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Riparare lo smartphone è un diritto e fa bene al Pianeta: le aziende lo hanno capito, ora tocca a noi

Ha cominciato Apple, che poco tempo fa ha dato vita al programma Self-service Repair, seguita da Samsung e Google: aziende e istituzioni si stanno muovendo per favorire la riparabilità dei dispositivi e limitarne quindi l’impatto sul Pianeta. Ma per i consumatori cosa cambia?

06 Mag 2022
Maurizio Stochino

Consulente ICT - Esperto di Sicurezza Informatica

Apple ha dato inizio alle danze con la vendita dei ricambi permettendo a numerosi acquirenti di poter riparare autonomamente i loro smartphone, grazie ai cosiddetti kit di riparazione. In realtà questo evento è solo un’anticipazione di ciò che a breve accadrà a tutte le aziende del settore – da Samsung a Google – che per una maggiore sostenibilità ambientale saranno costrette ad adeguarsi ai futuri regolamenti legislativi. Ma andiamo in profondità e cerchiamo di comprendere in cosa consiste questa scelta di aprirsi al così chiamato “right to repair”.

Il diritto alla riparazione smartphone (e non solo) è il futuro, ecco perché

Diritto a riparare, qualcosa sta cambiando

Ufficialmente stiamo entrando nell’era della riparazione per quanto riguarda il mondo degli smartphone. Come si può comprendere la forte urgenza di una maggiore sensibilità ambientale supportata, tra l’altro, da gruppi di attivisti e il susseguirsi di tanti altri fattori stanno inducendo le aziende a schiudersi alle riparazioni, favorendo sia quelle amatoriali come i DIY sia a tutti quei settori che favoriscono la sostenibilità grazie ai ricambi. Alcune compagnie, inoltre, hanno favorito la stipulazione di sodalizi con network specializzati e certificati in materia di riparazioni. Bisogna anche aggiungere che molte delle amministrazioni stanno operando sotto una determinata prospettiva di business; infatti, negli ultimi anni la piazza dei ricondizionati sta sovrastando il mercato, basti pensare che in breve tempo il volume d’affari ha raggiunto il 10% del totale delle vendite degli smartphone, con un margine di profitto che promette di aumentare. Dunque, i grandi marchi si muovono per tenere quanti più clienti possibili nel proprio complesso economico e scongiurare che questi scivolino nel giro d’affari di altri brand.

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Nella realtà, dietro a queste scelte, non c’è solo l’aspetto dell’ecosostenibilità, ma come abbiamo detto sta prendendo il sopravvento l’aspetto legislativo; infatti, in alcuni Paesi sono già obbligatorie le ‘scorecard’, che consistono in vere e proprie carte punti. I punteggi si ottengono grazie al livello di riparabilità degli smartphone. I modelli più riparabili che avranno totalizzato il punteggio più alto verranno premiati. Questi metodi sono già stati adottati nel continente americano. In Europa, invece, la Francia ha già anticipato quello che potrebbe essere l’imminente regolamento europeo; infatti, alcuni principi sono già esistenti e stabiliti in una recente risoluzione votata proprio in questi mesi dal Parlamento europeo e che impone alla Commissione UE ad affrettare i tempi per ciò che concerne il tema del diritto alla riparabilità in particolar modo per gli smartphone. Proprio dall’anno scorso altri elettrodomestici come lavatrici, televisori e frigoriferi godono di questo diritto con il Regolamento precursore del 2021/341.

Il kit Fai-da-Te di Apple, Samsung e Google

A dare inizio alle operazioni d’innovazione è stato proprio il colosso Apple che poco tempo fa ha dato vita al programma Self-service Repair, che consiste nella vendita di pezzi a costo di fabbrica di iPhone 12 e 13 da utilizzare per la riparazione dei dispositivi con l’onere di fornire all’azienda i pezzi sostituiti. Questa manovra si espanderà fra non molto ai modelli Mac in particolare con i chip M1.

A seguire il sentiero tracciato da Apple è stato Samsung che si impegnerà a favorire l’utilizzo di parti e pezzi riciclati anche se in realtà parliamo di componenti ricondizionati come nuovi, dimezzando in questa maniera il costo da sostenere per la riparazione, che fino a questo momento è stato il fattore primario per cui si optava sempre per l’acquisto di un nuovo smartphone.

Tra le indiscrezioni trapelate, le quali avranno conferma entro la fine dell’estate, l’azienda coreana Samsung ha optato per una correlazione con la piattaforma di e-commerce iFixit iniziando con alcuni modelli come il Galaxy S20 del 2020 con l’intenzione di estendere il programma ad altri modelli, ma di questa collaborazione ne parleremo più tardi. Questo genere d’iniziativa non è del tutto nuova in quanto Samsung sta tutt’ora utilizzando plastica riciclata, ottenuta da reti da pesca usate, per molte delle componenti degli S22. Quindi in un certo senso si sta solo proseguendo per un percorso di sostenibilità ambientale avviata già da tempo.

A tutto quello che finora è stato detto è necessario aggiungere l’adesione al programma del gigante Google che entro l’anno avvierà un programma Self-service Repair concentrandosi su tutti quei telefoni dal Pixel 2 fino al 6 Pro. Questa operazione sarà presentata in ciascuno dei mercati in cui è presente e ovviamente comprendendo quello italiano.

Le soluzioni per i meno temerari

Non tutti sono così abili o coraggiosi di schiudere la scocca e mettersi a operare sul proprio smartphone. Cosa fare dunque? La risposta, per nostra fortuna, arriva celere. Infatti, grazie a un accordo con iFixit l’utente potrà ricorrere a un enorme rete di centri riconosciuti e certificati che penserà alla riparazione del device. Optando invece per la riparazione in totale autonomia sarà possibile fornire, sempre attraverso la iFixit, i singoli pezzi o addirittura un kit con annessi gli strumenti necessari per la riparazione. Apple, da parte sua, in maniera del tutto comprensibile preferisce gestire in piena libertà con una sua rete di centri autorizzati.

La partnership con iFixit

Da questa inaspettata idea di partnership con iFixit ogni azienda avrà delle proprie regole per poter sfruttare al meglio il programma finora discusso. Tra le operazioni sulla quale sarà possibile effettuare riparazioni abbiamo la sostituzione del display, il cambio delle batterie e i moduli fotografici. Purtroppo, nella prima fase del programma non sarà possibile alcun intervento di rigenerazione del ‘system on a chip’, ma ci si augura che in un prossimo momento si potrà accedere anche alla sistemazione della memoria RAM, del processore e così via.
Per capire bene come funzionerà questa correlazione si deve necessariamente puntualizzare che sarà iFixit ad acquistare i vari pezzi di ricambio e successivamente immagazzinati in depositi di grandi dimensioni, che ovviamente saranno presi in affitto. Quindi gli accordi che saranno presi dovranno considerare i vari costi che saranno sostenuti da iFixit per far fronte a questo progetto. Dunque, a seguito di queste intese, si provvederà alla rivendita ai clienti con annessa la relativa percentuale di guadagno.

In corsa anche Google, Microsoft e Valve

L’ultimo dei colossi a iniziare una collaborazione con il gruppo iFixit è Google. Di recente l’azienda ha annunciato che in questa operazione offrirà tutti i pezzi di ricambio per i dispositivi, facilitando i clienti all’acquisto di quelle parti per riparare il proprio smartphone Pixel nel caso dovesse rompersi o danneggiarsi. Tra le parti in questione ci sono le batterie, i display e le fotocamere anche se in Europa potranno essere disponibili entro la fine dell’anno corrente. Tutti i pezzi di ricambio riguardano la gamma di smartphone Pixel, includendo sia gli ultimi usciti come Pixel 6 sia al Pixel 2 del 2017. Google inoltre garantisce tre anni di aggiornamenti di tutti gli Android quindi l’utilizzo di questi fino al 2026. Raggiungendo quel tempo il dispositivo necessita sicuramente il cambio della batteria o l’effettuazione di una riparazione almeno una volta durante il corso della sua esistenza. Per questo diventa fondamentale la possibilità di fornire pezzi di ricambio per smartphone Pixel. Invece Samsung, a differenza di Google intende lanciare i dispositivi che vanno dal Galaxy S20 del 2020 fino agli ultimi modelli. Per Samsung però è previsto l’espansione del programma ai dispositivi più datati.

A seguire l’esempio di Samsung e Google altre aziende come Microsoft e Valve hanno iniziato una collaborazione con iFixit, offrendo pezzi di ricambio per i loro dispositivi. Apple, che ha sempre reso difficile la vita dei clienti in materia di riparazione, solo di recente ha annunciato un programma di riparazione. In definitiva iFixit si occuperà di fornire le giuste informazioni e le guide per smontare i dispositivi senza creare ulteriori danni. Ma chi non è portato alle operazioni del fai da te si rivolgerà facilmente ai centri di assistenza che provvederanno alla riparazione.

Cosa cambia per il consumatore

È stato ribadito che dietro all’aspetto eco-sostenibile c’è un notevole business e un aspetto legislativo da dover adempiere. Ma per il consumatore, cosa cambia o cambierà? Innanzi tutto, si noterà un atteggiamento diverso in materia di consumo. Infatti, secondo un’indagine Eurobarometer il 79% dei cittadini europei è dell’idea che i produttori dovrebbero garantire maggiormente la possibilità di riparazione dei propri device e lasciare un accesso semplice e comodo ai pezzi di ricambi. Un altro dato emerso da questa indagine è che oltre il 77% dei consumatori avrebbero preferito riparare lo smartphone rotto, che si tratti di una questione d’affetto o economica, invece di essere costretti ad acquistare un nuovo dispositivo.

Come si accennava precedentemente, in Francia, già dall’anno passato, molti dei prodotti elettronici devono essere dotati della scorecard, una speciale scheda informativa dove viene esposto il livello di riparabilità dell’elettrodomestico che si intende comprare, con l’indicazione di un livello di valutazione che va da 0 a 10. Molti si chiederanno l’efficacia di questa scheda e se realmente influirebbe sul comportamento dei consumatori. Bene la risposta stupisce tutti e ha stupito il colosso Samsung. Quest’ultimo ha infatti effettuato, con i suoi specialisti, uno studio per verificare quanto questi punteggi possano influire nella decisione di acquistare o meno i prodotti Samsung, insomma uno studio per prevedere le ipotetiche azioni dei consumatori. Il risultato è stato strabiliante, infatti si è venuto a conoscenza che ben oltre l’80% dei clienti avrebbe tranquillamente e serenamente rinunciato al brand pur di ottenere un prodotto con un punteggio più elevato. In pratica, sapere che un dispositivo è riparabile rende più appetibile la riparazione o la sostituzione dei pezzi. Ecco perché Samsung, Google e altri colossi stanno giocando d’anticipo per trovarsi sempre sull’onda delle vendite.

Riduzione dei rifiuti: eWaste

I colossi sono consci dell’enorme problema dell’eWaste, ma in realtà chi ha davvero la possibilità di cambiare la situazione sono proprio i consumatori. Partendo dal cambio di abitudini, attraverso anche i piccoli atti giornalieri ma che hanno un impatto enorme nei confronti del nostro mondo. Molte aziende si sono date da fare con campagne di sensibilizzazione per invogliare ed educare le persone al riciclo. Il problema in realtà è stato innescato non solo dall’occidente, ma in buona parte anche dall’estrazione di materie prime necessario per la composizione dei dispositivi. L’attività di estrazione, difatti, non risulta essere un lavoro semplice. I dati che sono emersi confermano che nel 2030 tutti i rifiuti potrebbero arrivare a numeri come 75 milioni di tonnellate globali all’anno. Le motivazioni di questo incremento sono strettamente legate alla smodata ricerca di accaparrarsi l’ultimo modello e, come spesso avviane, gettare via dispositivi ancora utilizzabili e in perfette condizioni. Tralasciando le tremende conseguenze che questo modo di fare crea nei confronti della salute del pianeta in cui viviamo.

A tutto questo dobbiamo anche aggiungere la nostra incapacità di saper riciclare continuando ad aggravare la condizione già precaria dell’ambiente. Diventa ancora più inspiegabile come questo possa accadere considerando che all’interno dei dispositivi non riciclati ci sono metalli e componenti quali oro, platino e argento che si trovano nelle schede madre, negli smartphone e nei microchip che in effetti sono facilmente recuperabili e riutilizzabili per altre situazioni. Si è fatta una stima secondo cui dagli eWaste si potrebbero recuperare materiali per un valore di oltre 45 miliardi di euro. Un vero e proprio spreco.

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