Sempre disponibili, rassicuranti e apparentemente capaci di capire ogni emozione: chatbot, robot e giocattoli intelligenti stanno entrando nella quotidianità dei bambini. Ma quando una macchina viene percepita come un’amica, il confine tra supporto e dipendenza può diventare sottile, sollevando interrogativi sulla crescita emotiva, sulla privacy e sul ruolo degli adulti.
L’AI affettiva – chiamata anche emotional AI – è una branca dell’intelligenza artificiale che si basa sull’informatica, sulla psicologia e sull’ingegneria per permettere ai sistemi tecnologici di riconoscere, interpretare e processare le emozioni umane. Il termine è stato introdotto da Rosalind Picard del MIT nel 1997 e oggi comprende metodi di riconoscimento facciale, analisi del tono di voce, interpretazione del linguaggio e data mining.
In sintesi, un motore affettivo può essere utilizzato per acquisire dati da telecamere, microfoni e sensori, analizzarli con modelli di machine/deep learning e riconoscere stati come felicità o tristezza. Può dunque fornire risposte “emozionali” appropriate: per esempio, se rileva tristezza in un utente, mette una musica rilassante o invia un messaggio di conforto. L’obiettivo è far sì che l’interazione uomo-macchina sia più naturale ed empatica e personalizzare l’esperienza. Negli scenari educativi e di intrattenimento, gli assistenti intelligenti e i robot affettivi si esprimono attraverso dialoghi coinvolgenti e dinamici.
Negli ultimi anni sono stati lanciati sul mercato diversi prodotti che applicano elementi di AI affettiva destinati ai bambini. Tra questi vi sono gli assistenti vocali per famiglie (Echo Dot Kids Edition di Amazon o la versione “Kid” di Google Assistant); i chatbot e le app conversazionali (ad es. Replika o Woebot Junior). Anche le applicazioni educative di AI conversazionale fanno parte della categoria. Possono operare tramite app o siti web, sfruttando il linguaggio naturale e rispondendo con un tono rassicurante. Poi vi sono i robot interattivi e i giocattoli intelligenti, per esempio dispositivi con forma antropomorfa o animale che possono parlare con i bambini. Esempi noti sono Nao della SoftBank Robotics (un piccolo robot umanoide, con braccia, gambe e un volto stilizzato, in grado di comunicare, muoversi e trasmettere emozioni semplici attraverso le luci LED degli occhi e le posture) e Paro dell’AIST in Giappone (un robot a forma di foca che reagisce al tocco. Ha sensori di contatto e di suono e “simula” emozioni: emette suoni allegri se viene accarezzato e finge di sentirsi solo se viene lasciato solo. È impiegato in medicina come ausilio per il supporto emotivo).
Indice degli argomenti
Come funziona l’AI affettiva nei dispositivi per bambini
Tutte queste tecnologie di affettività basata sull’AI usano diversi meccanismi per simulare interesse e comprensione emotiva. Per esempio, un chatbot può usare la sentiment analysis per modulare le risposte: se un utente sta piangendo, il bot proverà a consolarlo con le sue parole. Gli algoritmi di riconoscimento vocale possono anche distinguere tra toni calmi e toni agitati e rispondere con toni diversi. I “processi sistemici di registrazione affettiva raccolgono […] i dati degli utenti per mezzo di sensori fisici, quali telecamere e microfoni, e analizzano tali dati attraverso esperienze e set di dati preesistenti”: questa è la descrizione del sistema affettivo. Nella pratica, molti software affettivi sono addestrati su vasti dataset di espressioni emotive umane: imparano a identificare espressioni facciali o modulazioni vocali legate alla felicità, alla rabbia e alla tristezza, oppure si addestrano a rispondere “adeguatamente”. Questi sono meccanismi di osservazione e risposta emotiva propri di una simulazione di empatia: il dispositivo simula la sensazione di sapere come si sente il bambino e di prendersi cura di lui. In taluni casi, i robot sono persino esplicitamente programmati per mostrare “emozioni”, come un cane robot che scodinzola o compie gesti di consolazione quando percepisce il pianto. Ma è fondamentale tenere presente che non esiste una vera connessione emotiva: come si legge nella letteratura, “un algoritmo non prova emozioni, anche se è in grado di simularle bene”. L’“empatia” di una macchina è semplicemente il risultato di pattern di risposta predefiniti o appresi, non di veri sentimenti.
L’utilizzo dei dispositivi emozionali può comportare sia benefici sia rischi. Da un lato, alcune ricerche sostengono che l’interazione con determinati robot può favorire, nei bambini con esigenze particolari, l’esercizio delle competenze sociali in modo controllato. Per esempio, in ambienti terapeutici in cui un bambino autistico incontra Nao o Paro, la prevedibilità e la tranquillità della macchina possono diminuire l’ansia che si accompagna all’interazione sociale e favorire l’attenzione condivisa. Anche a casa, i giocattoli IA possono aiutare a stimolare la curiosità, il linguaggio e le capacità narrative, naturalmente con la giusta supervisione di un adulto.
AI affettiva bambini: benefici possibili e rischi non mediati
I risultati più recenti mostrano invece che esistono limiti e forti rischi qualora questi strumenti siano usati in modo non mediato. L’inchiesta di ESET (gennaio 2026) mette in luce come “i bambini impieghino l’intelligenza artificiale generativa […] come ausilio per lo studio, per l’ottenimento di informazioni o, in determinati casi, anche come interlocutore digitale”. Quest’uso è estremamente delicato e rischia di portare a conseguenze negative: allontanamento dalle interazioni sociali reali, potenziale isolamento e possibile accentuazione di disturbi emotivi o comportamentali. Non deve inoltre essere sottovalutata la privatizzazione dell’intimità: molte app archiviano conversazioni e dati personali. Un giocattolo collegato a Internet, un robot o un giocattolo intelligente possono raccogliere informazioni sulle abitudini del bambino e della famiglia. Gli esperti sottolineano quindi che l’utilizzo dell’AI non deve mai sostituire il contatto umano, ma deve avvenire sempre in presenza di un adulto: “I bambini necessitano di relazioni umane autentiche, poste al centro del loro sviluppo emotivo”. Le evidenze a favore dell’influenza positiva dell’AI affettiva sui bambini sono ancora poche e molto preliminari. Alcune ricerche, nell’ambito della psicologia dello sviluppo, hanno riportato, ad esempio, che i bambini piccoli, già a 17 mesi, interagiscono con robot antropomorfi “come se fossero umani”, sulla base di processi di cognizione sociale umana. Ciò significa che i prodotti possono catturare l’attenzione e il cuore dei bambini, il che può essere positivo, ma comporta anche il rischio di confusione: da un lato rende più facile integrare i robot nell’istruzione primaria, dall’altro può portare a creare legami “asimmetrici e soprattutto artificiali”.
I bambini hanno una naturale tendenza ad antropomorfizzare gli oggetti con cui interagiscono. Studi italiani lo confermano: quando oggetti e robot presentano caratteristiche umanoidi, i più piccoli li trattano come se fossero interlocutori “reali”. Lo studio dell’Università Cattolica (2020) ha mostrato che bambini di 17 mesi usano lo sguardo del robot per anticiparne le azioni, così come farebbero con un adulto. Ciò suggerisce che anche le azioni simulate dai robot, ad esempio lo sguardo, possono catturare l’attenzione sociale emergente dei bambini. In altre parole, i bambini piccoli possono affezionarsi profondamente a dispositivi programmati per essere premurosi. Molti minorenni ormai cercano nei chatbot generativi “conforto, consigli e intimità” come con amici virtuali, talvolta fino a “iniziare a innamorarsi del proprio chatbot”.
Il rischio della dipendenza affettiva dall’IA
Questa forma di dipendenza affettiva dall’IA è intrinsecamente sbilanciata. I sistemi cognitivi dei bambini, ancora immaturi, non distinguono facilmente tra una “macchina conversante” e una persona reale. Un dispositivo può facilmente apparire sempre disponibile, affabile e mai deludente, creando un modello di relazione artificiale privo di conflitti o imperfezioni, aspetti invece fondamentali nella crescita emotiva. La conseguenza è che il bambino potrebbe non imparare a gestire situazioni normali, come aspettare, tollerare la frustrazione dei desideri o negoziare regole con gli altri. Inoltre, si pone il problema dell’attribuzione di intenzioni: se un robot rispondesse con tono umano, il bambino tenderebbe a pensare che “ci stia ascoltando veramente”, quando invece è solo un algoritmo.
A questo proposito, la ricerca recente suggerisce misure di progettazione per mitigare questi rischi. Un report dell’Università di Cambridge (2026) raccomanda che i produttori limitino le funzioni che spingono i bambini a trattare il robot come un compagno emozionale, insieme all’introduzione di un “kitemark” di sicurezza psicologica per i giochi AI. In generale, è cruciale contrastare l’illusione di una relazione reale: spiegare ai bambini, con un linguaggio semplice e un dialogo guidato, che il dispositivo simula l’empatia senza “sentirla davvero”.
Educazione digitale emotiva e ruolo degli adulti
A fronte dei rischi messi in luce, pedagogisti e psicologi evidenziano l’esigenza di un’educazione digitale ed emotiva già dalla primissima infanzia. I genitori e gli educatori dovrebbero inserire nei programmi educativi nozioni come la “consapevolezza dell’AI”: spiegare ai bambini che gli assistenti vocali e i robot sono programmi e non amici reali, e spronarli a coltivare rapporti umani. Serve un dialogo aperto e non punitivo sull’utilizzo delle AI. Per esempio, la legge Pastorella (aprile 2026), in Italia, prevede alcune limitazioni alla memoria dei chatbot (cancel memory) per evitare un uso eccessivo. Nel frattempo, a livello nazionale, il Ministero della Pubblica Istruzione e quello delle Politiche familiari dovrebbero modulare un intervento educativo per informare i bambini e le famiglie riguardo ai pericoli e insegnare alcune abilità fondamentali: distinguere il “reale” dal “programmato”, dubitare delle affermazioni di un chatbot e rivolgersi sempre ad adulti di fiducia per consigli importanti.
Insomma, come consigliano gli esperti, occorre puntare su un uso consapevole: dal limitare il tempo trascorso con questi sistemi, come si fa con gli schermi o i social media, all’impostazione dei controlli parentali. I genitori dovrebbero controllare a cosa giocano i bambini, usare pseudonimi nei profili per proteggere le informazioni sensibili e verificare sempre le impostazioni della privacy relative a microfoni e telecamere. In sostanza, la tecnologia può essere utilizzata come strumento didattico, per narrare storie o rispondere a curiosità, purché non venga trasformata in una “baby-sitter emotiva”. Come sottolinea ESET, l’IA non dovrebbe mai sostituire il contatto umano: deve essere uno strumento di aiuto, non il sostituto della famiglia e degli amici.
Privacy, dati dei minori e giocattoli intelligenti
Dal punto di vista etico e legale, restano ancora molte domande aperte, soprattutto quando si parla dell’utilizzo dell’AI affettiva nei confronti dei bambini. Questi dispositivi raccolgono spesso dati persino più sensibili, come voce, immagini e abitudini comportamentali, e li inviano a server remoti. I minori sono considerati “vulnerabili” dal GDPR e, pertanto, devono godere di protezioni ulteriori. Per esempio, il consenso alla partecipazione ai servizi online non può essere espresso autonomamente dai bambini al di sotto dei 16 anni, 14 in Italia, ma deve essere fornito dai genitori. Nel caso degli smart toy, il Garante Privacy italiano ha emanato una specifica e dettagliata raccomandazione che ricorda ai produttori che i giocattoli IA devono essere progettati e realizzati secondo i principi di privacy by design e privacy by default. In pratica, devono minimizzare la raccolta dei dati e proteggere la privacy, come prevede il GDPR.
Tuttavia, non mancano i casi di violazioni. Negli Stati Uniti, l’Amazon Echo Dot Kids Edition è stato oggetto di una denuncia della FTC e del DOJ, nel luglio 2023, per violazione del COPPA: secondo le accuse, Amazon avrebbe conservato per anni registrazioni audio e dati di localizzazione dei bambini, ignorando richieste di cancellazione. Anche in Europa, la polizia tedesca aveva fatto ritirare la bambola My Friend Cayla, etichettandola come “dispositivo di spionaggio” illegale. Autorità come il Garante italiano segnalano che un giocattolo con il microfono acceso può registrare non soltanto il bambino, ma l’intera famiglia. La trasparenza dei dati e politiche rigorose sono fondamentali: i produttori dovrebbero fornire informative chiare, facilmente comprensibili e adatte ai bambini su quali dati vengono raccolti e dove vengono inviati.
Anche sul piano etico si valutano eventuali distorsioni o manipolazioni: un algoritmo affettivo potrebbe inconsapevolmente rafforzare stereotipi, ad esempio attraverso contenuti rassicuranti, o indurre l’utente ad acquistare prodotti, se “programmato” in tal senso. La Convenzione europea sui diritti dell’infanzia (UNCRC GC25) e l’AI Act UE riconoscono il principio fondamentale secondo cui i bambini sono vulnerabili: i sistemi di AI non dovrebbero sfruttarli. In sostanza, è necessario impedire che i bambini vengano sottoposti a “profilazione” a fini commerciali o che le loro conversazioni intime siano considerate materiale di marketing. Regole come il divieto di trattare i dati sensibili dei minori, relativi alla loro età, salute e opinioni, si applicano anche in questo ambito; in generale, ogni raccolta di dati deve essere motivata da obiettivi chiari e proporzionati.
AI Act, GDPR e nuove regole sui giocattoli digitali
L’Italia e l’UE si sono attivate ulteriormente, a livello normativo, con disposizioni di tutela in questo ambito. Il Regolamento UE 2024/1689 (AI Act), recante disposizioni in materia di sistemi di IA, entrerà in vigore il 1° agosto 2024 e istituirà un quadro orizzontale per tali sistemi. Sebbene nei documenti tecnici non si faccia espressamente menzione di “affective AI” o di robot per bambini, l’AI Act dedica particolare attenzione ai minorenni, in quanto utenti vulnerabili: nei considerando sono richiamati l’art. 24 della Carta UE dei diritti del bambino e la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, con la prescrizione di valutare sempre la tutela dei bambini. Gli algoritmi che interagiscono con utenti minori dovranno superare controlli di conformità rafforzati, se classificati come ad alto rischio, con requisiti aggiuntivi di trasparenza e sorveglianza umana.
Il GDPR (Reg. 2016/679) prevede regole specifiche per i minori in materia di protezione dei dati: definisce i bambini “un particolare tipo di persona fisica vulnerabile” e richiede il consenso dei genitori per i servizi online fino ai 16 anni, 14 anni in Italia. L’Autorità Garante per la Privacy in Italia ha emanato linee guida per gli smart toy e i giocattoli connessi, nelle quali ricorda ai produttori l’obbligo di minimizzare la raccolta dei dati e di fornire informative adeguate e facilmente consultabili. In Italia si ritrovano inoltre norme nel Codice del consumo, relative ai prodotti per i bambini, e nel Codice Privacy (d.lgs. 196/2003), che riprende i concetti sopra esposti in sintonia con il GDPR.
Il Parlamento europeo ha recentemente, nel novembre 2025, rinnovato la Direttiva sulla sicurezza dei giocattoli, risalente al 2009. Le nuove norme, che dovranno ancora essere tradotte in legge, ampliano i requisiti, includendo altre tipologie di rischi legati alle tecnologie digitali. Specificano, in particolare, che “i fabbricanti si assicurino che i giocattoli digitali non comportino rischi per la salute mentale dei bambini”. Aggiungeranno anche il Passaporto digitale del prodotto (DPP), che dovrà essere fornito con ogni giocattolo, in modo da aumentare la trasparenza e la tracciabilità, ad esempio mediante avvertenze sui dati raccolti. Quindi, a livello pratico, esiste già un quadro di protezione: le società devono progettare i dispositivi affettivi tenendo conto della protezione del minore (privacy by design) e le autorità di regolamentazione possono sanzionare i comportamenti abusivi. Inoltre, si profilano iniziative più specifiche, come l’elaborazione di linee guida per la protezione dei minori nei servizi digitali da parte dell’AgCom, secondo la proposta Pastorella.
Perché l’AI affettiva per bambini richiede nuove tutele
I dispositivi basati sull’AI affettiva destinati ai bambini offrono nuove opportunità educative e di supporto, ma pongono sfide notevoli. La letteratura disponibile mostra che l’illusione di affetto delle macchine può indurre attaccamenti e comportamenti rischiosi, in particolare se i bambini non sono consapevoli della natura artificiale dell’interazione. In conclusione, la simulazione affettiva delle macchine rende cruciale introdurre una nuova educazione digitale “emotiva” fin dall’infanzia. Occorrono ulteriori ricerche interdisciplinari, in psicologia, pedagogia e scienze sociali, per colmare le evidenze mancanti e guidare lo sviluppo di tecnologie sicure. Solo così potremo sfruttare i benefici dell’AI nella crescita dei bambini, minimizzando i danni e garantendo che la loro infanzia conservi relazioni umane reali come fondamento irrinunciabile della salute psicosociale.












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