la riflessione

Colajanni: “Internet, paradiso perduto? Ma il bello deve ancora venire”

Nessuna industria ha mai realizzato quanto quella digitale: le big tech hanno demolito intere filiere industriali e trattano da pari con gli Stati. L’informazione digitale è un cambiamento simile alla nascita della scrittura e della stampa. Certo, non tutto è andato come doveva, e tra dieci anni sarà ancora tutto diverso

29 Set 2021
Michele Colajanni

Università di Bologna

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Veniamo da un periodo di incessante digitalizzazione. Pertanto, avverto la necessità di condividere alcune riflessioni su alcuni punti che rappresentano le fondamenta della nuova “società digitale”. Se non si colgono i princìpi, infatti, si rischiano semplificazioni arbitrarie e proposte di soluzioni e provvedimenti impraticabili, spesso echi di un mondo di cui si provano a riproporre metodi, economie e rapporti di forza. Fatica improba quanto vana. Meglio accettare, per quanto difficoltoso, che il mondo fisico o che dir si voglia analogico o cinetico è tramontato definitivamente, in quanto anche questi è e sarà sempre più pervaso dall’ICT diventando ciberfisico, come vuole l’Accademia della Crusca, o cyberphysical come usa il mondo anglosassone. Il passo di consapevolezza è l’ostacolo più complesso.

L’accettazione auspicabilmente porta al desiderio di comprendere cosa caratterizza veramente la società digitale in cui siamo stati proiettati senza magari averlo desiderato. Proprio perché le novità del digitale rompono regole ed equilibri consolidati negli anni, conoscere è determinante per creare una moderna nazione digitale o un’impresa innovativa, nonché per difendere gli interessi del Paese o della propria organizzazione.

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Riunire in un’unica Agenzia – per la cybersicurezza nazionale – i temi del digitale e della cybersecurity è la scelta più importante, strategica e innovativa che abbia fatto l’Italia, in quanto non esiste società digitale senza sicurezza informatica. Aver ignorato questo elemento fondamentale è la prima causa della drammatica quotidianità in cui ci troviamo, scandita da bollettini di attacchi cyber che non fanno più notizia se non riguardano organizzazioni determinanti e imprese molto note. La digitalizzazione è proceduta speditamente sul piano tecnologico, ma ha lasciato indietro la sicurezza e le competenze, ed è in questi ambiti che vi sarà bisogno di recuperare. Infatti, non ci troviamo di fronte a una rivoluzione né a uno tsunami, eventi tanto violenti quanto di breve durata.

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Si sta parlando di una nuova società, di una nuova era che per informazione, formazione, princìpi economici, ruoli di forza e di potere, modelli criminali e difensivi, distrazioni e divertimenti, nulla ha a che fare con il passato. O meglio, l’unico fattor comune in un mondo che cambia continuamente rimane l’essere umano, con i suoi pregi e difetti, le sue grandezze e miserie, la sua forza e le sue vulnerabilità. Non abbiamo ancora fatto in tempo a far accettare ai geologi il termine antropocene che già ci troviamo all’alba di un antropocene digitale: la società digitale, infatti, è solo all’inizio e in continua e rapida evoluzione.

Il mondo fisico è visibile, concreto e confinabile, consente rapporti di forza e di potere chiari sebbene evoluti nei secoli dalla proprietà terriera a quella industriale e tecnologica. Il mondo digitale è ambiguo in quanto molto più sfuggente nella sua essenza. All’apparenza leggero fino all’effimero, in realtà necessita di infrastrutture di comunicazione e di architetture di calcolo sempre più potenti.

Il potere delle big tech

Per raggiungere l’atavico obiettivo della pervasività mondiale dei servizi digitali, l’industria e l’accademia informatica hanno sempre lavorato per mascherare l’enorme complessità sottostante, riuscendoci brillantemente se oramai gli utenti si misurano in milioni o miliardi dai due anni in su. Nessuna industria è riuscita lontanamente a raggiungere qualcosa di lontanamente analogo. Sconvolgimenti dirompenti hanno riguardato i nuovi rapporti di potere e i modelli economici. Altrimenti non troveremmo le Big Tech tra le società maggiormente capitalizzate al mondo che hanno demolito (e talvolta ricostituito diversamente) storiche filiere industriali e che oggi trattano da pari con gli Stati ricevendo da questi un mandato o proponendosi per aiuti alla società digitale. “Dopo un incontro alla Casa Bianca, Google e Microsoft investiranno 30 miliardi per la cybersecurity”, “Facebook nel fortino a difesa delle elezioni alla Casa Bianca”, “Apple a caccia di pedofili negli Stati Uniti”, “Amazon ha creato la task force anti-contraffazione”, “Le iniziative di Facebook per la prevenzione dei suicidi degli adolescenti” rappresentano un minimo estratto di notizie. La Tesla in Borsa vale quanto Toyota e Volkswagen messe insieme pur producendo un centesimo delle loro auto.

Esistono nuovi lavori milionari come l’influencer e il gamer online. Magari sono bolle effimere, ma non si può non rimanere disorientati. Pertanto, è comprensibile, quanto errato, ancorarsi agli schemi del passato. Nonostante le sostanziali differenze tra mondo analogico e digitale, spesso si sentono utilizzare termini legati alla cultura del mondo fisico che si vorrebbero impropriamente perpetrare nel mondo digitale. Le parole sono importanti perché svelano la nostra storia e rappresentano i nostri schemi di pensiero, nonché i retropensieri. Uno dei casi più interessanti è il frequente uso del termine proprietà riferito ai dati digitali, come se rappresentassero un bene fisico. La realtà è molto più sfumata e complessa. È corretto parlare di integrità e di riservatezza dei dati, ma “proprietà” disvela che il soggetto non ha capito o, peggio, si rifiuta di comprendere la realtà in cui viviamo. La conseguenza è che spesso prova a riproporre o imporre modelli superati, con conseguenze dannose proporzionali al ruolo che ricopre.

L’impatto della digitalizzazione dell’informazione

Il processo di digitalizzazione di tutta l’informazione rappresenta un cambiamento paradigmatico paragonabile alla nascita della scrittura e della stampa. L’informazione digitalizzata è leggera, facilmente copiabile, manipolabile, intercettabile, ma altrettanto semplicemente trasmissibile, archiviabile e analizzabile a livelli impensabili rispetto al precedente cartaceo. In forma digitalizzata, l’intera libreria del Congresso è copiabile e trasferibile in un altro continente in pochi minuti; Google è in grado di ricercare parole chiavi tra miliardi di documenti in meno di un secondo. La digitalizzazione dell’informazione, di per sé, ha già modificato un fondamentale della società analogica, basata sul possesso del bene, sulla copia unica e inaccessibile. Degli stessi vantaggi ne hanno approfittato le aziende produttrici di software: il costo è nella produzione della prima versione; il costo delle successive copie è marginale. Non è così per i prodotti del mondo fisico, sebbene l’avvento delle stampanti 3D causerà sviluppi interessanti a livello di produzione e di logistica.

Nel momento in cui l’informazione digitale prodotta raddoppia ogni anno, è ineluttabile che gli equilibri di potere e le modalità di trasferimento della conoscenza cambino radicalmente. L’antiquata idea di poterla raccogliere, classificare e analizzarla tutta diventa utopica così come la possibilità di controllarla e censurarla preventivamente. Tutti questi fattori modificano radicalmente i tradizionali poteri politici ed economici al loro interno e nel rapporto, rispettivamente, con l’elettore e il consumatore, ma anche le Forze dell’Ordine, la Difesa e l’Intelligence non sono immuni a tali cambiamenti.

Perché la rete globale non ha migliorato il mondo (come si sperava)

La digitalizzazione da sola sarebbe stata sufficiente a travolgere molti fondamentali della nostra società, ma abbiamo dovuto subire il contemporaneo avvento della rete Internet, mirata a collegare tutti i computer del mondo.

Nei primi anni ’60, Licklider definì l’idea come Intergalactic Computer Network, con una terminologia che, pur risentendo dell’epoca, denota una lucida visione sul futuro. Né va dimenticata la sua nascita per capire alcuni princìpi e modelli che si sono riverberati nell’attualità: progettata negli anni ’60, tra un MIT più legato al mondo militare e le università californiane più prossime a rivoluzionari e ottimistici sognatori. Il miglioramento del mondo e la diffusione delle basi democratici si sarebbero potuti veicolare attraverso il collegamento tra tutti i computer e le persone, con l’accesso a tutte le informazioni e l’eliminazione delle censure, e favorendo la possibilità di esprimere le proprie opinioni. Il risveglio dai sogni psichedelici è stato brusco: collegare tutto a tutti, consentire a ciascuno di produrre e distribuire messaggi e materiali digitali di qualsiasi tipo, nascosti da uno pseudo-anonimato, non ha migliorato il mondo.

Al contrario, pur avendo inizialmente messo in crisi alcune dittature, si è ritorto in seguito contro le nostre democrazie. Con una differenza sostanziale. Le dittature hanno subìto il colpo, ma quelle che hanno resistito, sono passate alla controffensiva. Il loro potere ha ripreso il controllo al proprio interno utilizzando gli stessi strumenti che gli oppositori avevano provato a utilizzare per manifestare il desiderio di libertà. Con gli strumenti digitali sono riusciti a individuare facilmente le aree di dissenso, screditando o eliminando fisicamente gli oppositori.

Poi, si sono potuti rivolgere verso l’esterno con il fine di creare danni informativi ed economici proprio ai Paesi intenzionati a esportare democrazia. Ci sono riusciti in pieno, in quanto la combinazione digitale–dittatura è un mostro ben difficile da contrastare. Al contrario, le democrazie si sono trovate alla mercé di un terribile circolo vizioso: informazione digitale, connessioni sovranazionali, mancanza di censura e controllo, impossibilità di perseguire i reati al di fuori dei propri confini. Nessuno ha veramente chiaro come si possano superare i problemi conseguenti di questo circolo vizioso nel rispetto dello stato di diritto.

L’escalation della criminalità informatica

La combinazione esplosiva tra informazione digitalizzata e Internet sta causando la più dirompente instabilità tra poteri tradizionali. L’aspetto interessante è che questo dissesto si riflette allo stesso modo su scale diverse come in una geometria frattale: tra nazioni, tra poteri all’interno della stessa nazione, della stessa organizzazione, dello stesso dipartimento fino ad arrivare a ripetersi all’interno del singolo nucleo familiare. Nazioni che non conterebbero molto sul piano militare si permettono, tramite intermediari, di attaccare infrastrutture critiche dei Paesi più ricchi e potenti. Bande organizzate di criminali informatici (non terroristi, per favore!) riescono a rubare dati e ricattare grandi aziende multinazionali. I reati informatici sono in aumento esponenziale, mentre sono tragicamente stabili, a livello di qualche unità per anno, le indagini che portano ad arresti e condanne. Non è un caso che i pochi grandi successi derivino da collaborazioni a lungo termine tra le Forze dell’Ordine di diversi Paesi.

La collaborazione internazionale è l’unica strada possibile per provare a combattere la criminalità informatica che è sovranazionale per definizione. Suggerirei un all-in dei prossimi fondi dedicati al contrasto ai reati informatici in questa direzione, che significa investire in competenze e in tecnologie collaborative, con questa precisa priorità. Sarebbe importante promuovere la collaborazione per il miglioramento del livello di digitalizzazione e di difesa cyber del Paese anche tra organizzazioni e tra pubblico e privato, ma sono troppi anni che sento ribadire questo obiettivo senza visibili progressi concreti. Incentivare o forzare l’attuazione la cooperazione in qualche specifico settore, così come ha fatto il mondo finanziario, potrebbe rappresentare un’importante priorità per la neonata Agenzia.

Una nuova visione a lungo termine è necessaria

Le grandi aziende Big Tech, essenzialmente statunitensi e cinesi con poche eccezioni di grandi aziende informatiche asiatiche ed europee, hanno compreso in anticipo i fondamentali della società digitale, contribuendola a realizzare e plasmare. Amate dagli utenti quanto odiate e temute da molti Paesi. Corteggiate nei periodi elettorali per i loro dati sui cittadini, le loro capacità analitiche e le possibilità di diffondere messaggi pervasivi e personalizzati, sono diventate il bersaglio preferito di qualche integralista. Nonostante la narrativa promossa da alcuni, le Big Tech non rubano dati. Siamo noi che glieli diamo volentieri, previa indubbia loro capacità seduttiva, per ricevere in cambio servizi pseudo-gratuiti. La differenza tra furto e cessione volontaria è sostanziale, ed è sorprendente che molti europei non intendano cogliere la differenza.

Per tali motivi, dopo i primi anni in rapida espansione incontrollata, adesso le Big Tech si muovono in modo molto accorto. Spingono i confini un po’ più in là, ma con giudizio. Fanno un passo in avanti, testano le reazioni, compiono qualche passo laterale, subiscono qualche sanzione e cominciano ad essere socialmente più responsabili come si è detto in precedenza. Ma nei fatti arretrano poco, avendo dalla loro parte il potere contrattuale dei “Termini di utilizzo” che tutti, indistintamente, accettano.

È facile intuire che le Big Tech anelino a offrire più servizi in un’economia sempre più libera da vincoli. Meno chiaro è cosa vogliano veramente gli Stati e l’Europa se non impedire questo obiettivo. Per ora, mi sembra che si stiano perdendo molte energie in lotte di posizione senza una chiara strategia a lungo termine che sia realisticamente praticabile. Anche in questo caso, sarebbe opportuno ripartire da una semplice quanto drammatica verità: l’Europa ha perso il treno della propria sovranità digitale venticinque anni fa quando, con l’avvento del Web, non è riuscita a sviluppare una Big Tech digitale multinazionale soprattutto a causa del nanismo dei mercati nazionali.

L’obiettivo di recuperare il terreno perduto è meraviglioso e condivisibile. Meno piacevole è riscontrare che nessuno abbia proposto un piano concreto per recuperare realisticamente tanti anni di arretratezza e dipendenza in uno scenario dove gli altri non staranno fermi. Ecco, diciamo che il progetto Gaia X e le recenti regole europee per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale non appaiono a molti osservatori gli strumenti più adatti per recuperare i ritardi di tecnologie e servizi digitali rispetto a Stati Uniti e Cina. Né l’attuale guerra di trincea consente ad alcun attore di prevalere, ma solo a perdite e ritardi. Una nuova visione a lungo termine, con qualche riposizionamento tattico, potrebbe essere più fruttuosa.

Conclusioni

Internet, paradiso perduto? Non scoraggiamoci. C’è del bello ancora all’orizzonte.

Meglio guardare al prossimo futuro del mondo ciberfisico con la diffusione dei dispositivi smart, la nuova medicina personalizzata, la realtà virtuale, i sistemi autonomi non solo nella guida, l’avvento delle stampanti 3D. E poi le reti wireless 5G che consentiranno di unire tutti i dispositivi e tutte le persone in un’unica rete globale a banda larga, contribuendo a rivoluzionare ulteriormente la società digitale. Le conseguenze di tali integrazioni ci porteranno in dieci anni dall’attuale alba dell’antropocene digitale all’ora di pranzo dove il menu non ci è noto, ma sarà affascinante scoprirlo. E noi, in un mondo caratterizzato da una simile turbolenta evoluzione, dovremmo preoccuparci dei vincoli del vetero mondo analogico con cui vorremmo contingentare il prossimo mondo digitale?

Battaglia persa in partenza che, se permettete, eviterò di combattere. È molto meglio investire le risorse e le competenze per aiutare a predisporre il menu e sedersi al pranzo del 2030. Con il contributo attivo dei “cuochi” europei potrà essere migliore.

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