Cyber-welfare state

Reddito universale di base “pagato” dalle big tech: marketing o realtà? Le iniziative

I guru della Silicon Valley fautori di un inedito “CyberStato Sociale”, sembrerebbero pronti a ridistribuire parte dei loro ricavi per combattere la povertà. Un inedito approccio etico-imprenditoriale che riflette le potenzialità sociali delle tecnologie o solo un’operazione di marketing?

25 Mag 2021
Angelo Alù

PhD, Consigliere Internet Society Italia, saggista e divulgatore digitale

reddito universale di base

L’impatto delle tecnologie potrebbe avere significative ricadute sulle tradizionali politiche di welfare state. Si potrebbero infatti creare le condizioni generali per l’erogazione di un reddito universale di base in grado di generare, come sussidio incondizionato pagato a tutti i cittadini, indipendentemente dal fatto che lavorino o meno, una redistribuzione equitativa della ricchezza collettiva spettante pro-parte a ciascun individuo in quanto tale.

Questo a fronte della possibile contrazione della forza lavoro provocata dalla cosiddetta “automazione dei processi robotici” ulteriormente aggravata dalle prospettive di recessione economica configurabili nell’immediato futuro.

Poiché, con lo sviluppo sempre più pervasivo dell’Intelligenza Artificiale, la maggior parte dei lavori rischia infatti di essere profondamente erosa, con il rischio di provocare la perdita di 800 milioni di posti di lavoro entro il 2030, l’idea di un reddito universale di base riconosciuto su base individuale potrebbe rappresentare un’interessante risposta socio-economica al cambiamento tecnologico per evitare, come possibile scenario pessimistico, il progressivo incremento della disoccupazione a svantaggio di una consistente percentuale della popolazione, da cui deriverebbero a cascata preoccupanti fenomeni di diseguaglianza sociale.

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Il CyberStato sociale parte dalla Silicon Valley

Contrariamente allo scetticismo di chi ritiene che l’erogazione di un sussidio gratuito senza vincoli lavorativi potrebbe disincentivare la ricerca attiva di opportunità occupazionali, tra i principali fautori di un inedito “CyberStato Sociale” vi sono invece gli imprenditori “visionari” della Silicon Valley.

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I guru dell’hi-tech sembrano pronti ad assumere, in perfetta linea con la massiccia crescita dei propri ricavi prodotti soprattutto negli ultimi mesi in regime di strapotere tecnologico, un ruolo primario anche nel settore delle politiche sociali, persino al punto di sostituirsi – ancora una volta – agli apparati statali per colmare le carenze strutturali del mercato del lavoro. L’intento è quesllo “tecnocapitalistico” di stimolare l’economia, rendendo le persone più creative e intraprendenti dal punto di vista imprenditoriale, sul presupposto che l’evoluzione tecnologica è in grado di generare un’abbondanza di risorse da giustificare, anche in termini di efficiente sostenibilità dei relativi costi, l’erogazione di un reddito universale di base come necessario strumento di bilanciamento degli interessi in gioco, conseguente alla perdita dei posti di lavoro e alla connessa esigenza di provvedere ai bisogni essenziali della propria vita.

Il reddito universale di base un “vaccino sociale”

Lo stato cronico di crisi generale riscontrabile a causa della prolungata situazione di pandemia, di fronte al rischio sempre più concreto di una grave recessione economica, pone senza dubbio ancor di più al centro del dibattito politico pubblico il tema del reddito universale di base, addirittura presentato come “vaccino sociale del 21˚ secolo” in grado di eliminare la povertà grazie all’uso efficiente di ingenti risorse economiche oggi sprecate secondo modalità improduttive di sperequazione sociale.

Rispetto alla tradizionale visione capitalistica sembra quindi trovare terreno fertile un inedito approccio etico-imprenditoriale strettamente connesso allo sviluppo pervasivo delle tecnologie digitali e più sensibile alle esigenze di inclusione sociale, che trova un’esplicita enunciazione valoriale nel Manifesto “Moore’s Law for Everything”, in cui, prendendo atto della profonda trasformazione socio-economica generata dall’innovazione tecnologica ad un ritmo evolutivo senza precedente, si delinea una possibile soluzione redistributiva della ricchezza collettiva.

Tassare le imprese innovative e redistribuire la ricchezza

In particolare, anche a causa di una reiterata statica inerzia della politica pubblica, per evitare il progressivo peggioramento delle condizioni sociali delle persone, viene prefigurato un sistema di tassazione pari al 2,5% gravante sul capitale delle imprese innovative che operano nel settore tecnologico come concreta opportunità per finanziare le risorse da destinare all’erogazione generale del reddito universale di base spettante a ciascun individuo, proprio al fine di distribuire equamente parte della ricchezza complessiva, con l’intento di rendere la società del futuro meno divisiva e iniqua, consentendo a tutti gli individui di partecipare alla suddivisione dei guadagni attualmente concentrati in una percentuale troppo ristretta di attori economici.

Secondo le osservazioni teorizzate nel citato Manifesto, poiché la rivoluzione tecnologica sarà “inarrestabile” al punto da trasformare il mondo rapidamente, si rende necessario “un altrettanto drastico cambiamento della politica per distribuire la ricchezza secondo i nuovi principi di un inedito “cybercapitalismo” accessibile a tutti, come paradigma equo e sostenibile di un sistema economico stabile e inclusivo, ove “tutti hanno una ragionevole opportunità di ottenere le risorse di cui hanno bisogno per vivere la vita che desiderano”, a maggior ragione avendo a disposizione più tempo da dedicare liberamente alla propria cura grazie al progressivo processo di automazione delle occupazione determinato dai sistemi di Intelligenza Artificiale.

Le iniziative già in essere

In questo senso, si sta determinando la proliferazione di un crescente numero di iniziative di protezione sociale promosse per ridurre la povertà e contenere i conflitti sociali alimentati dalle sperequazioni economiche esistenti che hanno colpito in modo sproporzionato individui già vulnerabili.

Ad esempio, l’iniziativa filantropica Start Small LLC come particolare progetto di “Universal Basic Income” (UBI) si pone l’obiettivo di donare 1 miliardo di dollari prevalentemente destinati alla salute e all’istruzione femminile per risolvere una parte dei problemi sociali aggravati dalle condizioni emergenziali della pandemia.

Particolarmente interessante è il progetto sperimentale pilota realizzato dall’acceleratore Y Combinator che prevede l’erogazione periodica di sussidi gratuiti sino al 2020 con l’obiettivo di monitorare la motivazione delle persone che ricevono denaro senza lavorare per verificare in che modo una serie di indicatori che incidono sulla qualità complessiva della vita (come la felicità, il benessere e la salute finanziaria degli individui) possano essere influenzate dal reddito di base, che garantirebbe un livello minimo di sostegno finanziario incondizionato.

Conclusioni

Le élite della Silicon Valley, superando la loro tipica connotazione capitalistica legata alla massimizzazione del profitto economico, sembrano adesso esprimere una nuova “mission” sociale che si avvicina sempre di più a un modello di “comunismo di lusso completamente automatizzato”, emblema di una nuova forma di capitalismo “dal volto umano”, favorevole a sostenere il reddito universale di base come programma sociale realizzato in una nuova era di futuro post-lavoro.

Siamo di fronte a un’originale operazione di marketing che, per mere finalità pubblicitarie, mira a esaltare l’ideologia imprenditoriale californiana soltanto in un’ottica di reputazione e di immagine o è possibile intravedere qualcosa di più profondo che riflette le potenzialità sociali delle tecnologie digitali nella fruizione generalizzati di benefici accessibili a tutti?

Sembra già ora possibile immaginare un futuro imminente di profondi cambiamenti epocali dalle rilevanti implicazioni politiche destinati a trasformare la società nel suo complesso.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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