società digitale

Twitter e l’ambiguo rapporto coi governi mondiali: quali regole per la libertà d’espressione

Il ruolo assunto da Twitter negli anni prova come la libertà di espressione sia ormai un elemento di assoluta centralità nella società. Pertanto, è necessaria una soluzione condivisa atta a gestire in maniera risolutoria le controversie che, a prescindere dagli attori coinvolti, sono destinate ad aumentare

31 Ago 2021
Tommaso Mauri

Dipartimento Data Protection Rödl & Partner

twitter musk

Il ruolo politico assunto da Twitter nel corso degli ultimi tempi quale strumento utilizzato dai governi mondiali al fine risaltare o, come spesso accade, di oscurare i contenuti postati dagli utenti potrebbe essersi scontrato con l’esigenza, da parte degli stessi governi, di auto-tutelare la loro immagine reputazionale agli occhi dei cittadini. Quest’ultima circostanza sembrerebbe essere emersa con riferimento ai recenti eventi che hanno coinvolto due Paesi come India e Nigeria i quali, attraverso la sospensione a tempo indeterminato dell’attività e del servizio resi dal social network, ne hanno con forza estromesso il ruolo preminente di fonte informativa al servizio dei propri centri di potere.

A ben vedere, i due Paesi citati non sono i soli ad aver scelto la strada proibizionista, considerando il numero delle Nazioni che – prima di loro – hanno intrapreso la medesima direzione (con riferimento, in particolare, a Cina, Corea del Nord e Iran). La funzione strategica rivestita da Twitter in qualità di checkpoint digitale delle informazioni transitanti via Internet – stando così i fatti – potrebbe essere stata lesa in maniera significativa e, soprattutto, i già delicati equilibri nel rapporto con gli enti governativi potrebbero essere destinati a mutare nel corso degli anni a venire.

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Il ruolo di Twitter nel rapporto con gli organi governativi

Secondo quanto riportato dal proprio report sulla trasparenza in riferimento all’anno 2020, Twitter ha dovuto fronteggiare una sensibile impennata nelle richieste di organi governativi indirizzate alla rimozione di determinate notizie condivise da giornalisti e organi di stampa all’interno della piattaforma stessa. A tal proposito, è stata stimata una crescita nelle richieste del 26% rispetto agli anni precedenti, con 199 account di giornalisti e organi di stampa oggetto di 361 richieste legali di oscuramento; in tale contesto, Twitter ha riportato come il Paese che ha presentato più domande di rimozione sia stata l’India, seguita da Turchia, Pakistan e Russia. Per la prima storica volta gli Stati Uniti non si trovano in cima a questa particolare classifica.

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Il rapporto biennale che evidenzia la correttezza nell’applicazione delle regole di utilizzo e le richieste pervenute con lo scopo di far rimuovere determinati contenuti arriva mentre tutte le aziende di social media mondiali – tra cui Facebook e Alphabet inc – sono chiamate a fronteggiare i severi scrutini dei governi sui contenuti consentiti all’interno delle loro piattaforme. In tal senso, è sufficiente richiamare quanto accaduto in Nigeria nel corso dell’ultimo mese, con il Paese che ha ufficialmente estromesso Twitter dalla possibilità di operare all’interno dei propri confini, vietando al contempo alle stazioni televisive e radiofoniche di utilizzare il social per raccogliere informazioni.

Da un punto di vista strettamente contenutistico, dal rapporto si evince come l’azienda di San Francisco abbia rimosso un numero complessivo di cinque tweet provenienti da differenti giornalisti e case editrici, sottolineando tuttavia di non aver mai predisposto alcuna attività di tracciamento e di registrazione dei suddetti dati. Globalmente, l’azienda ha riferito di aver ricevuto un totale di 38.500 richieste di eliminazione di contenuti di vario genere, avvallando il 29% di queste. Da tale dettaglio si comprende come inevitabilmente al giorno d’oggi l’informazione sia incanalata e gestita in maniera centralizzata nelle mani di pochissime aziende, le cosiddette Over the Top, fra le quali Twitter assume un ruolo di alta rilevanza nel prestare quel servizio di “filtro” sul numero complessivo di notizie che circolano attraverso Internet. Ed è proprio per l’importanza di quest’ultima attività che la piattaforma, direttamente o indirettamente, è chiamata a collaborare attivamente con gli organi governativi nella definizione di ciò che può essere considerato legittimo diffondere nel cyberspazio, senza per questo omettere la necessaria osservanza delle proprie regole applicative che individuano ciò che è consentito o meno divulgare.

In tale ottica, è rilevante notare come la società si sia attivata per monitorare il numero di impressioni e le visualizzazioni dei tweet potenzialmente in grado di contrastare le proprie normative di utilizzo: dal richiamato prospetto è venuto alla luce, difatti, che le visualizzazioni in violazione delle norme della piattaforma hanno rappresentato solo lo 0,1% delle visualizzazioni globali, con riferimento specifico al secondo semestre del 2020. In tale prospettiva, la stessa Società ha comunicato peraltro di aver identificato proattivamente più del 65% dei contenuti ritenuti di natura abusiva, che sono stati poi oggetto di revisione ad opera dei propri dipendenti; è interessante notare come, nel portare a termine la suddetta attività, Twitter abbia utilizzato gli strumenti offerti dall’intelligenza artificiale, puntando sul progresso tecnologico in luogo del tradizionale metodo di verifica delle segnalazioni trasmesse da parte degli utenti.

Come gli altri players del mercato comunicativo digitale, Twitter si è impegnata – e lo fa tuttora – nel controllare e arginare i contenuti legati all’odio (soprattutto di origine razziale), la disinformazione e il restante novero di abusi al proprio servizio. Tuttavia, è altrettanto evidente come sia ormai diventata di dominio pubblico il rapporto sinallagmatico che la stessa piattaforma ha instaurato, e instaura continuativamente, con gli organi governativi mondiali, i quali senz’altro si sono sempre mossi nella direzione di sfruttare la capacità offerta dal social in questione, rappresentando quest’ultimo – in maniera del tutto evidente – una preziosa fonte di informazioni capace di indirizzare in maniera sostanziosa i termini del dibattito globale intorno al controllo di ciò che può o non può essere detto.[1]

Le posizioni proibizioniste

Non tutti i governi però guardano a Twitter come un alleato nel monitoraggio del flusso informativo globale. È il caso ad esempio della Nigeria, l’ultimo paese in ordine di tempo a schierarsi dalla parte di chi intende estromettere il servizio prestato dal social all’interno della propria giurisdizione.

La situazione è precipitata nella serata di venerdì 4 giugno, quando il Governo nigeriano – attraverso un tweet – ha dato la notizia di aver proibito l’utilizzo di Twitter all’interno del proprio paese, bannando quest’ultimo a tempo indeterminato.[2] L’impulso che ha spinto la Nigeria ad intervenire in maniera così netta è da rinvenirsi nell’azione promossa da Twitter che ha portato alla sospensione dell’account del Presidente nigeriano Buhari per aver postato alcuni tweet in violazione delle regole della community. In particolare, il capo del governo nigeriano avrebbe twittato in relazione allo stato di instabilità che sta interessando il sud-est del paese, facendo esplicito riferimento alla guerra civile nigeriana scoppiata nel triennio dal 1967 al 1970; nello specifico, Buhari avrebbe affermato l’intenzione di trattare “coloro che si comportano male oggi” (“those misbehaving today”, ovvero i gruppi separatisti accusati di creare la menzionata condizione di instabilità) “nella lingua che comprenderanno” (“the language they will understand”, alludendo in maniera chiara alle pesanti repressioni del triennio 1967-1970).[3] Twitter, in risposta, ha sospeso l’account di quest’ultimo e ha cancellato il tweet.

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Le ripercussioni nei confronti di Twitter non si sono fatte attendere, e infatti il governo nigeriano ha colto la palla al balzo accusando il social media di utilizzare due pesi e due misure, alludendo con ciò al fatto che la piattaforma avrebbe ignorato i tweet pubblicati da Nnamdi Kanu, leader in esilio del gruppo IPOB (Polo Indigeno del Biafra), che incitavano l’uccisione del personale di polizia; Twitter, da parte sua, ha provveduto ad eliminare anche questi ultimi cinguettii, e attualmente entrambe le parti sono in discussione al fine di risolvere la controversia, in un mercato – quale è quello africano – di assoluto valore e di natura chiave per il business della piattaforma.

La Nigeria, tuttavia, non è l’unica nazione ad aver adottato serie misure contro l’utilizzo di Twitter. Casi analoghi sono rinvenibili in India, Hong Kong (sullo sfondo del contesto cinese), Iran e Corea del Nord. In particolare, guardando al contesto iraniano e nord-coreano, è appurato ormai come i regimi instauratisi nei due paesi non vedano di buon occhio – per usare un eufemismo – l’utilizzo della piattaforma: l’Iran ha difatti bannato quest’ultima già dal 2009 (insieme a Facebook), nonostante attualmente non sia insolito imbattersi in molti cittadini iraniani che utilizzano VPN al fine di aggirare il divieto, mentre il regime di Kim Jong-un – rappresentante assoluto per quel che concerne le limitazioni alla libertà di espressione dei singoli – ha posto il divieto generale di accedere ai siti web stranieri, confinando al contempo i propri utenti ad utilizzare una speciale intranet nazionale dedicata.

In riferimento all’India, il rapporto già instabile con Twitter si è aggravato ulteriormente in concomitanza al peggiorare dell’emergenza sanitaria dovuta al COVID-19 all’interno del Paese. Mentre quest’ultima – considerata come la più grande crisi sanitaria della storia indiana – non accennava ad arrestarsi, il governo aveva intrapreso una personale battaglia contro Twitter, nell’istante in cui quest’ultimo aveva deciso di segnalare come “media manipolato” (a valle delle indicazioni fornite in tal senso dalle agenzie di fact-checking) un documento governativo pubblicato in un tweet dal portavoce del Bharatiya Janata Party (BJP), Sambit Patra, in data 18 maggio scorso. Il documento in questione indicava le procedure adottate dal governo per far fronte al contesto emergenziale e le misure di surplus idonee a garantire un maggior supporto alla popolazione.

Quest’ultimo caso, peraltro, non rappresenta l’unica circostanza in cui, nonostante la crisi pandemica, il governo indiano ha inteso concentrarsi sulla tutela della propria immagine digitale a discapito del rafforzamento negli aiuti alla propria popolazione. È sufficiente ricordare, in tal senso, l’eliminazione ad opera di Twitter e Facebook di circa 100 contenuti postati sulle rispettive piattaforme nel mese di aprile in seguito all’ordine trasmesso dal governo di New Delhi; in quel frangente, alcuni utenti avevano pesantemente criticato la risposta del paese al proliferare del COVID-19, e la medesima situazione si è verificata in concomitanza con le proteste degli agricoltori dei primi mesi del 2021, nella cui circostanza Twitter ha acconsentito alle richieste del BJP di bloccare circa 500 account in modo permanente e alcuni temporaneamente, compresi quelli di politici e giornalisti dell’opposizione.

Come se ciò non fosse sufficiente, l’evolversi degli eventi recenti ha portato Twitter a doversi conformare – come già hanno fatto Facebook, Google e Telegram – alle nuove disposizioni normative sul contesto IT entrate in vigore alla fine di maggio. Stante la reiterata posizione dell’azienda californiana nel decidere di non uniformarsi a queste ultime, fra l’altro, la stessa aveva perso la protezione giuridica dalla responsabilità sui contenuti generati dagli utenti locali, e sarebbe stata di conseguenza chiamata a rispondere per questi ultimi. Al fine di evitare un impatto reputazionale e legale di tale portata – considerati gli oltre 100 milioni di cittadini indiani che utilizzano la piattaforma – la Società ha acconsentito a integrare le richieste del governo, nominando l’11 luglio il proprio funzionario addetto alla ricezione dei reclami e pubblicando di concerto l’indirizzo di contatto di quest’ultimo, come richiesto dalla nuova normativa. In capo all’azienda è stato necessario procedere alla nomina di una figura locale, e dunque di nazionalità indiana, stante il fatto che – fino a quel momento – le lamentele provenienti da utenti indiani venivano gestite da funzionari residenti negli Stati Uniti, in violazione delle nuove disposizioni IT entrate in vigore nel 2021. In compliance con queste ultime, inoltre, Twitter ha dovuto pubblicare il suo primo rapporto di conformità per il periodo dal 26 maggio al 25 giugno.

Conclusioni

Il rapporto tra i social media e le singole autorità governative mondiali ha subito, negli ultimi tempi, importanti impatti dal punto di vista della rilevanza nell’immagine di entrambi. È indubbio che al giorno d’oggi piattaforme come Twitter, ma anche Facebook e Instagram, siano considerate come strategicamente fondamentali per indirizzare le idee e le preferenze delle persone comuni. Le parti in gioco, da questo punto di vista, hanno da sempre provveduto ad allinearsi nel perseguimento di tale scopo, che tuttavia – analizzando gli avvenimenti pregressi – pare scricchiolare nel momento in cui entrano in gioco specifici conflitti di interesse, in particolare per quel che riguarda la salvaguardia dell’immagine pubblica di un Paese o di una comunità agli occhi dei propri consociati.

È su questa direttiva che è necessario inquadrare i recenti sviluppi fattuali che hanno interessato ad esempio paesi come Nigeria e India. Molto spesso le strutture governative di contesti politici come questi ultimi – nei quali vigono amministrazioni molto spesso assimilate al concetto di “regime” – sono infatti le prime a voler sfruttare a proprio vantaggio il servizio, e soprattutto il bacino di utenza globale, offerti dalle piattaforme social che dominano il mercato digitale, il tutto in un’ottica di controllo eterogeneo su qualsiasi tipologia di opinione espressa in contrasto con i dettami ideologici prestabiliti.

La limitazione, o sfruttamento, a seconda dei casi, di Twitter, ha portato quest’ultimo a scontrarsi tuttavia anche con amministrazioni di paesi facenti parte del contesto occidentale; basta a tal proposito richiamare il controverso rapporto con l’ex Presidente statunitense Donald Trump che è culminato nella chiusura definitiva dell’account di quest’ultimo, in seguito ai fatti di cronaca che hanno visto prendere d’assalto la sede governativa americana, Capitol Hill. In quel frangente – a differenza degli ultimi eventi – fu la piattaforma social a intraprendere la strada proibizionista, giustificando la propria scelta di bannare Trump sulla base del comportamento tenuto da quest’ultimo – reo di aver incitato la violenza dei cittadini – che ha rappresentato una chiara violazione delle regole di utilizzo.

Il ruolo che Twitter ha assunto nel corso degli anni rappresenta un’importante evidenza di come la stessa libertà di espressione sia ormai diventata, a maggior titolo, un elemento di assoluta centralità ed importanza nella società contemporanea. Pertanto, anche al fine di tutelare talune fattispecie di conflitto tra regole di natura privata – come quelle prodotte dalle piattaforme di social media – e regole di natura cogente – quali le disposizioni di rango costituzionale sul diritto di esprimere la propria opinione – sarebbe auspicabile un intervento chiarificatore che sia idoneo a prevedere una soluzione atta a gestire in maniera risolutoria le controversie che, a prescindere dagli attori coinvolti, vedranno aumentare costantemente di numero e importanza nel corso degli anni a venire.

Note

  1. South China Morning Post, Twitter sees surge in government demands to remove content of reporters, with India submitting the mosr requests, 15 luglio 2021.
  2. Joe Walsh, Nigeria Has Banned Twitter – Along With These Other Countries, 5 giugno 2021, forbes.com
  3. Chris Ewokor, Nigeria’s Twitter ban: The people risking arrest to tweet, 8 giugno 2021, bbc.com
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