Sex worker o influencer? Cosa ci insegna il caso OnlyFans - Agenda Digitale

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Sex worker o influencer? Cosa ci insegna il caso OnlyFans

I cosiddetti sex worker possono essere considerati influencer? Pariamo dal caso OnlyFans per capire quali sono le differenze e perché oggi, sono proprio i social network a creare indirettamente un distinguo tra le due figure, stabilendo i tipi di contenuti leciti o meno sulle loro piattaforme

27 Ott 2021
Francesco Caroselli

Comitato Scientifico dell’Associazione Italiana Influencer

Flavio Genzano

Comitato Scientifico dell’Associazione Italiana Influencer

Nel caldo agosto 2021 una notizia, inizialmente avvertita come fuori dall’ordinario, sia perché apparsa nelle sezioni economiche di numerosi quotidiani sia per la notizia in sé ha colpito la nostra attenzione: la piattaforma OnlyFans annunciava che dal primo ottobre 2021 avrebbe vietato ogni tipo di contenuto sessualmente esplicito sui propri canali.

Senza entrare troppo nel dettaglio di questo mutamento nel modello di business, i gestori della piattaforma si limitavano a informare gli utenti e i creatori di contenuti che di lì a poco più di quaranta giorni avrebbero oscurato e non permesso la condivisione di materiale a carattere pornografico o comunque di nudo, suscitando una vigorosa insurrezione di tutte le star che da questa attività ne avevano sempre tratto un reddito, motivando il tutto con esigenze di natura organizzativa e inerente alle modalità dei pagamenti bancari (così in una nota ufficiale su Twitter del 21 agosto 2021).

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I fattori alla base del successo di OnlyFans

Il successo di OnlyFans è attribuibile in larga parte ai seguenti fattori:

  • la libertà consentita nella pubblicazione dei contenuti;
  • la relativa facilità con cui ci si può iscrivere e pubblicare sulla piattaforma;
  • la possibilità di ottenere un guadagno netto piuttosto alto per i creator, poiché la piattaforma trattiene soltanto il 20% degli importi versati dagli abbonati.

Per queste ragioni, un mutamento unilaterale degli obblighi negoziali assunti da parte dell’utente al momento della creazione dell’account e disciplinati da contratti, policy e regolamenti presenti sulla piattaforma, in questo caso specifico, è stato percepito come un netto irrigidimento delle “tolleranti” politiche aziendali previgentemente stabilite dalla Fenix International Limited (società proprietaria di OnlyFans) che, a partire dalla data di efficacia delle nuove clausole contrattuali, avrebbe potuto oscurare tutti i canali non ritenuti in linea con quest’ultime al pari di quanto avviene, ad esempio, su Youtube o Twitch.

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Una ulteriore premessa da cui non ci si può sottrarre è che OnlyFans non nasce come un social network specializzato nella diffusione di contenuti espliciti/pornografici, tant’è che chef, guru del fitness e musicisti la utilizzano abitualmente. Le sue policy “elastiche” hanno però canalizzato l’attenzione e determinato l’insorgere di una predominanza di utenti che pubblicano o cercano contenuti a sfondo erotico.

Il dietrofront

Ciò detto, i vari produttori di contenuti sessualmente espliciti (cosddetti sex worker) si sono scagliati logicamente contro la decisione del colosso britannico, tanto da incoraggiare personaggi noti come il rapper americano Tyga, al lancio di una propria piattaforma in stile OnlyFans, chiamata “myystar” e invitando tutti gli utenti che caricavano contenuti pornografici sulla piattaforma a trasferirsi su tale nascente social network. Ebbene, pochi giorni dopo OnlyFans (cfr. nota ufficiale su Twitter del 21 agosto 2021) ha informato i naviganti del clamoroso (e per molti orchestrato sin dall’origine) dietrofront circa il mutamento delle policy allora e tuttora vigenti.

Quanto accaduto ci porta a tutta una serie di considerazioni.

La prima, in ordine logico e cronologico, è sicuramente quella di aver acceso i riflettori su una piattaforma che forse ai più era ignota e sconosciuta, denunciando anche un fenomeno in ascesa che vede protagoniste per lo più giovani donne che per generare profitti ricorrono alla condivisione di contenuti sessualmente espliciti. Purtuttavia l’obiettivo del presente articolo non è sicuramente quello di denunciare/demonizzare tale fenomeno oramai consolidato e diffuso, anche prima di OnlyFans seppur in ambiti più manifesti e meno ingannevoli rispetto a detta piattaforma.

I sex worker possono essere considerati influencer?

Più che altro, ci si vuole concentrare su una seconda riflessione meno moralistica e condivisa dagli autori, vale a dire: i cosiddetti sex worker possono essere considerati influencer?

La domanda sorge spontanea giacché la poca conoscenza del tema induce a definire influencer tutti coloro che su una piattaforma o su un social network postano un qualsiasi tipo di contenuto seguito da un numero X di follower. Ad ogni buon conto, prima di rispondere al quesito è necessario fare l’ennesima premessa di cui ci scusiamo con chi legge, ma d’altronde il tema è professionalmente, sociologicamente e mediaticamente complesso.

Entrando nel merito della questione, a parere di chi scrive, quando ci si riferisce agli influencer s’intende una categoria di soggetti che “influenzano” lo stile di vita altrui, veicolando idee, contenuti artistici o expertise finalizzati a modificare/orientare il pensiero altrui a differenza di quanto avviene con i sex worker.

Di talché, la prima differenza, come è facile comprendere, risiede non tanto nel fine, che si potrebbe in entrambi i casi identificare nel legittimo sfruttamento della propria immagine al fine di trarne un vantaggio economico, ma semmai nei modelli comunicativi e contenutistici utilizzati. L’influencer utilizza la propria immagine per vendere un prodotto, mentre il sex worker è il prodotto. Questa, poi, è la principale ragione per cui nel primo caso entrano in gioco logiche etiche cui i brand non possono sottrarsi a differenza della seconda ipotesi che iniziando e rimanendo nella sfera personale del modello/attore pornografico è privo di vincoli, fermi quelli previsti dalla legge e dalla giurisprudenza (anche di rango costituzionale) che l’ha interpretata e secondo cui i contenuti per adulti (digitali e non) non devono essere indiscriminatamente aperti al pubblico, ma riservati solo ai consumatori (maggiorenni) che ne facciano richiesta.

È importante fare un appunto a noi stessi, bisogna distinguere in questo contesto i sex worker, intesi come creatori di contenuti a carattere pornografico, con coloro i quali lavorano con il sesso con un approccio di carattere clinico.

Un sessuologo che utilizzi i social media per diffondere le proprie conoscenze circa gli aspetti psicologici, medici e socioculturali della sessualità umana potrebbe essere facilmente assumere la veste di influencer e non può/deve essere accostato a chi realizza contenuti pornografici perché trattasi di mestieri completamente diversi.

Conclusioni

In definitiva, non è ciò che facciamo che ci definisce, semmai come lo si fa. Anche nell’erotismo può risiedere l’etica, il pudore e conta molto la visione che la società ha di chi di questo mondo ne fa una professione; e questo, per le aziende che commissionano le sponsorizzazioni, come per qualsiasi altro settore, condiziona la scelta dei soggetti che li dovranno rappresentare.

Sta di fatto che, a oggi, sono proprio i social network a creare indirettamente un distinguo tra sex worker e influencer, stabilendo i tipi di contenuti leciti o meno sulle loro piattaforme, creando un gap specifico, in questo caso, rispetto agli utenti attualmente attivi su OnlyFans.

A nostro modo di vedere, l’importante è saper distinguere gli ambiti perché “fare di tutta l’erba un fascio” non ha mai portato risultati positivi né portato un miglioramento del pensiero critico della società civile.

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