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disinformazione online

Social media e manipolazione di massa, le leggi sono rotte: come salvare la democrazia?

L’alterazione del consenso elettorale a colpi di propaganda e fake news social è la morte della democrazia e l’inizio di un nuovo totalitarismo tecnologico molto pericoloso. A poco o nulla sono valsi i rimedi proposti dai social, mentre le norme italiane (vedi par condicio) sono obsolete. Come rimediare?

29 Mag 2019

Domenico Marino

Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria


Il meccanismo di scelta democratica è messo fortemente a rischio dalla facilità con cui nell’era dei social e del digitale si può manipolare l’opinione pubblica grazie alla pubblicità online micro-targettizzata con la forza dei big data, pagata con modalità ancora poco trasparenti rispetto all’identità dei soggetti coinvolti; fino ad arrivare alla possibilità di trasmettere e veicolare hate speech di propagandafake news che possono distorcere la percezione della realtà e, quindi, orientare il consenso a favore di uno schieramento politico, piuttosto che di un altro.

Una vera e propria emergenza democratica, verso cui cresce la consapevolezza – negli Usa e in Europa – che servano interventi pubblici più forti e mirati.

Finora infatti a poco sono serviti i rimedi attivati dai social (più di facciata che volti a risolvere davvero il problema) e anche le Autorità italiane hanno potuto fare ben poco: forse sarebbe l’ora di istituire una apposita Autorità garante per il digitale. Ma non è questo l’unico modo di affrontare il problema. Serve anche una maggiore educazione della popolazione.

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Sulle fake news e le distorsioni della comunicazione ha concentrato la sua attenzione anche Papa Francesco in due messaggi rivolti ai giornalisti:

“No al cibo avariato delle fake news”.

“Operare secondo verità e giustizia, affinché la comunicazione sia davvero strumento per costruire, non per distruggere; per incontrarsi, non per scontrarsi; per dialogare, non per monologare; per orientare, non per disorientare; per capirsi, non per fraintendersi; per camminare in pace, non per seminare odio; per dare voce a chi non ha voce, non per fare da megafono a chi urla più forte”.

Mass media e manipolazione della realtà

Il problema della manipolazione della realtà da parte dei mass media è stato un problema che tutte le democrazie moderne hanno affrontato e risolto in maniera efficiente. Leggi sulle concentrazioni e sul conflitto di interesse da un lato e regole di par condicio in corrispondenza di consultazioni elettorali sono state delle misure che hanno consentito un corretto esercizio dei diritti elettorali, anche in presenza di situazioni di forte concentrazione del potere mass-mediatico in poche mani.

Tuttavia, il sistema delle regole a tutela del libero esercizio dei diritti democratici non si è adeguato al mutare degli strumenti e oggi ci troviamo ad affrontare una situazione nuova e pericolosa con strumenti vecchi ed inadeguati.

Par condicio nell’era social, Morcellini: “Serve una legge al passo coi tempi”

Le ormai obsolete norme della par condicio sono del tutto inefficaci ad assicurare un corretto svolgimento, dal punto di vista delle garanzie informative, delle campagne elettorali. Il mondo dei social che catalizza una parte sempre più importante e sicuramente maggioritaria degli scambi informativi rimane sostanzialmente fuori da questa normativa.

L’amplificazione dei messaggi via social

In aggiunta a questo lo strumento dei social presenta delle caratteristiche che permettono una moltiplicazione esponenziale della capacità di produrre e veicolare messaggi anche in maniera mirata e con costi sostanzialmente nulli.

Ciascuno di noi con un semplice account social, una mail e WhatsApp può, teoricamente e a costo zero, contattare in poco meno di un’ora l’intera popolazione italiana, trasmettendo un particolare messaggio. La forza dei social sta poi nella capacità di moltiplicazione dei messaggi, per cui ognuno dei nodi questa rete può a sua volta contattare l’intera popolazione italiana. Come vedete nel giro di poco tempo un semplice messaggio può essere fatto circolare centinaia di miliardi di volte.

Se esiste una possibilità tecnologica questa possibilità viene ovviamente sfruttata da qualcuno ed è così che nascono le reti specializzate nel rendere virali messaggi. Il solo vincolo a questa capacità di veicolazione di messaggi è il possesso dei dati, ma nell’epoca dei big data questo non è un vincolo stringente. La possibilità, quindi, se si è in possesso di una quantità sufficiente di dati di diffondere in brevissimo tempo notizie, non importa se vere o false, diventa un potere enorme che oggi molti stanno usando con fini più o meno nobili.

Sono ormai provate le relazioni esistenti fra siti che amplificano messaggi politici e fake news e partiti o candidati alle elezioni. Il caso di Cambridge Analytica ha reso evidente queste pratiche e ha in una certa misura costretto anche i social ad una maggiore responsabilità, sia nella custodia e nella tutela dei dati personali, sia nel controllo delle fake news.

Da diversi mesi i maggiori gestori social hanno cominciato ad inserire dei granelli di sabbia in questo meccanismo ben oliato limitando, ad esempio, le capacità di viralizzazione dei singoli nodi e passando a misure più drastiche come la chiusura di siti segnalati come produttori di fake news.

L’ultimo rapporto di Facebook parla di 2 miliardi di account falsi chiusi nei primi tre mesi del 2019, quasi il doppio rispetto ai primi tre mesi del 2018 – grazie a maggiori forze investite e ad algoritmi di controllo più efficienti; e che circa 120 milioni (5%) degli account sono falsi.

Ma il timore è che queste misure siano solo un rimedio sintomatico che non riesce a curare la vera patologia. Significativa a questo proposito l’intervista di Recode all’ex responsabile della sicurezza di Facebook (cacciato per il caso Cambridge Analytica), Alex Stamos, secondo cui il problema è la capacità di influenzare le masse con pubblicità molto mirata e opaca nei finanziamenti (al punto che questi potrebbero anche essere guidati da “miliardari americani” intenzionati a dettare così la propria agenda politica; errato discutere solo di influenza russa).

A questo si somma il fatto che la finanza premia le strategie utili ad aumentare i profitti, a prescindere dal modo più o meno etico o socialmente utile di agire.

Secondo Stamos una soluzione non sarebbe nemmeno lo splitting della società, come ventilato da alcuni, ma bisognerebbe cambiare le leggi negli Stati Uniti in modo da dare più controllo agli utenti e rendere più accountable, pubblicamente, le aziende il cui agire ha un forte impatto sociale.

Possibili soluzioni al problema

Per affrontare questo problema complesso occorre che i singoli governi elaborino una strategia ben strutturata ed incisiva. In Italia, ad esempio, le competenze per affrontare problemi di questo genere sono divise fra tre agenzie, l’Agcom, l’Autorità Garante della Privacy e l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che non riescono ad essere incisive perché ognuna di esse può affrontare solo una parte del problema.

E’ giunto probabilmente il momento di creare una Autorità garante del digitale che abbia competenze e poteri adatti per assicurare un corretto utilizzo dei social e dei big dati e possa impedire abusi, sia nell’utilizzo dei dati personali, sia nella veicolazione di fake news, sia nella concentrazione di potere di mercato dovuto a monopolio informativo.

Senza un’Autorità  di questo tipo il mondo dei social rischia sempre di più di trasformarsi in un far west in cui sarà sempre più difficile per il singolo utente distinguere fra verità e inganni, fra notizie vere e notizie false e si lascerà libero il campo al potere manipolatorio di poche oligarchie che a quel punto potranno completamente svuotare di significato il meccanismo basilare del sistema democratico che è il voto libero e responsabile.

Un primo passo, seppur ancora parziale, in questo senso può essere costituito dalla Delibera n. 157/19/CONS -Regolamento recante disposizioni in materia di rispetto della dignità umana e del principio di non discriminazione e di contrasto all’hate speech. Questo Regolamento si pone come primo obiettivo quello di combattere le campagne discriminatorie attraverso i mezzi audiovisivi e dedica particolare attenzione anche alle fake news che sono uno degli strumenti attraverso i quali si veicola e si rafforza il pregiudizio ad esempio razziale e che quindi costituiscono uno strumento per lanciare e sostenere campagne discriminatorie nei confronti di particolari gruppi etnici.

In aggiunta, occorre avviare nella società una campagna di sensibilizzazione per aiutare a riconoscere e smascherare le fake news.

La Finlandia ha già da qualche hanno avviato programmi di questo tipo, anche a seguito dei fatti accaduti in Ucraina, temendo la vicinanza della Russia ed oggi è sicuramente un caso di scuola in questo senso. Come, quindi, in Finlandia occorre avviare campagne a tappeto di sensibilizzazione, non solo nelle scuole, ma anche a vantaggio delle componenti più deboli e mono informate sugli aspetti “social” della società (anziani e persone con un basso livello di istruzione) per aiutarli a discernere e a riconoscere le fake news e non lasciarsi plagiare da esse. Le tecniche di profilazione permettono oggi di bombardare con messaggi mirati, tesi a far cambiare opinione o a rafforzare convincimenti, ogni singolo cittadino. È un meccanismo di persuasione occulta molto efficace e capillare che può alterare e distorcere, se non addirittura determinare il consenso elettorale.

Ma l’alterazione del consenso elettorale altro non è che la morte della democrazia e l’inizio di un nuovo totalitarismo tecnologico molto pericoloso. Le moderne democrazie devono difendersi da questo nuovo Moloch, ma stanno agendo molto lentamente e con strumenti poco efficaci.

Occorre produrre subito un’inversione di tendenza per non correre il rischio di ritrovarci ad aver perso, sia pur lentamente e in maniera indolore, il bene supremo della libertà di scelta.

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