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Direttore responsabile Alessandro Longo

Diritti

Quintarelli: “Ecco perché la Carta dei diritti in Internet è importante: un impegno del Governo”

11 Nov 2015

11 novembre 2015

La Carta dei diritti in Internet è un passo per contribuire alla consapevolezza digitale delle istituzioni, una riflessione che parte dall’Italia e si allarga ad altri Paesi. E che il governo deve trasformare in atti, per una migliore attività legislativa del Parlamento, tenendo conto delle sfide che si aprono, con il digitale, per la tutela dei nostri diritti di cittadinanza e contro il rischio di discriminazioni di massa

Un bambino che va in seconda elementare oggi è nato nel 2008. Nel 2008 il Presidente Napolitano era Presidente della Repubblica. Nel 2008 è nato l’iPhone 3G, che consentiva il collegamento permanente a Internet, ed è nato Android di Google, un sistema operativo che oggi vede 1,5 miliardi di utenti attivi al giorno. 

Questo accadeva nel 2008, pochi anni or sono. Un altro dato sul quale su cui riflettere è che gli alberghi italiani hanno ricavi annuali per circa 19 miliardi. Una società come booking.com, che online svolge l’intermediazione e la prenotazione degli alberghi, ha ricavi per 33 miliardi annui. 

In Italia abbiamo 29 milioni di persone, che sono circa la metà della popolazione, che sono utenti abituali di Internet. Di questi 29 milioni, 13 milioni di persone fanno abitualmente shopping e acquisti online. In una recente indagine fatta da ContactLab, il 60 per cento degli internauti italiani (circa 17,5 milioni di persone) dichiarano di essere permanentemente collegati ad Internet e di essere costantemente online. 

In sette anni, dal 2008, Internet è diventata l’interfaccia utente del mondo che siamo abituati a conoscere.

Con questa interfaccia utente, generiamo tantissime informazioni, informazioni su di noi, sui nostri comportamenti e sulle nostre relazioni, che possono essere acquisite per fini leciti o illeciti, in modi corretti o anche in modi discutibili. 

Di fatto quello a cui abbiamo assistito in un tempo così breve, dal 2008 ad oggi, è che la tecnologia, che è cresciuta e si è evoluta in modo esponenziale, ha abilitato una nuova dimensione dell’esistenza di ciascuno di noi, una dimensione immateriale, che non è alternativa alla dimensione materiale in cui siamo abituati a vivere: è una dimensione nella quale abbiamo relazioni sociali ed economiche. 

Se parlo con qualcuno, se entro in un negozio, l’aria non discrimina la mia azione: è neutrale.  Sono diecimila anni, da quando l’uomo è diventato stanziale, che siamo abituati a questa realtà, in cui l’aria, il mondo non è discriminante: è un intermediario che non discrimina. 

Quando ci spostiamo nella dimensione immateriale, che – come ricordavo prima – è per molti di noi una dimensione costante e forse la dimensione principale dove si svolgono attività sociali ed economiche, siamo su un piano dove, invece, è possibile attuare molte discriminazioni. 

La discriminazione  può avvenire dai fornitori dei dispositivi,  dai fornitori della rete, dai fornitori dei sistemi  operativi, dai fornitori delle applicazioni: ognuno  di questi occupa uno strato nella intermediazione  tra chi parla e chi viene ascoltato, tra chi vuole  comprare e chi vuole vendere.  

La discriminazione non è paragonabile a ciò che avveniva con le televisioni, per cui c’erano Raiuno, Raidue, Raitre, una certa testata piuttosto che un’altra. 
È una discriminazione che può essere di massa, quindi su tutte le persone, ma in modo individuale, personalizzando la discriminazione sulla base dei dati personali raccolti da tutte le interazioni che dicevo prima. 

Quindi, si tratta di una discriminazione di massa su dati personali. 

È un problema di oggi, che riguarda l’oggi ma anche il futuro, perché non è detto che la discriminazione attuale resti tale; può essere una discriminazione futura, può essere una discriminazione che colpirà i miei figli per qualcosa che ho fatto io. 

È un potenziale problema, enorme, di carattere sociale ed economico, ma anche politico.  Il rapporto con i media era centrale: abbiamo pensato alla par condicio, abbiamo stabilito delle regole, perché orientare fasce di popolazione è un problema di natura politica. 

Quando, però, le fasce di popolazione sono singoli individui sulla base di propri dati personali, il problema assume una dimensione rilevante. 

Un social network ha condotto un esperimento. Le informazioni contenute nei social network non sono tutte le informazioni che ci  riguardano o che riguardano le persone  che stiamo seguendo: sono informazioni che vengono scelte da un algoritmo, al di fuori del nostro controllo. 

È stato fatto un esperimento per cui ad alcune persone venivano mostrati messaggi di un certo tenore, ad altri gruppi di persone altri messaggi di altro tenore, come delle cavie, poi veniva valutata la reazione delle persone esposte a queste notizie e a questi commenti e come l’esposizione a notizie scelte dall’alto orientava le loro reazioni. 

Uno studio sostiene che è sufficiente influenzare un ridotto numero di persone, in selezionati collegi, per determinare esiti elettorali diversi. 

Visto che oggi il principale strumento di intermediazione dell’informazione è Internet, capiamo che questo diventa un problema di natura politica e potenzialmente anche democratica.  È un tema che non è rinviabile e che sicuramente coinvolge aspetti di natura tecnica. 

Il mio auspicio è che si possa istituire una commissione parlamentare permanente, che sia esperta, dedicata all’argomento, che abbia dei funzionari specializzati, in modo tale da avere una memoria storica competente, e anche delle opportune relazioni con organismi analoghi di altri Paesi. 

La Francia e la Germania si stanno muovendo molto celermente. Agire per l’innovazione è il piano congiunto, che è stato presentato la settimana scorsa, dalla Cancelliera Merkel e dal Presidente Hollande, un piano per « accompagnare la transizione digitale dell’economia europea. 

Non si tratta solo dell’economia, ma di tutta la società. 

Questo è lo scenario in cui si inserisce la Carta dei diritti in Internet, che è un passo per cercare di contribuire alla consapevolezza digitale delle istituzioni, una riflessione che parte dall’Italia e che dall’Italia stiamo cercando di allargare ad altri Paesi. 

Tocca temi importanti, che sono stati approfonditi e valutati con i rappresentanti di tutti i gruppi e con esperti: una commissione di studio mista, parlamentari ed esperti, che è stata guidata dal professor Rodotà e voluta dalla Presidente Boldrini. Tocca temi rilevantissimi: diritto all’accesso, diritto alla conoscenza, alla neutralità della rete (una rete non discriminante), alla tutela dei dati, all’autodeterminazione, all’inviolabilità dei propri dati, alla sicurezza, all’oblio, alla governance della rete. 

Per questo è stato importante impegnare il Governo a trasformare in atti le previsioni prodotte da questa commissione di studio, in modo tale da aiutare a guidare, in questa trasformazione digitale, una migliore attività legislativa da parte del Parlamento.

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