CRIMINI RELAZIONALI

Relazioni pericolose nell’era digitale: quale consapevolezza è necessaria

La rete rappresenta un contesto sempre più aperto e flessibile, in continua evoluzione, dove le possibilità di farsi notare, ma anche di agire nell’anonimato, sono molteplici. Dobbiamo quindi abituarci all’idea che il contesto digitale, esporrà tutti a nuove insidie da gestire. Ecco quali sono e come prevenirle

24 Apr 2020
Isabella Corradini

Psicologa sociale, Direttore Scientifico Centro Ricerche Themis e co-fondatore del Link&Think Research Lab


Sembra ormai lontano il periodo in cui venivano esaltate le innumerevoli meraviglie offerte dal contesto digitale, in primis la possibilità di allargare senza limiti di tempo e di spazio le relazioni sociali. Se da un lato alcune considerazioni sono ancora valide, dall’altro ci troviamo sempre più a fare i conti con gli aspetti oscuri e inquietanti della rete.

I temi del cyberbullismo e del cyberstalking, sempre all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni, ne sono un esempio lampante. Dal momento che si caratterizzano per una modalità di relazione patologica e criminosa, tali fenomeni possono essere indicati come “crimini relazionali”. Dal punto di vista penalistico l’uso del termine “crimine” potrebbe risultare inappropriato, visto che ad esempio il cyberbullismo non trova una collocazione specifica nel nostro codice penale; tuttavia, il suo impiego è utile a far comprendere la natura e l’entità delle conseguenze, spesso devastanti, per le vittime. Inoltre, possono anche configurarsi altre fattispecie criminose con richiesta di risarcimento del danno.

La rete e i crimini relazionali

Le caratteristiche dell’ambiente digitale, e come le persone vi interagiscono, favoriscono l’attivazione di certi comportamenti. La rete, infatti, rappresenta un contesto sempre più aperto e flessibile, in continua evoluzione, dove le possibilità di farsi notare – ma anche di agire nell’anonimato – sono molteplici. Con la complicità di schermi e strumenti digitali, bulli e persecutori (stalker) compiono azioni pensando di rimanere impuniti e tendono comunque a percepire le proprie condotte poco gravi per effetto della mediazione operata dalle tecnologie. Le azioni non sono però virtuali, come dimostrano le conseguenze reali sul piano fisico e psicologico di chi le subisce.

Se certi fenomeni ormai dilagano, quindi, non è perché le tecnologie sono diventate più “cattive” rispetto al passato. Esse sono ormai parte integrante della vita delle persone, al punto che si pensa che il loro uso rende tutto possibile e che, tutto sommato, i rischi che si corrono non sono poi così gravi. Non è un caso che, nonostante le campagne di sensibilizzazione su questi temi, le persone continuino a prestare poca attenzione ai propri comportamenti in rete, condividendo dati, informazioni ed immagini, senza preoccuparsi del fatto che ciò che si posta e si condivide può essere strumentalizzato ed usato anche con finalità denigratorie.

In questo ambito si pone la questione dell’utilizzo improprio di immagini e video intimi, quello che comunemente viene indicato con il nome di revenge porn, la cui fattispecie di reato (art. 612-ter codice penale) si riferisce ad azioni quali l’invio, la consegna, la cessione, la pubblicazione o la diffusione di immagini e video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati.

In particolare, sarebbe il desiderio di vendetta a determinare le azioni di cui sopra. Da questo punto di vista, si intuisce il collegamento con il cyberstalking ed il cyberbullismo. Nel quadro definitorio del cyberstalking, vanno comprese tutte quelle condotte manipolatorie messe in atto principalmente da partner rifiutati (ma non solo), associate a forme di controllo volte a destabilizzare psicologicamente la vittima. Nel rifiutare la fine della relazione, il persecutore ricorre sempre più ad un modus operandi che combina azioni fisiche (appostamenti e pedinamenti) con attività realizzate attraverso piattaforme digitali. Tra queste si annovera anche la diffusione di immagini e video sessualmente espliciti, con l’obiettivo di colpire la vittima ed appagare, almeno momentaneamente, il proprio desiderio di vendetta. Mettendo in cattive luce la vittima, infatti, lo stalker rafforza il suo potere di dominanza nella relazione asimmetrica che tipicamente si instaura tra chi agisce e chi subisce le azioni persecutorie.

Anche nei casi di cyberbullismo, l’utilizzo di immagini e video intimi può contribuire a rafforzare la strategia del bullo, soprattutto in considerazione del valore che la sessualità riveste per soggetti adolescenti, nella fase di maturazione psico-fisica. Il cyberbullismo può dunque manifestarsi anche con un chiaro sfondo sessuale. C’è inoltre da osservare che sempre più condotte agite sul piano fisico trovano una naturale condivisione in rete, anche quando si tratta di questioni intime.

Secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza (2018, in collaborazione con Skuola.net) emerge la tendenza tra i giovanissimi a scambiarsi via chat materiale intimo e messaggi sessualmente espliciti (sexting).

A prescindere dalla vendetta, va poi considerata la possibilità che la diffusione di materiale intimo sia guidato da atteggiamenti più o meno disinvolti legati ad una scarsa consapevolezza delle possibili conseguenze. Tuttavia, che si tratti di bullismo o stalking digitale, o di revenge porn, che ci sia intenzionalità o meno, è però evidente che gli effetti possono essere devastanti per chi viene esposto attraverso la rete ad una vera e propria gogna mediatica. Sentimenti di paura e di apprensione, cambiamento di abitudini e comportamenti, perdita di autostima e una generale sfiducia verso gli altri, sono solo alcune delle conseguenze, nel migliore dei casi. In altri, purtroppo, si assiste ad un’escalation che può portare al suicidio della vittima, come dimostrato da molti casi di cronaca, che hanno riguardato sia minori che adulti. La diffusione di immagini intime che diventano virali in poco tempo e condivise da migliaia di utenti provocano una pressione tale da mettere a dura prova le capacità di gestione della situazione da parte della vittima, qualunque sia la fiducia che ripone in se stessa.

Cosa fare in termini di prevenzione

Innanzitutto dobbiamo abituarci all’idea che il contesto digitale, se da un lato sarà sempre più stimolante, dall’altro esporrà tutti a nuove insidie da gestire. Questo non significa che la cosa migliore da fare sia fuggire dalla rete e dalle tecnologie digitali. Dal momento che ad essere centrali sono però i comportamenti umani, il problema va affrontato soprattutto dal punto di vista educativo-formativo. L’elemento chiave è che tutti, dai più giovani agli adulti, devono acquisire consapevolezza del fatto che è impossibile avere il pieno controllo di ciò che viene postato, pubblicato o inviato via chat o WhatsApp, così come dell’uso che gli altri faranno di ciò che ricevono.

Mantenere i segreti non è certamente una caratteristica della rete: anzi, a fare “la Rete” è proprio la condivisione. Il punto è cosa si può condividere e cosa è meglio tenere per sé. La fiducia negli strumenti digitali e, ancora di più, nel comportamento degli altri, ha dei limiti, considerato che, anche se solo inconsapevolmente, per gioco o perfino per errore del sistema, un semplice click può stravolgere la vita di qualcuno. Inoltre, per quanto poi si tenti di intervenire con applicazioni e servizi ad hoc per arginare questi fenomeni, resta il fatto che solo le persone possono fare la vera differenza. Lavorare sulla presa di consapevolezza è, quindi, la migliore strada da seguire.

L’azione formativa deve partire dalle scuole, con l’obiettivo di preparare persone sempre più informate e capaci di muoversi nel mondo digitale, nonché di agire in sicurezza in un mondo ormai sempre più caratterizzato dalla presenza di tecnologie digitali. In questa direzione operano alcuni progetti, tra i quali Programma il Futuro (iniziativa MIUR-CINI) che, partendo dall’obiettivo di diffondere la cultura dell’informatica nelle scuole, ha implementato un’area specifica sulla “cittadinanza digitale consapevole” al fine di indurre alunni e studenti a sviluppare un pensiero critico rispetto alla rete e ai media. Tra le iniziative del progetto, vale la pena citare la realizzazione di alcune guide ad hoc per gli insegnanti e utilizzabili a diversi livelli scolastici nelle quali sono affrontati diversi temi, quali ad esempio: come riconoscere le azioni di cyberbullismo, come navigare e comunicare in rete in modo sicuro, cosa si intende per “dato” e come proteggere i propri dati personali. Le guide includono anche delle schede utili per i genitori che, insieme ai ragazzi, acquisiscono strumenti utili per la gestione dei rischi in rete.

Le azioni formative sono essenziali ma, per una maggiore efficacia, il buon esempio deve partire prima di tutto dagli adulti.

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