Se lo psicanalista è un’app: il “caso” Woebot. Pro e contro dell’informatica affettiva - Agenda Digitale

Affective computing

Se lo psicanalista è un’app: il “caso” Woebot. Pro e contro dell’informatica affettiva

Un terapista digitale può sostituire quello reale? E con quali conseguenze? A oggi sono più di 10 mila le app che curano la salute mentale: l’affective computing è ormai tra noi, ma quali sono le potenzialità e quali i rischi?

02 Lug 2021
Domenico Marino

Università Degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria

Woebot è un chatbot terapeutico. È una app che possiamo tranquillamente scaricare e che permette di simulare il divano di uno psicoterapeuta attraverso lo schermo di uno smartphone. L’app si presenta come una sorta di terapista digitale che può sostituire quello reale quando vi è un’impossibilità a poter fruire di uno reale, impossibilità che può essere legata a semplici contingenze logistiche o può essere anche dovuta ad una impossibilità a sostenere le spese di una cura psicoanalitica.

Il numero dei suoi utenti sta crescendo esponenzialmente, come esponenzialmente sta crescendo il numero delle app digitali che curano la salute mentale e che oggi possono essere quantificate in una cifra superiore a 10.000. Accatto a Woebot abbiamo, ad esempio, delle app che spaziano dalla meditazione guidata (Headspace) e dal monitoraggio dell’umore (MoodKit) alla terapia attuata mediante dei testi da parte di psicologi (Talkspace, BetterHelp).

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Woebot, le caratteristiche dell’app

La caratterista di Woebot, che rende questa app rilasciata nel 2017 particolare, è che utilizza l’intelligenza artificiale per realizzare attraverso un approccio psicoanalitico di tipo cognitivo-comportamentale delle terapie contro l’ansia e la depressione. La terapia cognitivo comportamentale è basata su un approccio che cerca di aiutare le persone a identificare il loro modo distorto di pensare, aiutandoli a capire come ciò influenzi il loro comportamento in modo negativo.

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Con il cambiamento di questi schemi autodistruttivi, i terapeuti tentano di curare i sintomi della depressione e dell’ansia. Woebot apprende continuamente da tutti coloro con cui entra in contatto ed è in grado di elaborare un linguaggio e una conversazione naturale che tiene conto anche delle sessioni passate. Woebot chiede all’utente che gli venga dedicata almeno una sessione giornaliera di conversazione. Questa app fa parte di una nuova branca dell’intelligenza artificiale che viene chiamata “Affective Computing“.

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È questa una nuova branca di ricerca attraverso la quale dei software vengono utilizzati riconoscere i comportamenti e le emozioni umani, ma possono anche porsi in maniera emozionale nei confronti degli utenti. Questo tentativo, se volete, “di dare un anima” alle macchine è un approccio multidimensionale e multidisciplinare che sintetizza in maniera sincretica le conoscenze provenienti da diversi saperi, la psicologia, l’elettronica, le neuroscienze, la pedagogia, il marketing. Se tutti possiamo essere abbastanza d’accordo sul fatto che non c’è un sufficiente livello di assistenza per la salute mentale e soprattutto sul fatto che i prezzi di un trattamento non sono facilmente accessibili per tutti coloro che ne hanno bisogno, tuttavia non esiste un consenso univoco sulle reali capacità di questi strumenti di fornire un supporto psicoanalitico valido con alcuni che ritengono che la bot therapy possa funzionare nelle giuste condizioni e con altri considerano lo stesso concetto addirittura paradossale. Se da un lato vi sono degli studi che dimostrato che gli algoritmi informatici possono guidare qualcuno attraverso un processo di terapia cognitivo-comportamentale standard, passo dopo passo, e ottenere risultati simili alla terapia di persona, dall’altro lato l’intelligenza artificiale non è abbastanza avanzata per riprodurre una conversazione naturale e di conseguenza è abbastanza difficile che un bot riesca a dire la cosa giusta come un terapeuta umano.

Il ruolo delle emozioni

Le emozioni sono forse l’espressione più peculiare dell’essere umano e costituiscono un aspetto imprescindibile della comunicazione umana, soprattutto con riferimento a quella non verbale. Riconoscere i sentimenti, le emozioni e gli stati d’animo può essere una dote molto importante. I grandi condottieri, i grandi manager, i grandi politici e, in ultimo, anche i grandi giocatori di poker hanno spesso questa dote in una misura superiore a quella degli altri esseri umani e in questo va, forse, ricercata la chiave del loro successo, perché la capacità di riuscire a cogliere lo stato d’animo reale dell’interlocutore ci pone in una situazione di grande vantaggio nelle decisioni.

Nella saga di Gene Roddenberry, Star Trek Next Generation, l’androide Data tenta continuamente di comprendere, spiegare e sperimentare l’universo emozionale umano, ma con scarsi risultati, anche quando prova ad impiantarsi un circuito emozionale. Questa idea – che da ipotesi fantascientifica è ormai diventata oggetto di studio scientifico – è contenuta in mirabili e anticipatori articoli e libri pubblicati già alla fine del XX secolo. In particolare Rosalind Picard del MIT, una delle autrici più prolifiche in questo campo scrive: “Gli studi hanno rivelato dei ruoli vitali per le emozioni in molti processi di fondo: percezione, processo decisionale, creatività, comprensione empatica, memoria e interazione sociale. Troppe persone, specialmente quelle che non conoscono gli ultimi studi letteratura sulle emozioni, pensano che l’emozione sia presente solo quando appare e attira la loro attenzione. Come nel caso di una bufera di neve, molti non si accorgono del tempo finché non li disturba. Ma gli ultimi risultati degli studi suggeriscono che l’emozione è sempre presente e di solito aiuta a regolare e influenzare i processi in modo utile, in modo da contribuire ad un funzionamento intelligente. L’informatica affettiva ha enfatizzato questo ruolo sin dall’inizio: non si è mai trattato di realizzare macchine che sembrassero “più emotive”; invece, si trattava di realizzare macchine più efficaci”[1].

Informatica affettiva: potenzialità e rischi

Queste considerazioni fanno intuire quali sconfinate possibilità e potenzialità si racchiudano all’interno dell’“Affective Computing”, ma anche quali enormi rischi connessi con l’utilizzo di app come Woebot. che non si limitano a rivelare emozioni umane, ma che hanno anche la possibilità di interagire in maniera dinamica e relazionale con l’essere umano.

Queste app potrebbero essere molto utili nella terapia per le diverse forma di autismo e potrebbero anche, essere utilizzate per dare alcuni servizi elementari di assistenza a persone che hanno problemi di mobilità, ma presentano due grossi rischi.

Il primo legato alla necessità di una tutela molto forte dei dati sensibili che vengono scambiati attraverso queste app, dati che devono essere molto più protetti dei pur sensibilissimi dati sanitari, perché riguardano la sfera emotiva ed emozionale degli individui. Il secondo rischio è che queste applicazioni, poiché sono basate sull’intelligenza artificiale, possano divergere dal loro utilizzo programmato e diventare potenzialmente molto pericolose. Infatti, potrebbero sviluppare dei bias che portano a rendere patologica l’interazione con gli esseri umani e, se in mano a soggetti deboli psicologicamente, potrebbero condizionare i loro comportamenti al punto da portarli a compiere gesti estremi. Un software emozionale potrebbe anche arrivare a consigliare il suicidio a una persona fortemente depressa e un software emozionale, opportunamente programmato, potrebbe anche trasformare un individuo psicologicamente debole in un serial killer.

Se, quindi, oggi i software emozionali che rilevano le emozioni e i comportamenti umani hanno una grande precisione e attendibilità, i software di relazione sono ancora molto rozzi e devono essere molto affinati prima di poterli utilmente e senza rischi utilizzare su larga scala.

  1. “Their studies have supported vital roles for emotion in many background processes: perception, decision-making, creativity, empathic understanding, memory, as well as in social interaction. Too many people, especially those who don’t know the latest literature on emotion, think that emotion is only there when it jumps up and grabs their attention. Like with a blizzard, they don’t notice the weather until it inconveniences them. But the latest findings suggest that emotion is always there, and usually it is helping regulate and bias processes in a helpful way, a way that contributes to intelligent functioning. Affective computing has emphasized such a role from its start: it has never been about making machines that would look “more emotional”; instead, it has been about making machines that would be more effective”
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