la riflessione

Rete e Stati Uniti, due colossali deficit di democrazia: come salvarci

Le elezioni americane hanno messo in luce la crisi della democrazia Usa, che si lega a doppio filo all’ipocrisia della rete. Due modelli fatti di fake news, di paranoia, di irresponsabilità verso le future generazioni che continuano a inquinare il mondo. Come liberarci?

10 Nov 2020
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

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Joe Biden e Kamala Harris hanno vinto. Ma queste elezioni hanno messo in luce anche – o ancora di più – la grande crisi della democrazia americana, o meglio, l’ipocrisia del suo modello. Un modello cui pure guardiamo incessantemente con un misto di ammirazione feticistica, di voglia di imitazione a prescindere, ma soprattutto indotti a una autentica dipendenza valoriale e di immaginario collettivo – dipendiamo cioè dalla sua industria culturale, dal suo essere fabbrica di un grande e incessante spettacolo anche tecnologico che non è solo Hollywood e dintorni e non è solo la Silicon Valley e dintorni. Ma l’altra grande ipocrisia è quella di pensare ancora alla rete come a qualcosa di democratico in sé e per noi. Proviamo allora a leggere insieme la crisi profonda di questi due modelli, di queste due industrie culturali, di questi due immaginari collettivi – che però sono il nostro ambiente di vita, la nostra way of life.

La democrazia in America 2.0

“La democrazia in America” è il titolo di un famoso libro – un classico della filosofia politica – di Alexis de Tocqueville, pubblicato in due parti tra 1835 e 1840, al ritorno da un suo viaggio di studio (1831-32) negli Stati Uniti, dove esaminò da vicino e spesso criticamente le istituzioni politiche e le forme che stava assumendo la società americana, ancora poco note in Europa. Su tutto, Tocqueville invitava a cercare forme politiche (anche in Europa) capaci di conciliare la tendenza verso l’uguaglianza con un sistema politico capace di garantire ai cittadini il massimo possibile di libertà.

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Da allora sono trascorsi quasi due secoli: cosa è diventata l’America?

La democrazia americana non è più e da tempo (da sempre?) una democrazia, ma è la non-democrazia delle aristocrazie, del denaro, delle tecnocrazie e degli oligopoli; dove ad esempio la composizione della Corte Suprema può essere decisa politicamente dal Presidente (è il caso, ultimo, di Trump) violando ogni principio di stato di diritto basato sulla separazione e indipendenza dei poteri statuali e sul loro reciproco controllo e bilanciamento; dove la stessa Corte aveva deciso, nel 2014 – violando proprio il principio di uguaglianza (base di ogni democrazia) e legittimando quello di disuguaglianza – di far cadere i limiti ai contributi elettorali multipli, consegnando ancora di più l’America nelle mani di un ristretto gruppo di ricchi. In realtà, già il presidente Woodrow Wilson – 1913-1921 – diceva: “La crescita della nazione e tutte le nostre attività sono nelle mani di pochi uomini. Noi siamo giunti ad essere uno dei paesi peggio guidati, uno dei più completamente controllati e dominati del mondo civile – non più un governo della libera opinione, non più un governo della convinzione e del voto della maggioranza, ma un governo dell’opinione e del dispotismo di un piccolo gruppo di uomini in posizione dominante”. Per non parlare poi di un sistema elettorale perverso, tra grandi elettori e sistema di registrazione per votare. Elementi sufficienti, questi, per farci dire che gli Usa non sono una democrazia. E che quindi non dovrebbero essere più il modello virtuoso a cui guardare; e se Biden dice: “noi saremo il faro del pianeta”, questo faro oggi dovrebbe essere spento, cercando altri modelli che siano davvero virtuosi.

Riprendiamo allora a ragionare di democrazia e di tecnologia da dove eravamo rimasti. Ma fermiamoci ancora un momento sulle elezioni americane, un pessimo esempio dato al mondo intero e non solo per la presenza di un uomo come Trump con il suo terrorismo istituzionale. Dove hanno vinto Biden e Harris, ma dove Biden, a giugno, a una cena per ricchi finanziatori al Carlyle Hotel di Manhattan, aveva detto: “Se sarò eletto, fondamentalmente non cambierà niente”. E dove la distanza tra i due candidati – pur registrandosi una partecipazione al voto del 65% – è di appena quattro milioni di voti, su un totale di oltre 140 milioni di elettori. L’America, dunque, non ha votato per un plebiscito contro Trump, come qualcuno si aspettava, ma Trump e il trumpismo rappresentano ancora quasi la metà degli americani.

Di un’America dove trionfa (lo scriveva sempre Tocqueville) un individualismo auto-interessato, anti-sociale e anti-solidaristico e dove quindi impera la legge del più forte – sia essa esercitata dal potere militare, dal potere economico (anche mediato dal meccanismo del Washington Consensus) e dalla industria culturale e comportamentale americana (Einaudi ha da poco ristampato un libro preziosissimo e diventato introvabile: Victoria De Grazia, “L’impero irresistibile. La società dei consumi americana alla conquista del mondo” – da leggere).

Resta quindi irrisolto il problema di come sconfiggere il trumpismo, se appunto quasi la metà degli americani si riconosce in questo modello populista, narcisista, potenzialmente golpista, nichilista delle istituzioni e della democrazia e dell’ambiente, espressione dell’America razzista, suprematista e largamente maschilista, complottista, megalomane, me first e soprattutto – e conseguentemente – strutturalmente antidemocratica. Come far guarire quindi la malatissima America? E come impedire che il trumpismo – figlio diretto della estremizzazione del neoliberismo economico, ma anche della antropologia dell’uomo americano – continui a inquinare il mondo intero? Come rimuovere un modello fatto di fake news, di paranoia, di irresponsabilità verso le future generazioni? – e Trump è stato una autentica fabbrica a ciclo continuo di fake-news e di post-verità.

Dall’America alla rete/social: la non-democrazia

E allora passiamo dagli Usa alla rete (in realtà sono quasi la stessa cosa; hanno lo stesso Dna; e Zuckerberg e Bezos hanno una psicologia molto simile a quella di Trump). Lo facciamo riprendendo largamente un articolo di Justin Rosenstein, fondatore di One Project, l’iniziativa che promuove la democrazia nell’era di internet, nonché uno dei protagonisti del documentario “The Social Dilemma” – articolo uscito sullo spagnolo “El Pais” e ripreso da “Repubblica” lo scorso 4 novembre. Lo citeremo largamente, perché merita di essere letto e condiviso, per quanto dica cose che si sanno da tempo (e che scriviamo da tempo, anche su queste pagine), ma che troppo facilmente dimentichiamo.

Scrive Rosenstein: “Nel 2008 ho contribuito a creare il pulsante like di Facebook. Volevamo incorporare nel nostro social uno strumento che offrisse alle persone un vincolo più umano. Ora, più di dieci anni dopo, abbiamo prove schiaccianti del fatto che i social, privilegiando la dimensione mi piace rispetto alla verità dei contenuti, abbiano generato conseguenze impreviste e catastrofiche. Negli Stati Uniti abbiamo affrontato una giornata elettorale senza precedenti nella storia: si è trasformata in un referendum non solo sulla leadership politica, ma addirittura sulla legittimità della democrazia. Come siamo arrivati a questo punto? In gran parte perché i social hanno deteriorato i rapporti reali, hanno diminuito la capacità della gente di votare in elezioni giuste e libere e hanno debilitato la fiducia nella democrazia e le prospettive del suo futuro. (…) Abbiamo visto come i social abbiano destabilizzato elezioni in tutto il mondo. Abbiamo osservato come le nostre conversazioni si polarizzano. Abbiamo assistito all’aumento di casi di depressione e cyberbullismo, e a come tutto ciò stia cambiando la vita dei nostri figli”.

E quindi, si domanda: “Cos’è che non abbiamo visto? Un cambiamento strutturale. I social e i loro algoritmi che suggeriscono contenuti, sono disegnati in modo che si presti loro la massima attenzione. Quanto più catturano la nostra attenzione, tanto più ritorno in pubblicità ricevono, e quindi più soldi guadagnano. Purtroppo, gli scandali, le accuse e le menzogne più vergognose vendono più della verità e dei suoi differenti aspetti. Come ho detto altre volte, non è affatto una novità preferire il guadagno al bene comune. La gente abbatte gli alberi perché fruttano più soldi da morti che da vivi. La gente uccide le balene perché fruttano più soldi da morte che da vive. E i social ci accalappiano perché le persone fruttano più soldi se rimangono in contemplazione di uno schermo anziché uscire a godersi la vita nella sua pienezza”.

E ancora: “La disinformazione e la manipolazione esistevano da ben prima della nascita dei social, ma la loro struttura e gli algoritmi le favoriscono, ne ricavano vantaggio e consentono loro di diventare virali. Su Twitter le menzogne si diffondono sei volte più velocemente della verità. Nel 2016 Facebook ha riconosciuto che in un 64% dei casi il diffondersi dell’ideologia di gruppi estremisti era legato all’algoritmo dei suggerimenti formulati dal social. Uno studio del 2020 ha rilevato che la disinformazione è cresciuta del triplo rispetto alle ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti”.

E continua: “Biden ha inondato Facebook durante l’estate. Trump ha acquistato spazi per inizio novembre sull’home page di YouTube. Da giugno hanno speso 100 milioni di dollari in due, per farsi pubblicità su Instagram e Facebook. Tuttavia, gli algoritmi e gli incentivi dei social fanno in modo che a diventare virali non siano i contenuti elettorali legittimi. Ad avere la meglio sono le menzogne, la paura, le teorie cospirazioniste inventate e le minacce di violenza”.

I social, una minaccia per la democrazia

Che fare, dunque se il problema è nell’algoritmo, se il problema è l’algoritmo? Continua Rosenstein: “Nonostante le aziende che li gestiscono vogliano farcelo credere, la soluzione non sta nell’assumere più moderatori o nel mettere più impegno nello smascherare le fake news. Rimedi che non sono altro che cerotti. È il sistema a essersi spaccato. Per cambiare le cose bisogna trasformare la struttura di governo societario delle aziende; la soluzione, per salvare la nostra democrazia, è applicare loro principi democratici. Immaginiamo, per esempio, che Facebook debba rendere conto a un consiglio popolare anziché a un CdA. Il consiglio popolare, composto da azionisti di svariati settori, deciderebbe gli obiettivi globali dell’azienda, quali siano i criteri importanti e quando si debba avere un nuovo direttore esecutivo. Anziché definire i buoni risultati in funzione di criteri economici, il consiglio potrebbe chiedere di tenere in maggior conto parametri vòlti a rafforzare le istituzioni democratiche e la vita delle persone”. E quindi… “Può darsi che le aziende decidano di cambiare, ma non possiamo stare ad aspettare che lo facciano. È di vitale importanza che gli utenti dei social, i politici, i Governi e anche chi lavora nelle aziende stesse, facciano pressione a livello pubblico. E che questa forma di pressione inizi diventando consapevoli del danno che i social stanno causando alle nostre famiglie e alle nostre istituzioni”.

Democratizzare l’impresa privata. Una storia infinita e mai conclusa

Democratizzare le imprese (e anche i social, lo scriviamo da tempo, sono imprese private, capitalisticamente votate alla massimizzazione del profitto/plusvalore attraverso l’estrazione di pluslavoro da ciascuno di noi in termini di produzione di dati, oltre che di consumo, divertimento, produzione di beni), ma soprattutto occorre democratizzare – andando oltre Rosenstein – i processi di innovazione tecnologica, che non sempre sono “il nuovo che avanza e che non si deve fermare”, ma sono una minaccia per la libertà e per la democrazia. In verità di democratizzazione dell’impresa si parla da tempo, anzi da molti decenni – e richiamiamo qui, tra i moltissimi esempi possibili: Luciano Gallino in “Tecnologia e democrazia” (Einaudi), ma anche il suo “L’impresa irresponsabile” (Einaudi); Robert A. Dahl, ne “La democrazia economica” (il Mulino) – senza che si riesca mai a realizzarla. Mentre sul populismo digitale e sull’essenza antidemocratica della rete rimandiamo a Massimiliano Panarari, “Uno non vale uno” (Marsilio); Alessandro Dal Lago, “Populismo digitale” (Cortina); Marco Revelli, “Populismo 2.0” (Einaudi); Gruppo Ippolita, “La Rete è libera e democratica. Falso!” (Laterza) o al nostro “La grande alienazione” (Jaca Book).

Tecnologia “e” democrazia; oppure tecnologia “o” democrazia

In realtà il problema è a monte: è in quella razionalità solo strumentale/calcolante-industriale che ha prodotto (che è) l’essenza della tecnica come sistema tecnico e del capitalismo come sistema economico. Una razionalità che è divenuta la forma egemonica del mondo, ma che non solo è irrazionale in sé e per sé ma lo è contro la democrazia e la libertà e l’ambiente e le future generazioni, posto che – integrandosi con il neoliberalismo – istituzionalizza, cioè rende normale e legittima (cfr., Massimo De Carolis, “Il rovescio della libertà”, Quodlibet) – quello stato di natura dove trionfa la guerra di tutti contro tutti, oggi guerra economica e tecnologica. Una razionalità irrazionale e nichilista che la Scuola di Francoforte criticava già settant’anni fa, così come criticava il positivismo e il pragmatismo perché appunto umanisticamente irrazionali e a-valutativi, ma soprattutto perché ci portano verso una società amministrata-automatizzata dove tutto è automatizzato, non solo il governo dello stato e la regolazione dei semafori, ma oggi anche il pensiero, tra app e Iot e AI. Escludendo la consapevolezza umana e democratica sui processi in atto, ciascuno ingegnerizzato a delegare a tecnica e mercato la propria vita.

E questo ci porta – in conclusione – all’ultimo Automating Society Report 2020 di Algorithm Watch, di cui qui ha già scritto Diego Dimalta, ricordandoci che “in tutta Europa, Italia compresa, il rapido incremento nell’utilizzo di tecnologie di Intelligenza artificiale (IA) e di processi decisionali automatizzati (automated decision-making – ADM), raramente è stato accompagnato da un adeguato dibattito pubblico. Il soluzionismo tecnologico viene così, spesso, innalzato a valore incontestabile tanto che, chi si pone domande più approfondite viene quasi tacciato di complottismo”. In verità, noi diciamo che l’incremento dei processi decisionali automatizzati mai “è stato accompagnato da un adeguato dibattito pubblico” – perché la rete e l’innovazione tecnologica e le imprese non vogliono essere democratizzate (crollerebbe tutto il sistema capitalistico); mentre aggiungiamo che il soluzionismo (neologismo di Evgeny Morozov) è figlio diretto (è la stessa cosa, chiamata altrimenti) proprio del positivismo e del pragmatismo, cioè dell’industrialismo, cioè di quella razionalità strumentale/calcolante-industriale che è antidemocratica in sé e per sé (la razionalità calcolante è finalizzata all’efficienza e quindi all’accelerazione dei tempi ciclo che permettono di ridurre i tempi morti, cioè all’aumento della produttività e del pluslavoro, cioè all’aumento dei profitti; la democrazia è invece lenta e meditativa, cerca l’efficacia e l’utilità sociale) e che quindi è contro di noi e contro la democrazia e la libertà e la sostenibilità (e il futuro dei nostri figli e nipoti).

Prima di democratizzare le imprese e l’innovazione, occorre quindi uscireantropologicamenteda questa razionalità irrazionale e nichilista che ci sta portando alla morte della democrazia e a una società totalitariamente amministrata dalle macchine (e anche gli algoritmi sono macchine e macchinismo). Una uscita necessaria per rimettere così l’uomo e l’ambiente – e non le imprese e il profitto privato – come unico fine da perseguire.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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