riflessioni

Se il digitale insegna ai giovani l’etica del reset

Tra i giovani emergono due tratti emblematici: da una parte la difficoltà crescente di programmare anche nel breve-medio periodo, dall’altra la tendenza a considerare ogni scelta reversibile.
Se la tecnologia ti consente di essere costantemente collegato al mondo in tempo reale, sembra sempre meno necessario pensare al futuro: tutto si può decidere sull’istante, il che equivale a vivere in un costante presente senza l’onere di dover programmare passo per passo il proprio futuro

31 Dic 2015
Carlo Buzzi

Università degli Studi di Trento

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Parafrasando Thomas Kuhn, il grande epistemologo che negli anni ’60 in un celebre saggio descrisse le modificazioni dei paradigmi della conoscenza causate dalle rivoluzioni scientifiche, non è esagerato né eccessivamente enfatico parlare di “rivoluzione digitale” se consideriamo gli effetti che questa ha avuto su tutte le discipline scientifiche, sull’economia, sul mondo delle professioni. Né può essere sottovalutato l’impatto che la digitalizzazione della società ha avuto sulla comunicazione, sulla relazionalità, sui processi socializzativi, sulle modalità con le quali, nella quotidianità, si acquisiscono informazioni o si usufruisce di servizi.

Una cosa appare comunque evidente: le innovazioni digitali richiedono forti capacità adattive da parte degli individui che devono adeguarsi alle continue richieste di una tecnologia in rapidissima ed incessante evoluzione.

Il processo di integrazione nel mondo digitale tuttavia non procede alla stessa velocità. Segmenti della popolazione sono più pronti ad introiettarlo, altri faticano ad adattarsi, altri ancora rischiano la marginalizzazione. Il divario digitale è infatti una realtà che esclude le fasce culturalmente e tecnologicamente deboli della popolazione. Alle vecchie disuguaglianze se ne sovrappongono altre, del tutto nuove. Con evidenze paradossali: nel nostro Paese i giovani scontano ancora una forte disuguaglianza intergenerazionale, in termini di reddito, di accesso all’occupazione, di condizioni lavorative, di status, risultando molto penalizzati rispetto alle generazioni che li precedono pur costituendo il gruppo sociale più attrezzato a sostenere le sfide del mondo digitale.

I media digitali hanno aperto nuovi spazi di fruizione culturale, potenziando di molto, ma soprattutto diversificando, le fonti dalle quali i giovani d’oggi traggono conoscenze. Non a caso le tradizionali agenzie educative, come la scuola, faticano a stare al passo coi tempi, scontando la difficoltà ad adeguarsi, con rapidità e competenza, ai continui cambiamenti. Come battuta apparentemente faceta, ma densa di sostanziali verità, nelle classi delle scuole italiane, davanti a studenti digitali troviamo ancora molti, senza dubbio troppi, insegnanti analogici! Un gap relazionale non facile da colmare e con pessimi effetti dal punto di vista educativo.

Come in tutte le rivoluzioni, aspetti positivi si accompagnano a quelli negativi. Ben conosciamo alcune derive degenerative connesse ad un uso non consapevole, immaturo e non responsabile dei new media. Coloro si occupano di tutela dei minori nel campo delle comunicazioni, come ad esempio i CoReCom, stanno progressivamente spostando attenzione ed interventi dai vecchi ai nuovi media.

Ma quello su cui è interessante puntare l’attenzione è la ricaduta della digitalizzazione sul piano cognitivo delle giovanissime generazioni.

La società digitale cambia il concetto di tempo e di spazio. Il presentismo giovanile odierno, tendenza evolutiva della cultura adolescenziale, si alimenta con la diffusa possibilità di vivere e decidere in tempo reale, una opportunità che le nuove tecnologie consentono.

Tra i giovani emergono due tratti emblematici: da una parte la difficoltà crescente di programmare anche nel breve-medio periodo, dall’altra la tendenza a considerare ogni scelta reversibile.

Se la tecnologia ti consente di essere costantemente collegato al mondo in tempo reale, sembra sempre meno necessario pensare al futuro: tutto si può decidere sull’istante, il che equivale a vivere in un costante presente senza l’onere di dover programmare passo per passo il proprio futuro.

D’altro canto l’etica del reset del “cancello e torno indietro” induce il giovane a porsi nei confronti delle scelte esistenziali come fossero sempre retroagibili, nulla è definitivo, nulla è vissuto come per sempre.

Dobbiamo imparare a convivere con queste nuove manifestazioni, che sono sì culturali ma che vanno a permeare anche gli altri livelli della nostra società e del nostro vivere. Il mondo delle ICT procede più velocemente delle capacità adattive dell’uomo, i processi di metabolizzazione si stanno rivelando più lenti. Bisogna tenerne conto.

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