La lettera aperta

Ricerca pubblica: perché l’Italia deve accelerare sul #PianoAmaldi

Il #PianoAmaldi propone di aggiungere 1,5 miliardi al bilancio della ricerca pubblica, di base e applicata, già nel 2021 e continuare fino a raggiungere l’1,1% del Pil nel 2026, “agganciando” così l’investimento della Germania. Ecco tutti i benefici non solo economici per il sistema Paese

13 Ott 2020
Federico Ronchetti

ricercatore presso Istituto Nazionale Fisica Nucleare, attualmente responsabile delle operazioni dell'esperimento ALICE al CERN


La pandemia ha dimostrato che i Paesi che investono molto in ricerca (come Germania e Corea del Sud) si sono dimostrati più resistenti. Nel post-pandemia è necessario che l’Italia utilizzi i fondi europei per andare nella stessa direzione, dal momento che una ricerca pubblica forte oltre a produrre nuove conoscenze sarà in grado, potenziando il settore applicato (mission oriented) di trainare anche il sistema industriale e imprenditoriale affinché possa avvenire, in modo sistemico, quel trasferimento di tecnologie che renderà le imprese italiane più innovative e quindi più competitive sul mercato globale.

Diventa pertanto fondamentale l’attuazione del #PianoAmaldi per la ricerca già dall’inizio del prossimo anno: l’obiettivo è al centro di una lettera aperta che al momento ha già 13 mila firmatari. Vediamo di cosa si tratta e perché è importante.

Il #PianoAmaldi per la ricerca: cos’è e come ha preso vita

Il #PianoAmaldi ha preso vita sui social network: verso la fine di giugno ho ricevuto un’email da una collega che mi chiedeva se fosse possibile diffondere il contenuto del pamphlet elaborato dal Professor Ugo Amaldi nel contesto di un documento più ampio su “Pandemia e Resilienza”, promosso dalla Consulta Scientifica (fondata dal Cardinale Gianfranco Ravasi).

Ugo Amaldi è uno dei maggiori scienziati italiani: è stato a capo dell’esperimento DELPHI del CERN ed è uno degli artefici del centro di medicina oncologica nucleare di Pavia, il CNAO che usa la fisica degli acceleratori per curare tumori profondi inoperabili. Ho risposto immediatamente che avrei provato a trasformare il testo del documento in un thread su Twitter.

I thread rappresentano una sorta di forzatura in un social network come Twitter che appunto limita la lunghezza di ogni singolo post a 280 caratteri, usata per parlare di argomenti complessi. Il pamphet di Ugo Amaldi, data la sua lunghezza, ha generato un mega-thread di 55 tweet in sequenza cronologica. Nei mesi precedenti avevo scritto già alcuni thread divulgativi più lunghi della media su diversi argomenti tecnico-scientifici come la fisica delle interazioni nucleari, le applicazioni della fisica delle particelle per la cura dei tumori e sulla fisica delle onde elettromagnetiche in chiave esplicativa per tentare di fare chiarezza sulle paure infondate di molti cittadini rispetto alla tecnolgia 5G. Malgrado la complessità degli argomenti, ho riscontrato un buon successo tra i miei follower che non solo non mi hanno abbandonato (il rischio di annoiare incombe sempre nella comunicazione social) ma fortunatamente sono persino aumentati. Salvo poche eccezioni la stragrande maggioranza delle persone che mi seguono comprende l’importanza fondamentale di aumentare gli investimenti per la ricerca di base e applicata.

L’aspetto del “fondamentale” ha attirato la mia attenzione e dato che in quei giorni del lockdown si parlava molto delle varie task force formate dal Governo e in particolare di quella guidata da Vittorio Colao ho pensato di contestualizzare la proposta sintetizzandola in un “piano” simile al cosiddetto Piano Colao. Il primo tweet in merito è del 27 giugno ed è in quel momento che tutta forza concettuale del pamphlet di Ugo Amaldi viene condensata in un unico termine: #PianoAmaldi. L’hashtag ha avuto un buon successo su Twitter per un tema complesso come quello del finanziamento della ricerca scientifica, è riuscito per una giornata ad entrare in tendenza e ha totalizzato diversi milioni di visualizzazioni innescando un dibattito che è riuscito ad arrivare su diversi quotidiani di tiratura nazionale anche in radio e TV. Dopo mesi di discussioni pubbliche su social e media, finalmente c’è stato un riscontro diretto anche da parte Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ha sostenuto l’importanza della ricerca di base e applicata riferendosi al #PianoAmaldi in occasione del III Forum del Gran Sasso, organizzato da Monsignor Leuzzi a Teramo.

Investimenti in ricerca pubblica: il gap dell’Italia

Infatti, l’Italia investe ogni anno soltanto lo 0.5% del Prodotto interno lordo (Pil) in ricerca pubblica, ossia circa 9 miliardi di euro, di cui circa 6 miliardi per la ricerca di base e 3 miliardi per quella applicata. Al confronto la Francia investe lo 0.75% (circa 17 miliardi di euro) e la Germania 30 miliardi, ossia già oggi quasi l’1% del Pil. I paesi del Nord Europa investono frazioni del Pil ancora maggiori. Il #PianoAmaldi propone di aggiungere 1,5 miliardi al bilancio della ricerca pubblica, di base e applicata, già nel 2021 e continuare fino a raggiungere l’1,1% del Pil nel 2026, “agganciando” così l’investimento della Germania.

I benefici economici (e non solo) della ricerca di base

Svariati studi hanno dimostrato che la ricerca di base è all’origine dell’innovazione tecnologica di medio-lungo periodo e di nuovi mestieri, oggi impensabili, e produce non soltanto nuove conoscenze ma anche benefici economici. A luglio 2020 i leader dell’Ue hanno concordato un pacchetto articolato che combina il quadro finanziario pluriennale (1074 miliardi per il 2021-27) con uno sforzo straordinario per la ripresa di 750 miliardi, detto Next Generation Eu. Per quanto riguarda l’Italia, il piano prevede poco più di 208 miliardi, dei quali 81 miliardi sono sussidi a fondo perduto mentre 127 miliardi sono prestiti. I prestiti vanno ovviamente restituiti, anche se a tassi bassi e a condizioni di favore: è quindi essenziale che questi prestiti siano utilizzati per generare nuova ricchezza negli anni a venire.  La ricerca pubblica (che riguarda non soltanto le scienze naturali ma anche le scienze sociali, le discipline umanistiche e l’arte) offre una delle migliori possibilità di investimento dei fondi europei perché ha effetti proprio sul futuro delle nuove generazioni in un settore nel quale – con relativamente pochi fondi – l’Italia, che ha pochi ma validi ricercatori, può molto migliorare portandosi in qualche anno al livello della Germania.

Investire nella ricerca pubblica è, inoltre, un investimento sulle donne perché il 47% dei ricercatori pubblici sono donne, mentre in Germania e Francia sono il 35%. In parallelo all’aumento dei fondi sono necessarie riforme strutturali, volte a sburocratizzare il sistema e incentivare l’originalità e l’indipendenza di pensiero.

E, ancora, è ormai sotto gli occhi di tutti come le attività economiche tradizionali (ad esempio il turismo, e il commercio) si siano dimostrate molto fragili mentre, al contrario, la pandemia ha aumentato il valore di tutti i settori high-tech. Oltre a produrre nuova conoscenza e nuove tecnologie che vanno poi a beneficio di tutti – basti pensare al Web e alla sua utilizzazione durante la pandemia – la ricerca (di base e applicata) arricchisce la vita dei cittadini ed è sorgente del loro futuro benessere: si pensi che l’economia del Web in Italia fattura quasi cento miliardi di euro l’anno. Inoltre, considerando l’Europa, la produzione economica delle industrie che utilizzano le conoscenze della fisica ammonta a 1450 miliardi l’anno, cioè al 12% dell’output totale (dati 2019); questa è una cifra molto superiore a quella dovuta a settori ritenuti già molto redditizi, come commercio (4.5%), costruzioni (5.3%) e servizi finanziari (5.3%).

E’ di fondamentale importanza che l’attuazione del #PianoAmaldi per la ricerca inizi già nel 2021 perché il sistema della ricerca pubblica è in grande sofferenza e a questo scopo è stata scritta una lettera aperta proprio al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte su Change.org (Ripartiamo con il #PianoAmaldi per la ricerca) che al momento ha trovato già 13000 firmatari tra cui il Presidente dell’Accademia dei Lincei Giorgio Parisi, la Professoressa Elsa Fornero e il matematico Piergiorgio Odifreddi.

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