a distanza di 10 secondi uno dall’altro
    sanno al massimo il control alt canc, perché oramai è un proverbio, al massimo control x e control v, ma più di là non li schiodi.
    Io sono completamente a favore delle nuove tecnologie, anche quelle a scatola chiusa se rispondono alle esigenze mie, vedi apple. Però c’è un però: è un passaggio successivo, io sono assolutamente contraria a tutti quei genitori che ai figli, vedenti o no, presentano l’iPad senza prima dargli una infarinatura su cosa hanno in mano
    in america addirittura a molti bambini ciechi non insegnano + neanche il Braille, ma si può?
    Ora…
    se posso permettermi,
    dare in mano tecnologie chiuse o comunque facilitate a uno che non sa usare la tecnologia, significa bruciare le tappe. E’ come se oggi io conoscessi un uomo su internet, non so né che voce ha né come si chiama né che lavoro fa né dove vive né niente e domani mattina lo ho già sposato
    rendo l’idea?
    Se facessi una scelta del genere io come persona mi darebbero tutti della pazza. E perché allora si dà in mano un computer a qualcuno che non sa usarlo?
    o meglio ancora… come se si comprasse la macchina e si chiedesse di guidarla a uno senza patente. Magari lo fa
    ma con quali effetti?
    cominciamo a farsi le domande
    dopo, forse, si potrà parlare.

  • Firestorm

    Io il mio ultimo PC me lo sono costruito e configurato pezzo per pezzo, ad oggi trovo tanta gente che fa fatica ad attaccare il pc alla corrente.

  • Samuele

    “Usare” un dispositivo e “sapere come funziona – si ripara – si crea” è esattamente la differenza tra un “utente” e un informatico!
    Bisogna per forza essere informatici per poter usare un dispositivo digitale? Direi di no.
    Queste considerazioni sono estreme: non si può dire che sia sbagliato usare qualcosa senza sapere come funzioni.
    Noi tutti ogni giorno guidiamo la macchina senza saper nemmeno cambiare un cazzimpocchio del motore, mia nonna usa il frigorifero quotidianamente senza avere la minima nozione di fisica termodinamica e dubito fortemente abbia la più pallida idea di come riesca a raffreddare, del perché abbia bisogno di corrente elettrica o che conosca la formula “PV = mRT”, eppure non vi fa scandalo che mia nonna metta il pollo in frigo.
    Stiamo parlando di quisquiglie e pinzillacchere! Schumacher non sa nemmeno perché le ruote girano, questo non gli impedisce di essere il miglior pilota del mondo!!

  • Michele

    Triste articolo: parole al vento di un nostalgico.

  • Remo

    Insomma, chiamiamo in maniera fica “nativi digitali” quelli che sono semplicemente “bimbiminkia 2.0”

  • MirkoC

    Leggo spesso Attivissimo, che apprezzo. Ma questo pezzo mi pare un po’ pretestuoso, parte da un presupposto sbagliato. Si deve parlare se mai di “alfabetizzati” digitali e non. Punto. “Nativi digitali” è una convenzione temporale, è una “sintesi” (se si vuole, discutibile sul piano lessicale) per definire “coloro che sono nati nell’era internet”, nulla più. E sicuramente “loro” avranno un know how diverso dalla generazione che li ha preceduti. Ma una conoscenza limitata alla manualità, alla dimestichezza con oggetti con i quali familiarizzano fin da appena nati. Una nuova metodologia di fruizione dei contenuti o dell’interazione sociale (è innegabile come internet abbia cambiato la fruizione della musica, il concetto di “protagonismo” ecc..). Insomma, penso che il termine “nativi digitali” attenga più a una sfera socio-atropologica, più che tecnico-tecnicistica. Sarebbe come imputare ai “nativi post era industriale” di non sapere nulla di meccanica: penso che mia nonna abbia usato la sua prima lavatrice senza che le si potesse rimproverare di non conoscere i principi della fisica o della meccanica che la fanno funzionare. Se poi il pezzo voleva parlare di analfabetizzazione digitale, sono d’accordo. Ma appunto, di altro si voleva parlare…

  • Neural

    Concordo con le premesse ma non con le conclusioni, ossia che i nuovi ragazzi non possono più “smanettare”. Quello lo faranno sempre, semplicemente avverrà a più alto livello. Dopotutto è stato lo stesso con noi: mio padre è cresciuto smanettando con l’elettronica, facendo circuiti, maneggiando condensatori, resistenze e transistor. Quando ho iniziato a smanettare io invece (negli anni 80), quelle cose le vedevo in maniera “trasparente”, come se non ci fossero, e smanettavo con le tecnologie che erano costruite su di esse: circuiti digitali, microprocessori e poi i primi computer.

    Per i nostri figli sarà lo stesso: sentiranno sempre la necessità di metter mano alle cose, creare e modificare quello che c’è, semplicemente lo faranno utilizzando tutte le tecnologie odierne come strumenti di base. E questo già lo vediamo tuttora: ci sono teenager che creano blog che diventano anche molto popolari, altri che si dedicano alla creazione di mondi 3D incredibili usando tool di modding (io a mio tempo era tanto se riuscivo a fare un rendering con 3D Studio Max, ci metteva una notte intera per renderizzare un frame), e ne vedremo ancora molti altri.

    Quindi no, caro prof, non sono d’accordo con la conclusione che stanno nascendo polli di batteria. Stanno piuttosto nascendo nuovi creativi digitali, che smanettano in maniera diversa da come lo facevamo noi, ma dopotutto noi stessi abbiamo smanettato in maniera molto diversa rispetto ai nostri padri.

  • 9-11

    Che succede, diventiamo cospirazionisti?

  • spocchio

    Mi sembra che qualcuno sia stato punto dall’insetto della gelosia eh?

  • ComputArte

    ….e lo dicevano gli antichi Romani che di esperienze ne hanno fatte molte prima di giungere a questa conclusione.
    Questa, si può benissimo adattare a questo punto di vista. Proprio polli in batteria non sono, ma sicuramente tutta l’infrastruttura tecnologica è stata sviluppata per giungere ad una amara conclusione: spionaggio a 360°.
    Gli Ott sono in grado di raccogliere, leggere, interpretare qualsiasi dato che transita sui loro server.
    Ciunque può essere spiato, controllato e profilato.
    Ma mentre qualche anno addietro tutto ciò era considarta “una ipotesi” oggi è una certezza.
    Quindi tornando alla mancanza di libertà e al pericolo di essere pilotati e controllati, non posso che condividere la conclusione del prof.

  • “Linneo”

    Finalmente Paolo ha detto che il Re è nudo! Ho una nipote di 14 anni sempre attaccata a Whats (mi pare si chiami così) e Facebook. Quando ascolta delle canzoni ogni tanto capto delle parole inglesi che non conosco. Lei trova subito il testo, ma quanto a provare di verificare la traduzione che ne fa il traduttore di Google, ogni volta è come se le dicessi di andare a scoprire l’America. Non sono un esperto di informatica, ma sono cresciuto con lo Spectrum ed il DOS. Almeno sapevo che cosa avrebbe prodotto il comando che davo alla macchina. Sono giorni che combatto con Word per far lasciare più spazio alle note a piè di pagina, ma la soluzione pensata dal programmatore non è ciò che voglio.
    Questa situazione mi fa venire in mente la mia gloriosa 500, il suo carburatore e le sue puntine. Un paio di pinze ed un cacciavite e – se non altro – si riusciva a tornare a casa. Se si ferma il mio Kangoo devo avere con me un PC col programma di diagnostica, se non non riparte.
    Purtroppo anche nelle scuole il PC e la rete vengono presentati non come uno strumento di lavoro – con le sue regole d’uso – ma come un passatempo.
    Sto forse diventando un Informosauro?

  • mariposa

    Buongiorno sono una studentessa Dol e Mooc i suoi interventi nelle scuole hanno un costo? Insegno in una secondaria di primo grado , a Lodi…. mi farebbe sapere .Grazie , riflettero sull articolo, citato dal proff Torrebruno in conferenza MOOC. CORDIALITÀ E BUONE FESTE .alice m. Biancardi

  • beba

    in linea di massima concordo, sono riflessioni che (con meno competenza specifica) molti di noi hanno fatto. però.
    intanto il fenomeno smartphone è terribilmente recente. come possiamo escludere che domani il software open e tutto il resto non si insinuino anche in questo settore?

    secondo: i nativi digitali sono nati, loro malgrado, “sbrodolando omogeneizzati sul tablet” come noi siamo veniuti su a cartoni di tv generaliste. ma nessun adulto o sociologo ci ha mai chiesto conto delle nostre competenze tecniche. nessuno mi ha mai guardato strabiliato perché a 11 o 12 anni non sapevo cosa fosse un tubo catodico o perché a 15 ero in grado di incidere una “cassettina” alla mia amica del cuore pur non sapendo che diavolo fosse un nastro magnetico.
    la conoscenza e la competenza si acquisiscono studiando, e sa a noi adulti insitllare la curiosità e pa passione per il sapere. oggi come mille anni fa.

    nessuno nasce imparato. neanche i nativi digitali.

  • Guido

    Ma va la, 15 anni fa nessuno usava Internet e, per la gioia delle telco, eravamo in pochi a sobbarcarci i costi delle incredibili interrurbane di cui toccava avvalersi per collegarsi alla grande rete.
    Oggi che cambia? Niente, alla TV si è sostituito il tablet. Stop.
    Meh.
    Attivissimo noioso come sempre.
    Ossequi.

  • Miriano

    Siamo tutti cosi’

  • Annalisa

    Lo stesso Marc Prensky, d’altra parte, ha rivisto la sua proposta di classificazione (nativi digitali/ immigrati digitali), inserendo la categoria dei sapienti digitali: in sostanza, chi usa le tecnologie con una minima cognizione di causa, in qualunque momento abbia cominciato a usarle, è un “saggio” digitale (una persona digitalmente potenziata); un ragazzo che smanetta senza rendersi nemmeno conto di ciò che fa, è solo “digitalmente abile”. E poi, naturalmente, ci sono gli stupidi digitali (che usano la tecnologia per sfuggire situazioni sgradevoli o danneggiare qualcuno, ad esempio).

  • Lorenzo

    E’ un dubbio che ancora oggi non riesco a dipanare. Non so se sono proprio loro definibili “nativi digitali”, io ho avuto un Commodore64 a 7 anni e il meraviglioso Amiga 500 a 11, così come moltissimi miei coetanei. Molti di loro si limitavano a caricare i giochi e attaccare il joystick, così come il 90% di coloro che oggi hanno Tablet/Smartphone si limitano a usarlo come strumento di comunicazione. Ma all’epoca per usare quei computer dovevi per forza un po’ conoscerli e la curiosità ha portato molti, come me, a imparare a programmare facendone, poi, un mestiere. Chi è il vero nativo digitale allora? Siamo noi “vecchi” che sappiamo profondamente cosa significa “digitale” (in tanti abbiamo programmato anche in assembly) o sono loro che non distinguono facebook da internet? Ma il dubbio è maggiore è quello del titolo: oggi è tutto più facile degli anni 80/90, ma un sistema talmente semplice da arrivare addirittura a oscurarne la reale natura è considerabile evoluzione? Non lo so e continuerò a chiedermelo…

  • Gattobau

    Grazie di aver condiviso con tutti le tue riflessioni, che lanciano un raggio di luce sul lato oscuro (almeno per me) del mondo digitale.

  • Attilio A. Romita

    55 anni fa quando ho preso la Patente di guida era necessario conoscere il funzionamento del motore, cosa era il carburatore e l’anticipo non era una richiesta di soldi ….prima.
    La mia prima auto era una Topolino mia coetanea, del 1938, e se non si sapeva fare la “doppia debralagliata” non si cambiavano le marce. Oggi anche molte auto italiane hanno il cambio automatico ….anche la mia e si guida con maggior tranquillità.
    Lo stesso vale anche per la rete, internet ed i computer e non serve saperli costruire per poterli usare come per usare un auto non serve conoscere la coppia massima.
    Serve l’educazione a l’uso di uno strumento come serve sapere che la guida ubriachi è pericolosa o che, come ci raccomandavano i nostri genitori, non bisogna dar retta agli sconosciuti.
    Siamo tutti polli di batteria del nostro tempo e talvolta critichiamo perchè, con il poeta, “quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia…” e, come si dice a Roma “nun ce volemo stà…”

  • Fsuomi

    Per creare e rendere completa una lingua ci vogliono tre generazioni . – Le generazione dal 1988(più o meno) è la terza dalla nascita del computer, per questo li possiamo chiamare Nativi Digitali. – Non sapranno tutto, ma il loro cervello e le loro reti neurali sono state plasmate dalla tecnologia, per loro l’utilizzo di strumenti digitali sarà più fluido, completo e naturale. Riusciranno a vedere cose che le altre generazioni non vedono.

  • Fede Tostati

    Purtroppo queste parole di paolo non sono solo “considerazioni”… è lo specchio della realtà… occupandomi di informatica da una vita, mi sono accorto di questo trend già una decina di anni fa, e purtroppo non solo per l’informatica, ma in ogni “tecnologia”, frigorifero di casa compreso… io queste nuove generazioni le chiamo “gli Eloi”, analfabeti nutriti a tecnologia come pecore, non solo ignoranti, ma purtroppo nemmeno curiosi. Non sanno nulla, e non si chiedono nemmeno nulla. La situazione è molto più grave di quello che può sembrare, perchè chi dovrebbe porvi rimedio, ossia la classe politica, dirigenziale e gli insegnanti, sono i primi ad essere tecnologicamente ignoranti.

  • ZioFrenk

    … di tutta l’erba un fascio. Non sono solo i giovani a cascare, e soprattutto non ci cascano tutti. È vero, la situazione è preoccupante e le nuove logiche di realizzazione di certi dispositivi sicuramente non aiutano, ma sono dell’idea che un minimo di libertà sia rimasta, basta saperla sfruttare. Io, per esempio, non ho mai comprato un computer in vita mia, eppure in casa ne ho una trentina (dato vecchio, dovrei aggiornarlo), soprattutto fissi e tutti di recupero o assemblati con pezzi trovati in giro, tra cui un serverino prima appartenente a una ditta su cui ogni tanto ospito pagine web, un IBM PS/2 con MS-DOS e BASIC, l’immancabile Commodore VIC-20 e il PC che sto utilizzando adesso, una workstation abbastanza moderna dalla “delicata” massa di 30kg (taccio sul portarla in camera attraverso due rampe di scale). Programmo microcontrollori vari in C e ultimamente anche in assembly (per ora i PIC) cercando di utilizzare il meno possibile librerie preprogrammate. Non sono iscritto ad alcun social network e le impostazioni di default non mi vanno mai bene. Tutto questo da quando avevo sei anni e sono nato quando le prime barriere tecnologiche cominciavano a spuntare, una ventina di anni fa. Ora, non ce l’ho con quanto scritto nell’articolo, che purtroppo è vero, ce l’ho con questa logica di assimilazione e con chi mi considera allo stesso livello degli schiavi tecnologicisolo perché non mi conosce. Inoltre vorrei dare una briciola di speranza a quelli che leggendo questo articolo smettono di credere nella nostra generazione, perché fortunatamente non siamo tutti uguali e se la massa si fa sottomettere da $immensa_società e dalle sue manie di controllo non vedo perché dovrei disattivare il cervello e seguirli, così come non capisco perché l’hanno fatto loro.

  • federico

    In questo eterno dibattito io penso sempre che entrambe le tesi siano sbagliate ed estremiste.

    – Esistono i nativi digitali?

    – Sono esperti di ict?
    NO

    – E allora perché sono tali?
    Perché sanno utilizzare interfacce digitali in modo intuitivo e naturale, e le considerano una commodity standard.

    – Eh, ma quelle interfacce SONO state create per essere facili e intuitive!
    Sì, ma se prendi uno zio medio italiano ha bisogno di training, normalmente un nativo digitale no.

    Il punto è che la dimestichezza con le interfacce e le tecnologie ict ovviamente non c’entra nulla con la consapevolezza e la capacità di comprenderle e utilizzarle al meglio. E aggiungo che il non curarsi dell’educazione digitale dei “nativi” è uno degli errori più grandi commessi e che stiamo commettendo in questi anni

    ( Ps: scusate per il maiuscolo)

  • Stefano P

    Potrei obiettare che quelli che, negli anni del boom economico, della motorizzazione di massa, non fossero altrettanto consapevoli di come funzionasse la loro Fiat 600, di quali dinamiche di potere generasse e di quanto potesse inquinare, e così via. Credo sia un falso problema.

  • Anonimo

    Circa un mese fa ho tenuto 2 giorni di lezioni presso le classi terze di una scuola media dove vivo. Ho esattamente osservato questo fenomeno: polli da batteria “ad usum app”. Il mondo finisce con le app di giochi, whatsapp, instagram, un po’ di snapchat. Stop. Il loro contatto con la rete è limitato a you tube, ma non troppo. Di circa 200 ragazzi solo una piccola parte usa il web, i motori di ricerca, guarda e si informa sulle risorse disponibili online. Non più del 5% possiede una mail e solo in due – legge un giornale: la Gazzetta. Lasciamo perdere il capitolo: ebook, in molti non sanno cosa sono. Dunque non solo esiste un totale disinteresse per la parte tecnica, di programmazione, ma pure per quello che la Rete – se usata senza fretta – può dare come formazione. Al netto dell’età, mio padre la chiamava della “stupidera”, il panorama è sconfortante. Le cause sono varie e intergenerazionali. Io credo che il peccato originale resti un sistema paese impaludato e arroccato su interessi di ieri. La mancanza della scuola, smantellata e frenata nel processo di adeguamento è figlia di questa situazione.

  • Aventuri

    Si si come no, i genitori dei nativi digitali invece sanno perfettamente cos’ è un URL

  • ddregs

    Non mi stupisce leggere l’ennesimo articolo di Attivissimo orientato alla frecciata anti-Apple
    Essendo cresciuto (nato nel 1971) in un periodo dove gli IBM PC costavano un occhio della testa, inaccessibili per chi come me è cresciuto in una famiglia di 5 persone dove solo il padre lavorava, ricordo con piacere il periodo su un Home Computer (TI-99/4A), dove per sviluppare c’era il TI Basic, e chi aveva voglia di imparare si cimentava con le prime basi della programmazione, con quel poco che c’era a disposizione (grazie al Gruppo Editoriale Jackson e alla J-Soft per quanto ci hanno offerto allora!).
    Chi non voleva imparare, statisticamente, era solito scambiarsi i giochi di moda su C-64, l’unica cosa che imparava era scrivere LOAD … e caricare nastri e duplicatori per scambiare.
    Ecco, siamo di nuovo all’analisi con lo stesso giro di boa:
    chi vuole sviluppare su iPad , iPhone, ha a disposizione XCode , gratuito (certo, richiede un computer Apple su cui scrivere codice), un sacco di tutorial gratuiti, e si può sviluppare il proprio programma, con un linguaggio (Swift oggi, Obj-C ieri), che senz’altro è all’avanguardia rispetto ai Basic / Visual Basic di turno.
    Vuoi un’applicazione già fatta? C’è lo scibile a disposizione su App Store (e spesso si trovano davvero molte cose utili gratuite).
    Cosa manca rispetto a quei tempi?
    – i costi inaccessibili dei PC
    – la pirateria che derivava dalla copia di files su nastri prima e floppy poi
    Cosa hanno in più i tablet di oggi?
    – protezione contro i virus che ancora oggi impestano i PC (certo, soprattutto quelli basati su Windows)
    – costi delle applicazioni MOLTO più accessibili
    – performance che ai tempi coi PC (e in alcuni casi ancor oggi) te le sogni
    Che poi ci siano polli di batteria, non è indicativo di niente. C’erano prima di me, ci son stati a scuola di informatica con me, e continuano ad esserci oggi. Il numero di essi è soltanto lo specchio della società in cui viviamo.

  • mariopansera

    mmm secondo me attivissimo fa confusione tra utilizzo del mezzo e competenza del mezzo. Ovviamente ha ragione nel dire che i ragazzi di oggi non capiscono l’infrastruttura. Ma questo vale per qualsiasi tecnologia. Uno puo usare la macchina o l’aereo senza sapere niente di motori. Il concetto di ‘nativo digitale’ sta nel nascere in un ambiente dove certi codici, certe ‘routines’ vengono assorbite automaticamente, quasi inconsciamente. Da qui il parallelismo con ‘l’essere nativo di una lingua’. Infatti quando io parlo la mia lingua nativa lo faccio indipendentemente dal fatto che conosco le regole grammaticali o no, la dinamica della creazione del suono etc etc insomma l’infrastruttura….

  • Kobla

    Lei mangia la tartare di fassona ? Immagino che quindi sappia come cacciare l’animale che dovrà mangiare.
    Immagino quindi che sappia anche ucciderlo, scuoiarlo, sezionarlo e porzionarlo, scegliendo il taglio più adatto.
    Sicuramente poi avrà anche maturato competenze di tecniche di macelleria e di cucina. Saprà per certo come battere la carne al meglio e condirla con il giusto mix di spezie, in modo che risulti più saporita e digeribile.
    Beato lei ! io mi limito a sedermi al ristorante ed ordinarla.

  • Nino

    Vorrei che di tutto ciò se ne parlasse nelle scuole,dalla prima elementare all’università; perchè non solo gli adolescènti ma anche gli adultiadulti fanno uso di questi “cosi” non sapendo che “arma” hanno in mano.Il loro cervello è come una spugna che assorbe tutto indiscriminatamente, e tutti si sentono “fichi” all’avanguardia.!!!

  • GAMoN

    La riflessione di Paolo Attivissimo sui nativi digitali può essere traslata allo stesso modo sui “nativi democratici”.
    Le generazioni nate in regime di democrazia affermata, non riescono a percepirla come un’importante infrastruttura della vita sociale. La danno per scontata ma non ne conoscono il funzionamento, non ne riconoscono i principi, anche perché non hanno mai avuto esperienza diretta del contrario. E se la stanno facendo portare via, come in fondo è sempre successo anche con le democrazie del passato. Non ricordo una sola democrazia millenaria.

  • io

    ciauuuuuu

  • agh

    Condivisibile solo in parte. Lo stesso discorso si faceva agli albori dell’automobile: chi non era capace di riparare da sè la macchina era perduto, non era un vero meccanico, o un vero automobilista. Saper mettere le mani nel motore è certamente utile, ma è davvero così vitale? L’auto e i pc sono strumenti, alla fine conta quello che ci fai

  • Cris

    Serviva fare uno studio universitario per capirlo? Basta avere in casa un adolescente che ognuno di noi lo può capire da solo.

  • Alessandra Salimbene
  • Igor Fobia

    Il problema c’è ma stano provando a risolverlo (altrove).

    Il progetto Raspberry Pi nasce appunto da degli informatici inglesi che avevano notato una riduzione in qualità e quantità degli iscritti ad informatica a Cambridge, dovuta al fatto che con un Commodore 64 dovevi barcamenarti un minimo anche per far partire un gioco, mentre le console sono sistemi chiusi. Il mini-computer che propongono è fatto riavvicinare le nuove generazioni alla programmazione ed a “smanettare” con l’hardware https://www.raspberrypi.org

    Da notare anche come Arduino abbia permesso un più facile accesso all’elettronica (progetto peraltro italiano).

    Dunque esisterebbero strumenti per superare il problema, ma, avendo in Italia degli insegnanti con scarsissime competenze informatiche (nonché maestre che insegnano solo con il diploma) e dei genitori anch’essi molto impreparati sul tema, temo si stia facendo poco.

  • Emanuele

    Credo che questo discorso non tenga conto di molti fattori.
    Penso che raramente nel passato si trovassero casi di bambini e/o ragazzi che conoscessero il funzionamento effettivo di Internet o altri aspetti più tecnici dell’Informatica.
    Molte persone, semplicemente perché non gli interessa, non lo apprendono mai, e coloro che lo apprendono lo fanno già in età adulta, e cioè quando si hanno gli strumenti logici e lessicali per comprendere le basi di una qualsiasi disciplina. È sicuramente sbagliato pensare che i ragazzi di oggi siano tutti dei geni informatici, perché verrebbe dalla convinzione sbagliata che capirci di informatica equivalga a saper utilizzare dispositivi informatici.
    Tuttavia, è innegabile che le generazioni precedenti alla nostra dovevano imparare le basi anche solo del semplice utilizzo dei dispositivi informatici e di internet, molto spesso con enorme fatica. Ti faccio l’esempio di mia madre, una persona intelligente e dalle mille abilità e conoscenze, che frequentò un corso sui primi moduli dell’ECDL e mi diceva di trovarlo estremamente difficile. Gli argomenti? Accendere il computer, spegnerlo, creare una cartella, creare un file, ed operazioni di questo calibro.
    Ed è innegabile che dalla nostra generazione in poi, tutti possiedano una competenza PRATICA incredibile rapportata alle generazioni precedenti, semplicemente perché l’abbiamo acquisita da bambini (quando il nostro cervello è super spugnoso).
    Se queste competenze pratiche sono reputate miracolose da parte dalle vecchie generazioni, è perché gente come mia madre deve fare uno sforzo enorme per imparare le caratteristiche di ogni nuova applicazione o funzionalità con cui viene a contatto, mentre noi siamo capaci di scaricare un’applicazione su computer o smarphone ed utilizzarla correttamente e fluidamente da subito senza averla mai vista prima.

  • Ugos

    Faccio l’informatico, nel senso più ampio e generale possibile, da 33 anni, da quando ne avevo 13, e ho sentito parole molto simili dai miei nonni, dai miei zii e dai miei genitori. Il mondo cambia, va avanti. Si creano nuove abitudini, nuovi equilibri. I polli ci sono sempre stati, in tutte le epoche. Lasciateci vivere per favore.

  • Ezio

    Un analisi completa e che fa riflettere. Ho 55 anni e ricordo la fatica di imparare i comandi DOS. Fatica di cui traggo i vantaggi ancora adesso…

  • kniv7s

    Non sono d’accordo. E qui si parla del niente. La prima cosa che andava fatta in un articolo del genere è dare una definizione di “nativo digitale”. Quale sarebbe quindi? “Tecnici informatici aborigeni”? “Hacker dalla nascita”?

  • brandfx

    Complimenti per l’articolo e per la presa di coscienza di quello che è uno dei peggiori mali “tecnologici” moderni. Prima di proseguire mi prenderò qualche minuto di auto-presentazione dato che penso che sia piuttosto importante in questo caso. Nato nell’81 ed ho iniziato a “smanettare” con i l C64 e le prime stringhe in basic da bambinetto,per poi passare ad Amiga e infine pc (con un vetusto DX4 66mhz). Sono cresciuto insomma con l’ambiente esterno che mi guardava stralunato per la mia passione all’informatica ma che ha visto questa stessa persona studiare prima e lavorare poi dopo nel solito ambiente avendo molte soddisfazioni. Spesso nella mia ditta arrivano i cosidetti “stagisti”,mandati dalle più disparate scuole di elettronica ed informatica e quello che vedo ogni volta purtroppo è proprio la descrizione precisa di quello che è scritto sopra. Persone che pur studiando informatica non sanno assolutamente riconoscere una scheda video da una RAM,o che danno per scontato che dentro un hard disk c’è Windows e dentro un Mac c’è OSX. Non sanno che esistono altri sistemi,non sanno installare driver,non sanno quali sono i componenti da cambiare per migliorare le performance (anzi pensano che un computer quando inizia a diventare obsoleto vada semplicemente “cambiato”). Hanno tutti quanti il loro iPhone,non capiscono la bellezza di poter “spippolare”,”installare”,”flashare” un dispositivo per renderlo veramente personale. Gli viene dato in quella maniera,ci installano whatsapp,facebook,istagram e spotify e stop…dopo un pò ci sarà da cambiarlo con l’ultimo iphone,ma non sanno nemmeno loro il motivo per cui dovrà essere cambiato fra qualche anno. Nonostante facciano informatica non hanno quella sete di conoscere cosa c’è dentro…e questa cosa mi rattrista veramente,perchè non c’è peggior cosa che “dare per scontato”.

  • Spagno

    Il Primo Pollo Digitate e chi ha permesso di scrivere questo articolo e divulgare un concetto che va sicuramente discusso e lo sta facendo su una piattaforma datata e obsoleta dove non c’e la possibilità di avere un riscontro con altre persone per il semplice fatto che assente di nuove non ormai standard funzionalità come il Reply ai commenti da parte della comunity.

  • astromauh

    Sono d’accordo con l’autore dell’articolo, però il fenomeno di cui parla non è circoscritto all’informatica e non è un fenomeno degli ultimi anni.

    Gli uomini delle caverne costruivano da soli gli strumenti che utilizzavano per la caccia. Per cui producevano la tecnologia che essi stessi utilizzavano, ma da allora non è più stato così. Il progredire della tecnologia ha creato un divario sempre più grande tra produttori e utilizzatori della stessa.

    Diversi anni fa accendevo le sigarette con i fiammiferi, però non ero, e non sono in grado di fabbricarmi dei fiammiferi. Per quanto un fiammifero sia un prodotto tecnologico estremamente banale, io utilizzatore finale dello stesso, non sarei stato in grado di auto produrli.

    Tanto più aumenta la complessità della tecnologia, tanto più diminuisce la possibilità di comprenderla da parte di coloro che la utilizzano, è inevitabile. La cosa è un po’ scocciante, perché ho l’impressione di perdere il controllo, e che il mondo mi sfugga dalle mani.
    Ma la soluzione qual è?

  • Mario Carta

    La tua visione segue l’eco di Umberto. L’idea che l’informatizzazione degli studenti delle più diverse discipline debba andare di pari passo con la nostra (informatici), quella degli insegnanti, degli ingegneri, degli sviluppatori e degli esperti è una follia. E’ come dire agli studenti che si fanno prendere in giro dai medici chiedendosi perché non sanno quanto i medici.

    Questa è una visione alla Eco, alla Gino Paoli, all’Adelphi che non consente diversità di informatizzazione. Facebook e Youtube fornisco la loro educazione, altri un’altra educazione. L’idea che siano poi onnipotenti fa il paio sempre con gli stessi esempi.

  • Patrocloo!

    Bell’articolo. Complimenti!
    Mancano solo due cosette, ma non da poco:
    Oltre a Fakebook, il problema ora è Google con Android che che fornisce un sistema falsamente “aperto” per detenere posizioni dominanti o di quasi monopolio, come la UE sta indagando… Di quei 250 milioni almeno 220 sono Android… se lo era dimenticato?
    E i suoi fondatori, veri nativi digitali, non hanno alcun interesse alla concorrenza tant’è che hanno dichiarato (Schmidt) di essere loro la Nuova Microsoft! Questo ci racconta la strategia che sta dietro alla realtà che lei ha ben disegnato: una banda di nativi digitali senza scrupoli a caccia del potere assoluto e di tutto il denaro possibile!

    E una domanda: ma Lei le racconta queste cose agli studenti? Lei che ha voce in questo mondo, si mette in gioco contro questa pericolosa banda di veri nativi digitali?

    Ed infine: essere curiosi è qualcosa che si ha dentro, non dipende dalla scuola anche se potrebbe aiutare, non dipende dalla società. Potrebbe dipendere un po di più dalla famiglia, ma…
    Lei è curioso? E’ mai andato a guardare e leggere cosa fanno uscire dalla capitalizzazione di Google i 3 soci quasi ogni mese? Quanto incassano di stock option o di privilegiate? NO? Allora vada su Internet e cerchi Insider Monkey e poi digiti la ricerca con il nome di ognuno di loro, ma non si stupisca, i NATIVI DIGITALI VERI non hanno alcuna passione informatica se non la CARRIERA, IL POTERE, IL DENARO.

    Se vuole cercare chi è veramente curioso ma libertario, chi difende Thor o l’Open Source, chi combatte giornalmente sulla disinformazione dell’internet PRIVATIZZATO e oramai per lo più COMMERCIALE, deve cercare i NATIVI della Meccanica e dell’Elettronica, passati negli anni 80 al Digitale! E non hanno molto meno di 50 anni, glielo garantisco! Ma non ci chiami Nativi Digitali, semmai Hippy Digitali!

    Grazie e un caro saluto!

  • afullo

    Il grande pregio di Internet è che si tratta di una rete telematica completamente libera: io mi registro un dominio, e su di esso ci scrivo quello che mi pare, come mi pare, senza sottostare a regole di utilizzo di alcun tipo (salvo il rispetto delle leggi, ma questo dovrebbe essere ovvio).

    Al giorno d’oggi, però, alla maggior parte degli utenti sembra non interessare questa libertà: più facile affidarsi ai servizi di realtà private e commerciali, che in cambio di qualche facilitazione si arrogano diritti nei confronti di essi che magari nemmeno gli stessi conoscono, forti delle loro posizioni giuridiche ed economiche.

    Sia chiaro, ciò non significa che bisogna leggere negativamente i social network e altri fenomeni degli ultimi anni: sta a dire semplicemente che è il caso di prendere atto che la Rete non è *principalmente* quello, e che i suoi punti di forza sono altri. Invece, come scritto nell’articolo, diversi identificano perfino l’intera struttura telematica con questi brand.

    Quanto all’elettronica, pure non si vede tutta questa natività digitale: negli ultimi 10 anni abbiamo assistito ad una capillare diffusione di dispositivi di ogni genere. Tuttavia gli adolescenti di oggi non mi sembrano eccessivamente più preparati di quelli di un decennio fa: una crescita nel complesso c’è stata, ma è corsa ben più piano dello sviluppo tecnologico. Da come si dice, sembrerebbe che un giovanissimo di oggi dovrebbe essere in grado di fare quasi tutto quello che è possibile compiere con un computer, quando invece già solo una riga di comando invece di un’interfaccia grafica fa da sbarramento per un sacco di utenti.

    Anche l’approccio dell’informazione a questi argomenti non aiuta: secondo l’opinione pubblica l’esperto di informatica è quello che cambia il suo smartphone ogni sei mesi e che passa le notti in coda in attesa dell’inizio della vendita del nuovo prodotto, trascurando il fatto che possa tranquillamente non aver mai scritto una riga di codice in vita sua. Si dice esplicitamente che i laptop sono una tecnologia vecchia, sostituita da smartphone e tablet, quando chiunque col computer ci lavori un minimo si rende conto immediatamente che i dispositivi mobili sono un ottimo strumento da affiancarsi al pre-esistente per alcune mansioni, ma per tante altre non ne sono assolutamente all’altezza.

    Pure i cosiddetti “speciali” sono spesso proposti per fare promozione piuttosto che per informare in maniera neutrale, volendo invitare il lettore o l’ascoltatore all’acquisto dei dispositivi per i quali un inserzionista ha pagato la sua parte, e trascurando spesso tutto ciò che non ha un risvolto commerciale, come software libero ed open source. In tutto questo calderone, il ragazzino, sul quale pesa anche il fattore “moda” (l’importanza di un dispositivo non solo quanto a funzionalità ma come status all’interno del gruppo, che nell’universo adolescenziale è il primo giudice), si trova a ritenersi soddisfatto dal “giardino dorato” che gli viene offerto, dando l’impressione ad altri e a sé stesso di essere protagonista di una rivoluzione, quando invece è soltanto l’anello terminale di una catena prettamente verticale azienda-clientela.

  • Maria Renata Zanchin

    E perchè non chiamarli “nativi digitali”? Il termine non significa che siano degli esperti digitali, ma semplicemente dei nativi, volendo significare che hanno stili di pensiero e di azione diversi dalle persone che hanno conosciuto le tecnologie quando ormai erano adulti. Qualcuno li chiama anche generazione dell'”homo zappiens” e come educatori ci interessa aprirci al modo in cui affrontano la realtà e la rete stessa, per farli ulteriormente crescere approfittando di ciò che sanno già.

  • Marite

    Scusate, come mai stiamo commentando (nel maggio 2016) un articolo del 2013? Anche a destra dello schermo, compare il titolo di un articolo che fa riferimento alla riforma della scuola del ministro Carrozza (2013). E questo sarebbe il sito dell’Agenda Digitale? Dovreste rinominarlo “Agenda Digitale Preistorica”….

  • Daniele

    Credo che chi ha scritto questo articolo, ha guardato la situazione utilizzando dei modelli vecchi e non considerando che le nuove generazioni non partono dai costrutti mentali con cui sono partiti i nativi dell’era pre-internet. Mi spiego meglio… nel 1990 effettuare un montaggio richiedeva strumentazione complessa e costosa, per ottenere risultati scadenti… ora i nativi digitali ottengono cose di altissimo livello con un iPhone… stessa cosa per la musica, la grafica e qualsiasi altra forma creativa… parlare loro dei costrutti mentali dei nativi pre-internet per loro significa fare una lezione di “storia” del tutto inutile e priva di contesto ed applicazione diretta. Credo semplicemente che la cosa debba semplicemente essere storicizzata per capire che frutto darà questo update tecnologico che è giusto non venga compreso appieno dalla generazione precedente… infondo diciamocelo…. qualsiasi sistema tende all’omeostasi… questo significa che le nuove generazioni troveranno nuovi costrutti che funzioneranno bene in questa epoca e diventeranno i protagonisti di nuove rivoluzioni in serbo per le prossime generazioni.

  • dino

    analfabeti digitali

  • Rick

    anche funzioni di base di windows sono completamente ignote a molti..
    vedo su facebook una marea di ragazzini che al posto di usare il printscreen con il tasto stamp/r-sist (a sinistra del F12) e poi farsi la loro bella immaginetta su paint, fanno la foto dello schermo con il cellulare…

  • Sabrina

    Come tutte le cose e tutte le ere generazionali, la conoscenza e l’apprendimento nascono dalla passione. Saper usare uno strumento non vuol dire conoscerlo ma, se usandolo ci si appassiona, la voglia di sapere il suo funzionamento aumenterà!! È come le tabelline: sapere le tabelline non ti fa risolvere un problema di matematica

  • J.

    Sottoscrivo. Per esperienza diretta: tutti i giorni vedo ragazzini/universitari fenomeni perchè rispetto ai genitori che li esaltano sanno fare due o tre cosette come scaricare un’app da uno store o scrivere molto piu’ velocemente sul tchscr.

    Un’appunto a Rick: guarda che fai prima a fare la foto e condividerla direttamente piuttosto che passare da paint ed allegarla in mail o sui client pc di whatsapp o telegram….

  • alphac

    Mi pare evidente, quella dei nativi digitali come genietti del computer è una invenzione della mamma 2.0. Ma non mi sembra neanche una situazione involuta rispetto a prima, come c’erano quelli che puntavano e cliccavano senza sapere cosa accadesse ora ci sono quelli che tappano senza saperlo, più o meno siamo lì.

  • Frank12716

    Ho 13 anni e sono pienamente d accordo. Intorno a me la gente è sempre con i telefonini e console e non sanno minimamente Cos e una scheda video. Avevo già visto questa situazione da tempo e vedere sempre più persone che la pensano come a me mi fa tanto piacere. In tutta la mia scuola (abito in provincia di catania) saranno una decina su 500 persone che “giocano al pc” spero possa farvi piacere che ci siano alcuni tra la mia generazione che la pensino come a noi

  • ness1

    Ma è proprio quella invece l’accezione con cui si usa “nativi digitali”: cioè dei poveri ragazzini cui i genitori rifilano cell. fin dalla culla (e attenzione bene: glieli progettano apposta, per crear dipendenza fin da piccolissimi!) e che non han la minima idea non solo di cosa fanno e come son fatti etc. (il che sarebbe il meno visto che anche noi usiamo altre tecnologie tipo tv etc. che non sappiamo smontare né modificare), ma perdono proprio il contatto con la realtà della vita concreta (diciamo naturale, ma inclusa la natura umana!) schermati dietro a multimediazioni di massa spacciate da strumenti d’interconnessione e che invece isolano sempre più nel virtuale – ci son già studi sulla perdita delle capacità manuali dei bimbi nei giochi, abituati a cambiar scenario solo sfiorando con un dito un monitor: tirando le somme, da una parte c’è la concentrazione di conoscenze altamente specializzate a livello tecnologico (più annessi e connessi), dall’altra una utenza sempre più idiota (a vari livelli, fino ai più gravi). E nonostante lo si sappia, si continua come niente: pure qua, il mercato la vince sull’umano.

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