pulsioni digitali

Social e gestione dell’identità, tutti i rischi dell’ossessione per la visibilità

La gestione dell’identità digitale attraverso i social network si sta trasformando, per tutti, in una forma di pulsione alla visibilità compulsiva e autoimposta in cui i confini tra pubblico e privato, online e offline sono sempre più indefinibili. Ecco dove ci sta portando

29 Mar 2019
Nicola Strizzolo

docente sociologo Università di Udine


Secondo molti studiosi, la frequentazione assidua di Facebook ci sta drammaticamente conducendo a una vera e propria ossessione collettiva per la gestione dell’identità personale.

Cosa comporta questa ossessione e quali sono le conseguenze, in particolare sugli adolescenti proveremo a spiegarlo attraverso il pensiero di sociologi, filosofi, antropologi e psichiatri infantili ma partendo da un recente episodio occorso durante un reality show.

Pubblico e privato, ha ragione Corona?

Mai mi sarei aspettato di scrivere di Fabrizio Corona in un articolo, tanto meno, in maniera ipotetica, di dargli ragione.

Eppure, tocca una questione della società che potremo definire spettacolarizzata o del reality diffuso: «…se accetti di partecipare a un reality, devi accettare tutto quello che viene pubblicato…».

La citazione è parte della premessa ad una triste verità personale che viene, scenicamente, svelata ad un anziano cantante.

Pone di fatto una questione importante: per chi vuole essere famoso, dove inizia la sfera pubblica e finisce quella privata? Quando finisce il personaggio pubblico e dove inizia quello privato?

In una società dove i media hanno un’invasività diffusa si potrebbe rispondere che non c’è spazio per il privato, per chi vuol essere famoso, o chi, suo malgrado, si trova ad esserlo.

Fu Meyorwitz, in No sense of place, a spiegare come i potentissimi media elettronici e analogici avessero abbattuto il muro della vita privata di coloro che detenevano il potere e l’autorità, mostrando al pubblico che in fondo erano come loro, se non peggio di loro: fu questo a concausare il crollo dell’autorità dei genitori, la perdita di credibilità della politica e la lotta femminista.

Social network e identità digitale

Ed oggi, per chi vetrinizza la sua esistenza nei social, dove finisce il suo ambito pubblico e inizia quello privato?

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Anche questo confine è difficile da sostenere per chi fa pratica di identità nei social. Su questo indaga la ricerca Fenomenologia dei Social Network (Boccia Artieri et al. 2017).

Nel volume viene riportato come gli individui fanno esperienza dell’offline e dell’online, del privato e del pubblico, di una «intimità costruita su rapporti di mondo vs. rapporti superficiali con chi appartiene al mondo lontano» (Ivi 21), senza apparenti distinzioni di senso.

La coalescenza e i suoi effetti

E questo avverrebbe nella forma di coalescenza, ovvero:

[…] si può dire che la stessa immagine attuale ha un’immagine virtuale che le corrisponde come un doppio o un riflesso. In termini bergsoniani, l’oggetto reale si riflette in un’immagine allo specchio come nell’oggetto virtuale che, a sua volta, e contemporaneamente, avvolge o riflette il reale: fra i due vi è ‘coalescenza’ (Deleuze 1985 82 in Boccia Artieri et al. 21-22).

Dire che in «Facebook mondo vicino/mondo lontano, online/offline, pubblico/privato sono coalescenti» (Ivi 22) corrisponde a rappresentare «i termini di ogni diade […] inestricabilmente connessi» (Ibidem), specchio l’uno dell’altro, che si si formano reciprocamente.

Così i mondi dentro e fuori la rete tendono a legarsi inestricabilmente, a co-dipendere: «pur nella loro natura differente, tendono a con-fluire come due correnti di senso contrario, discoste ma per qualche via indiscernibili, distinte analiticamente, ma non pragmaticamente» (Ivi 32).

Gli effetti si traducono sia nella costruzione di categorie ibride tra l’intimità e la distanza, tra pubblico e privato, con conseguenze concrete, ma anche imprevedibili, nell’offline di ciò che si comunica online.

Uno degli effetti della coalescenza, a fronte della produzione sterminata di contenuti nei social da parte degli utenti, è un «processo di estimità» (Tisseron 2011; Greco, 2014; in Boccia Artieri et al. 2017 46) che elide il rapporto intimità-identità: la condivisione e la validazione del pubblico (Tisseron, 2003) dà valore e senso alla produzione dei «frammenti comunicativi di sè» (Boccia Artieri et al. 2017 46).

La pulsione neoliberale alla visibilità

Questo rapporto tra visibilità e socialità, «ineludibile presupposto per interpretare le pratiche relative a un ambiente come Facebook» (Ivi 55), comporta dinamiche di scelta che vengono orientate da una pulsione neoliberale alla visibilità: Facebook richiede agli utenti di gestire sé stessi come un agglomerato flessibile di abilità e competenze, di gusti e attitudini da mostrare selettivamente e che vanno continuamente mantenuti e sviluppati in relazione alla rete social dei propri contatti. E lo fa garantendo una distanza riflessiva che consente tale modalità neoliberale self-management, attraverso una gestione strategica dei propri rapporti e della visibilità dei contenuti (Gershon, 2001, p. 867; Ivi 56-57) […]

I siti di social network sono […] ambienti altamente controllati che consentono agli utenti di sfruttare le opportunità della comunicazione asincrona per avere pieno potere sulle forme di presentazione del Sé (Buffardi, Campbell, 2008) nell’ottica neoliberale […] . Il paradosso di Facebook risiede nell’invito a essere autenticamente se stessi, non rinunciando tuttavia a costruire in maniera oculata un’immagine positiva e attrattiva che possa essere vista, accettata e consumata dagli altri (Ivi 124).

Social, visibilità e adolescenza

Quando questa pulsione neoliberale alla visibilità ci segue anche nei più reconditi anfratti, avviene quello che Meyorowitz aveva descritto per i personaggi pubblici: sparisce un retroscena, dove poter calare la rappresentazione e riprenderci dallo stress performativo. E questo avviene in maniera autoimposta, compulsiva potremmo dire, piuttosto che per gli agguati di Corona.

L’articolo del Guardian, Death of the private self: how fifteen years of Facebook changed the human condition (John Harris), mette in luce come questo comporta uno stress, in particolar modo per quella fase, l’adolescenza, dove il giovane ricorre a pratiche identitarie al di fuori della famiglia per scoprire sé stesso, per raggiungere un’autonomia dalla famiglia, che difficilmente è in grado di riconoscerlo per quello che lui sente di essere diventato o vorrebbe essere.

L’autore dell’articolo immagina l’ansia di essere eternamente connessi e di dover dar prova di sé alla comunità di teenager, alla scomparsa di momenti di solitudine o di concentrazione, alla fruizione di spettacoli artistici che possono parlare ad una parte profonda di noi stessi, sempre distratti dal display.

Dipendenza da Facebook e depressione

Su questo, diversi studi sulla dipendenza da Facebook, evidenziano come queste sia correlata a disagio verso sé stessi fino a forme di depressione e perdita di concentrazione e di capacità relazionali in presenza.

Bisogna però evidenziare come Facebook sia sempre meno utilizzato dai giovani, che convergono su Instagram (sempre di Zuckerberg), ma che anche il passaggio dall’adolescenza all’età adulta si allunga, per cui, se non più dei teenager, rimane per sempre uno strumento che offre possibilità di esprimere una prolungata e pervasiva adolescenza adulta, senza scampo, neanche nel privato.

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