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Perché Hollywood ha un nuovo cattivo: il boss della Silicon Valley


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Zuckerberg, Musk, Altman, Elizabeth Holmes: quattro film li portano sullo schermo come figure controverse. La serie Cupertino trasforma invece la resistenza alle Big Tech in un legal drama. Il punto è che la gente è sempre più spaventata e confusa da un progresso che non riesce a comprendere, tanto meno controllare

Pubblicato il 12 ott 2026

Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu



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Il nuovo cattivo di Hollywood non è più un robot o un’AI che si ribella agli esseri umani. È l’uomo che controlla la tecnologia, ne decide gli obiettivi e ne incassa i profitti. Nell’autunno 2026 il cinema americano porta sullo schermo versioni inquietanti di Mark Zuckerberg, Elon Musk, Sam Altman ed Elizabeth Holmes. E una nuova serie televisiva, Cupertino, racconta la battaglia di due avvocati contro i potenti della Silicon Valley.

Il cinema sta trasformando il fondatore tecnologico da promessa di progresso a figura di potere da contestare. È un cambiamento che incontra un’opinione pubblica sempre più inquieta: il 64% degli americani giudica troppo veloce lo sviluppo dell’AI, secondo il nuovo sondaggio AP-NORC. Per comprendere questi film bisogna guardare tanto ai loro protagonisti quanto alle ragioni concrete della sfiducia.

OperaChe cosa raccontaDistribuzione
The Social ReckoningMark Zuckerberg / denunce sulla gestione di Facebook9 ottobre 2026
Cupertino (serie)Studio legale contro gli abusi delle aziende tecnologiche8 ottobre 2026
MuskElon Musk / potere economico e politico9 e 16 ottobre 2026
You Can See EverythingElizabeth Holmes / il caso Theranos16 ottobre 2026
ArtificialSam Altman / la crisi ai vertici di OpenAI25 dicembre 2026

Hollywood intercetta insomma il nuovo sentiment popolare: la gente è sempre più spaventata e confusa da un progresso che non riesce a comprendere, tanto meno controllare. Soprattutto quando a guidare le scelte è un Governo, quello di Trump, che sembra interessato solo a spingere sullo sviluppo tecnologico in chiave di potenza americana.

Da Zuckerberg ad Altman, i nuovi cattivi della Silicon Valley al cinema e in tv

La trasformazione dell’immagine pubblica della Silicon Valley emerge soprattutto dai contenuti delle nuove produzioni cinematografiche e televisive. Quattro film usciti o in arrivo nell’autunno 2026 raccontano Elon Musk, Mark Zuckerberg, Sam Altman ed Elizabeth Holmes, mentre la serie Cupertino porta sullo schermo le persone che cercano di opporsi agli abusi delle grandi aziende tecnologiche.

Le opere appartengono a generi diversi, dal documentario al thriller, dalla commedia satirica al dramma giudiziario. Ma raccontano tutte una crisi di fiducia nel potere tecnologico, attraverso storie di manipolazione, ambizioni personali, controllo dell’informazione e conflitti fra interessi economici e bene pubblico.

The Social Reckoning: Zuckerberg e i danni degli algoritmi di Facebook

Il cambiamento è particolarmente evidente in The Social Reckoning, il film di Aaron Sorkin uscito negli Stati Uniti il 9 ottobre e nelle sale italiane dall’8 ottobre 2026 con il titolo The Social – Il prezzo della verità, distribuito da Eagle Pictures. È il seguito ideale di The Social Network del 2010, ma il punto di vista si è completamente rovesciato. Nel primo film Zuckerberg era il giovane programmatore brillante, socialmente impacciato e spregiudicato che costruiva Facebook. Nel nuovo, interpretato da Jeremy Strong, è il capo di un’azienda che conosce gli effetti dannosi della propria piattaforma e continua a difenderne il funzionamento.

La storia si concentra sulle rivelazioni di Frances Haugen, l’ex dipendente di Facebook interpretata da Mikey Madison, e sul suo rapporto con Jeff Horwitz, giornalista del Wall Street Journal interpretato da Jeremy Allen White. Nel 2021 Haugen consegnò al giornale migliaia di documenti aziendali, diventati la base dell’inchiesta Facebook Files.

Il film ricostruisce la scoperta dei meccanismi con cui gli algoritmi di Facebook possono amplificare contenuti estremisti e polarizzanti. Racconta anche le conoscenze interne all’azienda sugli effetti di Instagram sulla salute mentale delle adolescenti e arriva ad affrontare il ruolo dei social network nella radicalizzazione politica culminata nell’assalto al Congresso americano del 6 gennaio 2021.

Uno degli elementi narrativi più efficaci è il confronto tra le intenzioni iniziali di Facebook, presentato come uno strumento per connettere le persone, e gli incentivi economici che ne hanno progressivamente orientato il funzionamento. Un contenuto che provoca rabbia può generare più interazioni e quindi diventare più visibile, anche quando l’effetto complessivo è dannoso per gli utenti o per il dibattito pubblico.

Sorkin racconta questo conflitto attraverso le indagini di Haugen e Horwitz, lasciando Zuckerberg nel ruolo di un potere difficile da contrastare. È una scelta molto diversa da quella del 2010: il protagonista morale è diventato chi denuncia l’azienda, mentre il fondatore è l’antagonista. Naturalmente il film utilizza le libertà narrative proprie della fiction e non tutte le scene o le sequenze temporali corrispondono esattamente ai fatti documentati.

Musk: dall’eroe dell’innovazione all’uomo che concentra troppo potere

Con Musk, il documentarista premio Oscar Alex Gibney compie un’operazione diversa. Il film, presentato alla Mostra del cinema di Venezia e in distribuzione nazionale americana dal 16 ottobre, dura 225 minuti più un intervallo di dieci. Non ha ancora una data di uscita nelle sale italiane. È un’indagine sulla trasformazione dell’imprenditore che ha contribuito a rivoluzionare l’industria spaziale e automobilistica in una delle figure politiche ed economiche più potenti e controverse del mondo.

Il racconto comincia dai successi di SpaceX, dalla determinazione necessaria per superare i primi fallimenti dei lanci e dall’immagine di Musk come imprenditore capace di realizzare imprese considerate impossibili. Gradualmente, però, l’attenzione si sposta dalle innovazioni tecnologiche alle conseguenze della concentrazione di potere nelle sue mani.

Gibney ripercorre l’espansione delle attività di Musk attraverso Tesla, SpaceX e Twitter, poi diventato X, fino al sostegno a Donald Trump e all’esperienza del Doge, l’organismo con cui l’imprenditore ha partecipato alla riorganizzazione dell’amministrazione federale americana. Il documentario si interroga anche sui dati raccolti durante quell’esperienza e sui rischi derivanti dall’intreccio fra interessi privati e funzioni pubbliche.

Il regista ha intervistato familiari, ex collaboratori, giornalisti e persone che conoscono direttamente Musk, tra cui la prima moglie Justine e il cofondatore di Tesla Martin Eberhard. Musk ha rifiutato di partecipare. Per rappresentarlo, Gibney ha quindi scelto una soluzione insolita: un avatar digitale che pronuncia dichiarazioni realmente fatte dall’imprenditore, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale per sincronizzare i movimenti della bocca.

La polemica attorno al film è diventata a sua volta parte della storia. Musk ha attaccato duramente Gibney sui social. Inoltre, secondo l’Associated Press, il distributore ha incontrato difficoltà nell’acquistare spazi pubblicitari su X, YouTube, Meta e TikTok, con alcuni rifiuti successivamente revocati. Un episodio che aggiunge un ulteriore livello alla questione affrontata dal documentario: il peso che le piattaforme possono esercitare anche sulla circolazione delle opere che le criticano.

Artificial: Sam Altman e la lotta per il controllo dell’intelligenza artificiale

La concentrazione del potere tecnologico è anche il tema centrale di Artificial, il film di Luca Guadagnino dedicato a OpenAI, presentato al New York Film Festival e atteso nelle sale americane il 25 dicembre. In Italia uscirà il 20 gennaio 2027, distribuito da I Wonder Pictures. Andrew Garfield interpreta Sam Altman, Yura Borisov lo scienziato Ilya Sutskever e Mark Rylance Geoffrey Hinton, uno dei pionieri delle reti neurali.

Il film segue la nascita della moderna intelligenza artificiale generativa, partendo dalle ricerche di Sutskever con Hinton e arrivando alla fondazione di OpenAI. Al centro della storia c’è il rapporto sempre più conflittuale fra lo scienziato che teme di perdere il controllo della tecnologia e il manager che vuole guidarne lo sviluppo.

Guadagnino rappresenta Altman come un personaggio manipolatore, capace di sfruttare le debolezze degli altri per consolidare la propria posizione. Nella sua interpretazione, il potere passa anche attraverso i rapporti personali: il personaggio di Altman abbraccia continuamente i collaboratori, li tocca e invade il loro spazio fisico, mentre cerca di conquistarne la fiducia e condizionarne le decisioni. Si tratta della caratterizzazione cinematografica di una persona reale, non di una ricostruzione neutrale del suo comportamento.

La storia arriva alla crisi del novembre 2023, quando il consiglio di amministrazione di OpenAI licenziò improvvisamente Altman, accusandolo di non essere stato sufficientemente trasparente nelle comunicazioni con i consiglieri. Il film racconta il successivo confronto con Microsoft e la mobilitazione dei dipendenti che portò, pochi giorni dopo, al ritorno di Altman alla guida della società.

Particolarmente significativa è una scena descritta da The Verge nella recensione del film. I ricercatori scoprono che il sistema di AI che hanno sviluppato è stato capace di ingannare un essere umano. Sutskever ne rimane sconvolto: aveva immaginato di costruire una forma di intelligenza superiore a quella umana, ma comincia a temere che le macchine possano riprodurre anche i nostri comportamenti peggiori.

Il problema scientifico si intreccia così con quello politico. Chi deve controllare sistemi di AI sempre più potenti? Gli scienziati che ne comprendono i rischi, i manager che ne finanziano e guidano lo sviluppo oppure organismi indipendenti capaci di imporre dei limiti? La crisi di OpenAI diventa una rappresentazione cinematografica delle difficoltà di governare una tecnologia il cui valore economico continua ad aumentare.

You Can See Everything: Elizabeth Holmes e la manipolazione della verità

Il quarto film è You Can See Everything, documentario diretto da Nathan Fielder e Lance Oppenheim, prodotto da A24 e in uscita il 16 ottobre negli Stati Uniti, senza una data italiana ancora annunciata. Protagonista è Elizabeth Holmes, la fondatrice di Theranos, condannata per aver ingannato gli investitori sulle capacità dei sistemi di analisi del sangue sviluppati dalla sua azienda.

La premessa è particolarmente interessante. Trentquattro giorni prima di entrare in carcere, Holmes invita una troupe cinematografica a seguirla nella vita quotidiana. Il progetto, inizialmente concepito come un ritratto intimo della fondatrice caduta in disgrazia, si trasforma, secondo la presentazione ufficiale di A24, in un lavoro durato tre anni, nel quale il rapporto fra protagonista e documentaristi diventa sempre più complesso.

La scelta di Nathan Fielder è significativa. Il regista è conosciuto per programmi che mettono in discussione il confine tra realtà e rappresentazione, mostrando come le persone modifichino il proprio comportamento quando sanno di essere osservate. Un tema che si presta particolarmente bene alla storia di Holmes, la cui carriera imprenditoriale è stata costruita anche attraverso una straordinaria capacità di convincere investitori, giornalisti e personalità pubbliche.

Theranos prometteva di rivoluzionare la diagnostica medica attraverso analisi effettuate con quantità minime di sangue. La promessa contribuì a trasformare Holmes in un simbolo dell’imprenditoria innovativa americana, prima che le indagini giornalistiche e giudiziarie facessero emergere l’inattendibilità delle prestazioni dichiarate dall’azienda.

Con questo documentario, Hollywood torna quindi su una delle figure che hanno segnato la crisi del mito della Silicon Valley. La questione riguarda il rapporto fra narrazione imprenditoriale, credibilità personale e verifica dei fatti: quanto può essere potente una storia di innovazione, anche quando le tecnologie che dovrebbe descrivere non mantengono le promesse?

Cupertino: la serie in cui due avvocati sfidano le Big Tech e gli abusi dell’AI

La nuova serie televisiva Cupertino, trasmessa dalla CBS dall’8 ottobre e disponibile negli Stati Uniti su Paramount+, racconta lo stesso mondo da una prospettiva ancora diversa. Non è ancora stata annunciata una data di debutto italiana. Creata da Robert e Michelle King, già autori di The Good Wife e The Good Fight, mette al centro due avvocati che decidono di difendere le persone danneggiate dalle aziende tecnologiche.

Michael Price, interpretato da Mike Colter, e Olivia Siffre, interpretata da Rachel Keller, lavorano per una startup chiamata S-Talk. Entrambi vengono licenziati e si ritrovano a dover affrontare un’azienda che dispone di risorse economiche e legali molto superiori alle loro. Michael ritiene di essere stato estromesso per impedirgli di incassare il valore delle proprie stock option. Olivia scopre invece qualcosa di ancora più inquietante.

L’azienda ha sviluppato Daisy, un chatbot basato sull’AI che riproduce la sua voce e alcuni aspetti della sua personalità, utilizzando anche registrazioni personali che Olivia aveva realizzato durante il lavoro. Il sistema può intrattenere conversazioni intime, comprese interazioni a contenuto sessuale, attraverso una modalità specifica.

Olivia si ritrova così davanti a una versione digitale di sé stessa realizzata e commercializzata senza il suo consenso. La serie affronta un problema molto concreto dell’intelligenza artificiale generativa: fino a che punto un’impresa può utilizzare voce, immagine, dati personali e comportamenti di una persona per costruire un prodotto?

Il primo episodio mette in scena anche la difficoltà di far valere questi diritti. S-Talk reagisce alle iniziative legali con una controcausa milionaria. Michael e Olivia devono dimostrare che il chatbot non si limita a utilizzare una voce simile a quella della donna, ma ne riproduce elementi personali e intimi. Una parte del confronto in tribunale riguarda proprio le registrazioni del suo diario e il modo in cui Daisy ne ha incorporato alcuni contenuti.

Dopo questa battaglia i due decidono di fondare uno studio legale per rappresentare altri cittadini e lavoratori contro gli abusi dei potenti della Silicon Valley. La serie, che mescola dramma giudiziario e commedia, immagina così una nuova categoria di cause: quelle generate dalle conseguenze sociali ed economiche delle tecnologie digitali.

È probabilmente il prodotto che esprime nel modo più diretto il passaggio dalla Silicon Valley come promessa di emancipazione alla Silicon Valley come potere da cui difendersi. Le storie di Zuckerberg, Musk e Altman sono raccontate attraverso i protagonisti dell’industria tecnologica; Cupertino si concentra invece sulle persone che rischiano di subire le conseguenze delle loro decisioni.

Queste produzioni raccontano vicende differenti e naturalmente risentono delle scelte narrative dei loro autori. La loro concentrazione nello stesso periodo, però, è significativa. Il cinema americano, che per decenni ha contribuito a costruire il mito dei fondatori tecnologici come visionari capaci di cambiare il mondo, sta dedicando sempre più spazio ai danni, agli abusi e alle responsabilità associate al loro potere. Un cambiamento culturale che trova riscontro anche nella crescente diffidenza degli americani verso l’intelligenza artificiale e le grandi aziende digitali.

L’entusiasmo per l’AI arretra: che cosa dicono i sondaggi

Il cambiamento nell’immaginario incontra un atteggiamento misurabile. In una rilevazione del Pew Research Center condotta dal 22 al 28 giugno 2026 su 3.488 adulti americani, il 52% si dichiara più preoccupato che entusiasta per il crescente impiego dell’AI nella vita quotidiana. Era il 37% nel 2021. La quota di chi prova soprattutto entusiasmo è scesa dal 18% al 9%.

La cronologia conta: la preoccupazione era già salita al 52% nel 2023 e da allora oscilla intorno alla metà degli intervistati. Non è dunque un tracollo improvviso nel 2026. Fra i 18 e i 29 anni, però, la crescita è proseguita: i più preoccupati sono passati dal 31% del 2021 al 55% del 2026, superando per la prima volta la metà della fascia d’età.

0%15%30%45%60%20212022202320242025202637%52%31%55%Tutti gli adulti18-29 anni
Quota di persone più preoccupate che entusiaste per l’AI (%). Fonte: Pew Research Center, indagine annuale 2021-2026; ultima rilevazione 22-28 giugno 2026 (3.488 adulti).

Una seconda domanda misura un aspetto differente. Nel sondaggio AP-NORC pubblicato l’8 ottobre, realizzato tra il 24 e il 28 settembre su 2.140 adulti statunitensi, il 64% dice che l’AI viene sviluppata troppo in fretta; il 27% considera adeguato il ritmo e l’8% lo giudica troppo lento. Lo pensa il 76% degli elettori democratici e il 54% di quelli repubblicani. Circa otto intervistati su dieci attribuiscono grande importanza al mantenimento del controllo umano e alla tutela dei lavoratori.

Troppo rapidamente64%
Al ritmo giusto27%
Troppo lentamente8%
Scala da 0 a 100%. Fonte: AP-NORC, 24-28 settembre 2026, 2.140 adulti USA. Le percentuali sono arrotondate e non sommano esattamente a 100.

Questi risultati non significano che gli americani abbiano smesso di utilizzare i sistemi di AI. In un’altra indagine Pew del febbraio 2026, condotta su 5.119 adulti, il 49% dichiara di aver usato almeno un chatbot. L’uso quotidiano e la diffidenza possono convivere: si può trovare utile uno strumento e non fidarsi di chi ne governa lo sviluppo o delle conseguenze che produrrà.

Lavoro, democrazia e responsabilità: perché si incrina la fiducia

La prima paura ha un oggetto molto concreto: perdere il lavoro o vederne peggiorare le condizioni. Sempre secondo il Pew, il 71% degli adulti americani si aspetta che l’AI riduca il numero di posti di lavoro negli Stati Uniti nei prossimi vent’anni, contro il 64% del 2024. Fra i giovani di 18-29 anni la quota sale dal 61% al 73%. Si tratta di aspettative, non di una previsione degli economisti: contano perché spiegano quale futuro molti cittadini immaginano mentre le imprese promuovono l’automazione.

202464%
202671%
Scala da 0 a 100%. Fonte: Pew Research Center, confronto di risposte sulla diminuzione dei posti di lavoro nei prossimi 20 anni, 2024 e 2026.

Il secondo motivo viene dall’esperienza con i social network. Secondo una ricerca internazionale del Pew pubblicata il 1° ottobre, il 64% degli statunitensi ritiene che i social media abbiano danneggiato la democrazia. È una quota stabile negli Stati Uniti rispetto alla precedente rilevazione, ma il giudizio è peggiorato in numerosi altri Paesi. Per il pubblico, i danni delle piattaforme non sono più un rischio teorico: le discussioni su informazione, algoritmi e polarizzazione riguardano prodotti usati da anni. Il film su Zuckerberg si inserisce in questa memoria collettiva.

C’è poi un problema di responsabilità: chi controlla l’AI quando qualcosa va storto? Nella citata indagine Pew di febbraio, il 59% degli intervistati dice di avere poca o nessuna fiducia nelle aziende statunitensi perché sviluppino e utilizzino l’AI in modo responsabile. Il 67% esprime la stessa sfiducia verso la capacità del governo federale di regolarla efficacemente, contro il 62% nel 2024. AP-NORC rileva inoltre che il 39% non si fida né dei democratici né dei repubblicani nella gestione dell’AI. Il vuoto di fiducia riguarda imprese e istituzioni insieme, e rende comprensibile una fiction in cui a intervenire sono avvocati e denuncianti.

Anche il costo materiale dell’innovazione entra nel conflitto. Nell’analisi Key Questions on Energy and AI dell’aprile 2026, l’Agenzia internazionale dell’energia stima che i consumi elettrici dei data center siano cresciuti del 17% nel 2025 e prevede un ulteriore forte aumento entro il 2030. La realizzazione di grandi infrastrutture crea tensioni sulla disponibilità di energia e sulle reti elettriche. La promessa di progresso ha costi e benefici distribuiti in modo diseguale: il vantaggio privato di chi investe può non coincidere con quello della comunità che ospita i server.

Il fondatore diventa il volto di un potere difficile da controllare

Hollywood conosce da sempre il magnate spietato e lo scienziato che supera i limiti della propria invenzione. Il fondatore tecnologico riunisce entrambi i personaggi: possiede risorse enormi, promette di cambiare l’umanità e decide su infrastrutture da cui dipendono altri soggetti. È un antagonista che permette di dare un volto a problemi altrimenti astratti, come le regole di una piattaforma, la proprietà dei dati o la velocità della corsa all’AI.

Nel 2010 The Social Network non celebrava certo uno Zuckerberg senza difetti: raccontava già ambizione, conflitti e tradimenti. La differenza è il bersaglio principale. La storia di allora ruotava intorno a come si conquista il successo; The Social Reckoning mette in discussione che cosa accade quando quel successo diventa un potere esercitato sulla società. Anche Cupertino sviluppa questa seconda domanda, trasferendola dalle stanze dei fondatori alle controversie di chi ne subisce le decisioni.

Il punto interessante è che la critica alle Big Tech è ormai abbastanza riconoscibile da sostenere un’offerta culturale di massa, fra thriller, documentari e serie generaliste.

Il paradosso di Hollywood: attacca un’industria da cui dipende

Le imprese tecnologiche però finanziano produzioni audiovisive, possiedono servizi di streaming e stanno portando l’AI dentro le lavorazioni creative. Il rapporto è quindi più ambiguo di uno scontro fra artisti e miliardari. Come ha osservato The Guardian, Hollywood è legata economicamente alle stesse aziende che ora ritrae come antagoniste.

Il percorso di Artificial rende visibile la contraddizione. Amazon MGM ha rinunciato a distribuire il film, poi acquisito da Neon, mentre Amazon ha stretto un’importante partnership con OpenAI. Amazon ha spiegato che l’opera sarebbe stata servita meglio da un altro distributore: non è provato che il rapporto commerciale abbia causato la rinuncia. Resta un esempio delle tensioni che possono nascere quando un’industria vuole raccontare criticamente i suoi partner e concorrenti.

Che cosa cambia per il dibattito europeo sull’AI

I sondaggi citati descrivono soprattutto gli Stati Uniti, e il cinema non può essere trattato come un referendum mondiale sulla tecnologia. Mostrano però una domanda politica che conta anche in Europa: chi può contestare le decisioni delle imprese che controllano modelli, piattaforme e infrastrutture? Per gli utenti significa avere informazioni e rimedi; per i lavoratori capire come verrà usata l’automazione; per le imprese poter scegliere fornitori con responsabilità verificabili.

Il quadro europeo sull’intelligenza artificiale affronta una parte di queste questioni con obblighi differenziati secondo il rischio, trasparenza e supervisione umana. Le regole, da sole, non garantiscono fiducia: devono rendere possibili controlli effettivi sulle scelte tecniche e sugli effetti reali. Il nuovo immaginario hollywoodiano segnala proprio questa domanda di responsabilità.

La Silicon Valley continua a vendere il futuro; sempre più spettatori vogliono sapere chi ne risponderà.

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