l'analisi

Sistemi economico-produttivi: i quattro gap che preoccupano gli esperti

L’epoca in cui viviamo, caratterizzata dalla transizione accelerata sul fronte tecnico-scientifico ed energetico-ambientale, presenta notevoli problemi e sfide. Per affrontarli occorre acquisire consapevolezza dei divari tra processi reali e modelli teorici: ecco i quattro gap principali

12 Dic 2019
Mauro Lombardi

Scienze per l’Economia e l’Impresa, Università di Firenze


Viviamo in un’epoca di transizione accelerata dal punto di vista tecnico-scientifico ed energetico-ambientale. Si profilano, dunque, problemi e sfide di grande rilevanza sia per i sistemi economico -produttivi sia per agenti individuali e collettivi (imprese, organizzazioni, Stati Nazionali).

Acquisire e diffondere la consapevolezza dei divari tra processi reali e modelli teorici prevalenti ad ogni livello è il primo passo essenziale per elaborare nuove ed efficaci strategie.

Riteniamo utile, quindi, proporre a tale scopo una riflessione su quattro gap esistenti tra un universo fisico-digitale, che tende ad evolvere trasformandosi in universo fisico-cibernetico, e la capacità di elaborazione strategica degli agenti socio-economici e politico-istituzionali.

Gap tra universo informativo ed elaborazione strategica di agenti individuali e collettivi

Herbert Simon, Premio Nobel per l’Economia e grande autore della “prima generazione” di Intelligenza Artificiale, ha nei suoi scritti più volte ribadito il punto di partenza della sua visione, ovvero l’esistenza di un “C-D gap” nei processi decisionali degli agenti economici: divario tra la competence (C) e il contesto della decisione (D), spesso caratterizzato dalle seguenti caratteristiche:

  • un numero elevato di variabili da prendere in considerazione, tali per cui le interdipendenze tra di esse rendono la scelta di un’azione da intraprendere al di là delle capacità umane di calcolo.
  • Incompletezza e parzialità delle conoscenze rispetto ai problemi anche in casi di un ridotto numero di variabili (ill-structured problems).
  • Limitatezza delle capacità computazionali dei decisori, che devono continuamente elaborare informazioni, dato l’incessante riprodursi del C-D gap.

Di qui il frame teorico dello stesso Simon, che ha proposto il paradigma della “razionalità limitata”, il quale si basa paradossalmente su maggiore e non minore razionalità, in quanto i processi decisionali devono essere potenziati nell’acquisire ed elaborare informazioni proprio per ridurre il gap. Il punto di partenza deve allora essere la consapevolezza che, in assenza di informazione perfetta e completa, non sia possibile –tranne in rari casi- effettuare scelte ottimali, ma bisogna scegliere razionalmente mediante valide procedure di ricerca, denominate euristiche. Sulla base di un’informazione limitata e della consapevolezza della situazione decisionale si possono perseguire obiettivi soddisfacenti, ancorati ad un “livello di aspirazione” e modificati in relazione all’acquisizione di nuovi segnali e alla capacità di information processing conseguente a strategie di ricerca efficaci. Si può dire che con Simon siamo entrati nell’era della razionalità adattativa e il richiamo al suo filone di ricerca teorica ed operativa può essere molto utile per comprendere l’era in cui ci troviamo, caratterizzata da una serie di fenomeni rilevanti: 1) accelerazione innovativa, nel senso che la produzione di innovazioni appare a molti studiosi (non tutti) molto più intenso che in passato. C’è un evidente esplosione della potenza computazionale, se si pensa all’enorme divario tra quella del primo ENIAVAC e quella dei nostri smartphone. Grazie a questo poderoso aumento è oggi possibile progettare nuovi materiali partendo dal livello atomico e sub-atomico (genomica dei materiali), intervenire con tecniche di editing genetico sul DNA umano (CRISPR_Cas9, poche settimane or sono potenziata negli USA), profilare aggregati sociali e simultaneamente milioni di singoli individui per finalità di produzione e consumo.

Siamo di fronte ad un contesto globale che possiamo definire fisico-cibernetico, in quanto elevati processi di elaborazione delle informazioni interagiscono con -e influenzano- i processi fisici, creando le condizioni per l’auto-organizzazione di interessi su basi internazionali.

Un siffatto scenario genera enormi sfide per l’elaborazione strategica di individui, organizzazioni, Stati Nazionali e federali. Risulta evidente, infatti, che occorre ridefinire obiettivi generali e specifici in un orizzonte in continua e accelerata evoluzione nel breve e nel lungo periodo, alla luce di novità spesso non previste e non prevedibili. L’implicazione logica di ciò è la necessità di cambiare modelli mentali, anche se di successo nel passato più e meno recente, adottando inevitabilmente un approccio da “sistema aperto”, incentrato sulla consapevolezza che si è inseriti in una rete di interdipendenze tra entità che operano in domini conoscitivi differenti e fortemente dinamici. Imprese, organizzazioni e individui abituati alla validità decennale delle proprie competenze devono fronteggiare sfide di non poco conto: l’updating continuo, talvolta la trasformazione radicale del proprio modo di pensare e operare implica un salto logico-operativo non agevole da compiere. Essi si trovano spesso di fronte al C-D gap di Simon elevato all’ennesima potenza, ove si pensi che questa problematica emerge in una situazione di incertezza tale da spingere anche a fenomeni di chiusura mentale o attaccamento al passato (cosiddetto lock-in cognitivo).

Discontinuità nell’evoluzione delle competenze e dei modelli mentali da adottare, incertezza derivante da una frontiera tecnico-scientifica in continuo movimento, possono generare inadeguatezza di consolidati modelli manageriali auto-centrati, orientati alla redditività di breve periodo, poco inclini alla riflessione sugli scenari di cambiamento. Su queste premesse è logico ipotizzare che un apparato socio-economico (pubblico e privato), improntato ad una cultura non dinamica, vada giocoforza incontro ad un deficit di elaborazione strategica in un universo fisico-informativo che al tempo si trasforma e sembra espandersi senza limiti, che tendono invece a permanere negli operatori.

Divario tra potenzialità e attitudini alla loro valorizzazione su nuove basi

L’intensità e l’estensione dei processi di trasformazione in atto sono tali che è inevitabile il determinarsi di estreme differenziazioni tra agenti di varia natura ed entità nel comprendere e reagire ai mutamenti epocali. Sono destinati, infatti, a cambiare leadership politico-strategiche e tecno-economiche, come altre volte è accaduto nella storia umana, ma con la differenza che oggi l’orizzonte di azione degli agenti è immediatamente globale.

Lasciando da parte alcuni temi, che saranno introdotti nel quarto punto, ci soffermiamo su aspetti interni ai singoli Paesi, ovviamente con particolare riferimento all’Italia. Dato lo scenario descritto in precedenza, è logico dedurre che, come si sta già verificando in molte realtà internazionali, i vari strati sociali avranno una capacità adattativa differenziale rispetto ai cambiamenti in atto. In breve, è probabile la creazione di forti asimmetrie culturali, sociali ed economiche in base alla capacità di interpretare i segnali della discontinuità e quindi di orientarsi con disegni efficaci nelle traiettorie emergenti in uno spazio fisico-informativo globale, che chiamiamo fisico-cibernetico.

L’adattatività differenziale, connessa a cammini storici differenti, può produrre molteplici traiettorie evolutive, difficilmente prevedibili o per lo meno non giudicabili ponendosi da un solo punto di vista. Va tenuto peraltro presente che anche attività, tradizionalmente ritenute maggiormente al riparo dalla dinamica innovativa, saranno coinvolte e dovranno trasformarsi: dal falegname al tassista, dall’avvocato all’architetto, dal professore all’operaio edile, all’agricoltore e al commerciante, per non parlare di tutta l’industria manifatturiera, in progressiva trasformazione verso una manipolazione fisica dei materiali sempre più indiretta dal punto di vista umano. In un futuro non lontano, infatti, gli esseri umani diranno alle macchine -in un linguaggio-macchina sempre più vicino a quello umano- quali e quante lavorazioni effettuare e secondo precise modalità, nel senso che gli umani svolgeranno funzioni di innesco e controllo generale dei processi fisici, eseguiti da agenti artificiali con sembianze umane. Attenzione, però, alla “semantica seduttiva”, termine coniato nel 1992 da James Bezdek, computer scientist dell’Università di Melbourne, per indicare “parole e frasi che, interpretate in contesti ordinari e non scientifici, assegnano alle performance di un algoritmo o di un’architettura computazionale un significato che va ben al di là dell’evidenza teorica ed empirica disponibile” (Bezdek, 2016: 8). Avviene così che nel riferirsi a tecniche di Intelligenza Artificiale si tende ad accentuare il primo termine rispetto al secondo, esagerando la portata delle innovazioni e soprattutto diffondendo in tal modo una percezione alterata dei processi in atto, quindi influenzando negativamente gli orientamenti tecnico-culturali e i meccanismi decisionali.

Comunque sia, bisogna evitare un potenziale equivoco: il lavoro umano non sparisce, è la manipolazione fisica su grande scala che si riduce tendenzialmente al minimo, con un numero relativamente contenuto di umani che svolgono funzioni di carattere più elevato e il rischio che attività residuali e di minore qualità, affidate in ogni caso ad altri umani, divengano assolutamente marginali, con l’esito finale di una polarizzazione socio-economica molto accentuata. Si veda quanto sta accadendo in California, dove migliaia di famiglie di persone con occupazioni full-time vivono nei ricchi Boulevard in roulotte e si avvalgono di altri mezzi di fortuna.

Questa segmentazione, che in termini generali possiamo definire qualitativo-funzionale, interesserà quasi tutte le attività e sarà unita a una profonda trasformazione dei modelli di organizzazione dei settori produttivi, delle imprese e delle organizzazioni in genere. Sarà sempre più importante la capacità di aggregarsi sulla base di collaborazioni strategiche di filiera e non di rado tra più filiere, dal momento che le competenze necessarie nello scenario descritto saranno spesso di valenza trasversale (cross-sectoral). Per le imprese del nostro Paese non sarà facile cambiare orizzonti strategico-operativi individuali, ed è quindi probabile che si assista ad un significativo processo di selezione, come è già in gran parte avvenuto nei grandi complessi produttivi dell’industria della moda, la cui ristrutturazione economico-finanziaria e tecno-economica ha prodotto radicali cambiamenti societari e di governance.

Analoghi processi stanno verificandosi un po’ in tutti gli altri settori produttivi. L’Italia corre un rischio elevato: non bisogna avere il timore di affermare, è anzi doveroso farlo, che l’Italia corre il rischio di vedere depauperato il suo enorme potenziale di varietà produttiva sia nell’agricoltura che nell’industria e nei servizi. La conseguenza finale potrebbe essere quella di vedere accentuate ed estese le asimmetrie retributive, di ricchezza, sociali e territoriali, dal momento che determinate aree economico-territoriali faranno fatica a trasformare nuclei di competenze e strategie in un orizzonte in continua e profonda trasformazione. Non si può trascurare un ulteriore elemento di prospettiva: la frammentazione socio-economica conseguente al mancato superamento o alla lenta riduzione del gap potenzialità e loro valorizzazione su nuove basi può erodere uno degli elementi basilari dei nostri sistemi di piccola impresa: la coesione sociale, con rischi evidenti per la tenuta delle Istituzioni, se alcuni capisaldi culturali ed economico-produttivi non sono immediatamente sostituiti da una visione accurata di nuovi valori fondanti e inseriti in uno scenario di sviluppo su nuove basi.

Gap tra sfera politico-istituzionale e mondo fisico-cibernetico

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Il dinamismo fisico-digitale crea incessantemente quelli che sono stati definiti wicked problems (problemi inestricabili). Essi sono impossibili da risolvere in modo lineare e privo di ambiguità per 10 motivi, alcuni dei quali sono qui indicati:

  • non è possibile definirli in modo univoco.
  • Non è data una regola che indichi la soluzione definitiva.
  • Non vi è un test immediato e ultimativo per definire una soluzione ordinaria, magari con un’operazione “one-shot”.

Si pensi al governo delle città, che tendono sempre più a configurarsi come sistemi socio-tecnici complessi, i quali richiedono l’impiego di una serie molto ampia di tecnologie per il governo di un insieme di flussi variabili di persone, mezzi di trasporto, oggetti e informazioni. Tutto questo genera, a livello di sistemi urbani e più in generale a livello nazionale e oltre, differenti tipologie di problemi:

  • la raccolta e la gestione di dati per prendere decisioni deve essere ricca, affidabile e il più possibile esente da errori e confusioni.
  • La capacità di risposta agli eventi e ai processi di cambiamento deve essere rapida, efficace e consapevole degli effetti possibili di medio-lungo termine.
  • Occorre assicurare la sicurezza della massa enorme di dati e al tempo stesso rispettare garanzie di privacy, corretti metodi di aggregazione degli stessi oltre che di trasparenza decisionale in contesti che cambiano di continuo e le soluzioni consolidate sono di breve durata.
  • La capacità razionale di adattarsi deve tenere conto di orizzonti decisionali di medio-lungo termine, altrimenti il management di un sistema complesso corre seri pericoli di incorrere in dinamiche schizofreniche.
  • I tentativi di coniugare scelte tecno-economiche che si sviluppano in un arco temporale prolungato possono entrare in contraddizione con l’orizzonte decisionale proprio della sfera politica, che molto spesso è collegata a scadenze elettorali più ravvicinate.

E’ chiaro che, al di là degli aspetti indicati, vi sono fattori basilari, inerenti alla struttura e composizione dell’apparato pubblico.

Ci riferiamo al fatto che inevitabilmente le organizzazioni burocratiche (in senso weberiano) hanno principi costitutivi propri: autonomia, attribuzioni di competenze e responsabilità criteri e processi decisionali basati su regole più stabili nel tempo e meno ancorate a criteri di pura efficienza. E’ pertanto comprensibile che si crei uno iato, di conseguenza un divario crescente, tra procedure burocratico-istituzionali e l’esigenza di procedure adattative agili e rapide, appropriate per affrontare le sfide poste dalla dinamica tecno-economica.

Risulta d’altronde intrinsecamente rischioso il processo di updating strategico-operativo all’interno del settore pubblico, che è in Italia denso di norme di regolamenti, i quali spesso si sovrappongono come sedimentazioni geologiche.

Il divario può tendere ad aumentare con l’insorgenza di conflitti di competenze, rivalità e sovrapposizioni di poteri, il che è particolarmente deleterio in un’epoca nel corso della quale, oltre alla dinamica innovativa endogena al sistema economico, diviene cruciale lo sviluppo di partnership strategico-progettuali su grandi temi e traiettorie di sviluppo su nuove basi.

Bisogna inoltre osservare che in fasi come quella odierna, mentre le grandi imprese si caratterizzano sempre più come network globali con appropriati strumenti di analisi e relazioni strategiche, il tessuto produttivo distribuito incontra maggiori difficoltà nello sviluppare autonomamente analisi di scenario e studi delle dinamiche strutturali. L’azione congiunta pubblico-privato (Centri di Ricerca, Associazioni di imprese, Soggetti Istituzionali) dovrebbe quindi supplire a tale carenze, ma è a questo punto che può manifestarsi il divario tra propensioni e attitudini del sfera pubblica, da un lato, e le sfide generate dalla dinamica globale.

Il divario è poi accentuato dalla discrasia tra competenze possedute e quelle necessarie per innovare i contenuti e l’organizzazione del processo decisionale. Di qui deriva un quadro contraddittorio simultaneamente a livello internazionale, nazionale e a scala più ridotta. Anche in questo caso l’adattatività differenziale rispetto allo scenario evolutivo generale può dipendere da vari fattori: poiché gli apparati burocratici e la cultura su cui si basano non sono omogenei, è molto probabile che si creino asimmetrie nella capacità di risposta alle sfide, con l’esito finale di produrre alterazioni profonde nei tessuti economico-produttivi e sociali.

Gli effetti sul terreno politico istituzionale possono di conseguenza essere imprevedibili e non congruenti con le traiettorie di mutamento.

L’incertezza, le sfasature culturali e manageriali sono destinate a originare anche in questo caso un deficit di elaborazione strategica, quindi rischi per intere collettività, a meno che il potere pubblico non riesca a creare condizioni idonee per una funzione propulsiva. Questa prospettiva è però difficile da realizzare, in quanto si rafforza il rischio di fondo di un indebolimento della leadership politico-istituzionale, innescando circuiti viziosi non facilmente superabili. Esiste anzi la concreta possibilità che gli agenti socio-economici tentino automaticamente di far ricorso a vere e proprie scorciatoie strategiche, quali visioni dicotomiche della realtà e alleanze spurie con forze i cui motivi ispiratori non sono tanto lo sviluppo del sistema nel suo complesso, quanto quello del proprio “sistema di interessi”. In tale orizzonte diventano elevati i pericoli di degrado socio-economico e di implosione della governance a molti livelli, quindi l’affermarsi di forme surrettizie di potere.

Gap di potere decisionale tra differenti sfere socio-economiche nell’era delle hyperstructures

La “nuvola informativa” che circonda e pervade il mondo nel XXI secolo genera processi endogeni di auto-organizzazione a livello sovranazionale degli interessi economico-produttivi e finanziari, delle tendenze culturali, delle aggregazioni socio-politiche. Le ragioni di questi processi sono piuttosto evidenti: l’esistenza di flussi informativi globali porta alla formazione di reti associative orientate da “affinità elettive”: similarità e complementarità di prospettive, meccanismi attrattivi nello spazio globale della conoscenza, persistenza di tradizioni culturali consolidate nelle relazioni tra comunità, convergenze nella ricerca del profitto. Dato che però lo spazio competitivo è l’economia globale e siccome le ICT e la crescita enorme della potenza computazionale creano la disponibilità di un armamentario sempre più potente, le pressioni selettive spingono inevitabilmente verso dinamiche associative sovra-nazionali. Emergono pertanto soggetti in grado di elaborare strategie con un orizzonte alla scala più ampia possibile, da cui non è possibile prescindere in alcun modo.

Ecco dunque emergere quelli che in un precedente contributo abbiamo indicato come hyperstructures che, a partire soprattutto da mondo digitale, diventano protagonisti indiscussi dell’universo fisico-cibernetico, con un’asimmetria evidente in termini di poteri di controllo e influenza socio-economica rispetto al resto del mondo produttivo e agli stessi Stati nazionali, la cui sfera di azione è ovviamente limitata sia dal punto di vista territoriale, sia sul piano delle possibilità di rispondere a strategie globalizzate. E’ del tutto logico ritenere che la sfida oggettiva agli ambiti di influenza della politica tradizionale investano una serie di dimensioni (economica, sociale-politica, etico-culturale), modificano culture nazionali derivanti da percorsi storici di lunga data, caratterizzati da grandi conflitti ai quali sono seguite conquiste intellettuali decisive. Lo iato progressivamente sempre più ampio tra potere regolatore statuale, anche in forma federale o confederale, e la forza strategica delle hyperstructures è destinata a causare problemi enormi per le società, i cui tradizionali tessuti connettivi (valori, culture, processi decisionali) possono essere indeboliti in modo consistente. Si pensi a cosa sta accadendo in termini di apparati produttivi, modelli di consumo, politiche economiche e finanziarie influenzate da fattori non del tutto trasparenti, evoluzione delle regole di funzionamento dei mercati (lavoro, sanità, ambiente). Gli esempi in merito sono molto numerosi anche per quanto riguarda il nostro Paese ed è chiaro che in questo scenario possano venir meno i tradizionali schemi di riferimento, cui consegue il progressivo dissolversi di modelli di vita e di lavoro consolidatisi attraverso vicende molto tormentate come quelle che hanno costellato il XX secolo.

L’implicazione logica di quello che possiamo chiamare “disorientamento” è l’indebolimento dei meccanismi alla base della fiducia, elemento fondante della società capitalistica, test su cui convergono sia sostenitori che critici dello stesso capitalismo. Incertezza, disorientamento, perdita di fiducia si diffondono mentre i fondamenti della sovranità nazionale, che sembra perdere di senso a livello nazionale, sono messi in discussione anche a scala molto più ampia. Studi importanti di neuroscienze, scienze cognitive e intelligenza artificiale insegnano che la mente umana ha la necessità di schemi di riferimento sufficientemente stabili: si pensi ai “modelli mentali” di Jonhson-Laird (1988), alla categorizzazione percettiva di Lakoff (1988) e Edelman (1992), ai frames di Minsky (1989), per citare solo alcuni.

La nostra analisi può apparire pessimistica, ma così non è, perché la consapevolezza dell’esistenza dei problemi, piccoli o grandi che siano, è il primo passo per cercare di risolverli. La questione più importante oggi è, a nostro parere, come far sì che questa consapevolezza sia diffusa, al fine di evitare un grande pericolo, cioè quello che nella mente degli esseri umani i processi decisionali siano alterati e distorti da insicurezze e paure ancestrali, che emergono da quel mondo infinito del subliminale, descritto da Mlodinov (2012) come lo spazio emotivo-concettuale continuamente incrementato nella nostra mente dall’affluire in ogni istante di quantità di informazioni che non possiamo controllare coscientemente. Esse vanno a costituire un serbatoio di componenti il cui riemergere improvviso alla parte cosciente è innescato da eventi e processi esterni, al di fuori di meccanismi di controllo della mente cosciente stessa.

A tutto questo va aggiunto che il fatto che un aspetto connesso alla descritta situazione è la debolezza delle leadership, causata da una serie di elementi:

  • Il divario tra competenze possedute per formazione e quelle richieste dalla dinamica tecno-economica. Diviene quindi concreto il pericolo di scelte strategiche errate o comunque non all’altezza dei problemi.
  • E’ consistente la probabilità che le asimmetrie precedentemente indicate portino alla subordinazione politico-culturale, innescando circuiti viziosi a livello nazionale e internazionale.
  • Scelte strategiche non appropriate possono portare a ritardi e distorsione nel processo di riflessione individuale e collettivo in merito ai problemi e alle sfide complesse cui siamo, proprio quando c’è bisogno di maggiore intelligenza individuale e collettiva (su questo tema torneremo in futuro).
  • E’ umanamente comprensibile, ma non accettabile che incertezza e disorientamento rendano più vigorose le tentazioni di scorciatoie politico-culturali e quindi la loro attrattività.

L’evoluzione di lungo periodo dipende dalla nostra capacità di riflessione, alimentata da una sempre maggiore e sistematica conoscenza – a livello individuale e collettivo- dei processi in atto. Non esiste altra alternativa.

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Riferimenti

Bezdek J.C., 2016, “Computational Intelligence. What is in a Name”, IEEE Systems, Man, & Cybernetics Magazine, pp. 4-14.

Edelman G.M., 1992, Sulla materia della mente, Adelphi,

Johson-Laird P.N., 1988, Modelli Mentali, Il Mulino

Lakoff G.., 1987, Women, Fire, and Dangerous Things. What Categories Reveal about the Mind, The University Chicago Press.

Minsky M., 1989, La società della mente, Adelphi

Mlodinov L., 2012, Subliminal. How Our Unconscious Mind Rules Our Behavior, Pantheon Books

Rittel H., Webber M., 1973. “Dilemmas in a General Theory of Planning”. Policy Sciences, Vol. 4, pp. 155-169. Elsevier Scientific Publishing Company, Inc: Amsterdam.

Simon H.A., 1956, “Rational Choice and The Structure of the Environment”, Psychological Review Vol. 63, No. 2, 1229-138.

Simon H.A., 1984, “On the Behavioral and Rational Foundations of Economic Dynamics”, Journal of Economic Behavior and Organization, 5, 35-55.

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