diritti e digitale

Twitter fa causa al Governo indiano: cosa c’è dietro il rifiuto di rimuovere i contenuti

Dopo un’iniziale collaborazione col Governo, a seguito dell’approvazione di una nuova legge che aggrava la responsabilità delle piattaforme per la pubblicazione di contenuti dannosi, Twitter ha adito le vie legali, invocando la salvaguardia prioritaria della libertà di parola. Si profila una dura battaglia giudiziaria

12 Lug 2022
Angelo Alù

PhD, Consigliere Internet Society Italia, saggista e divulgatore digitale

twitter musk

Mentre si assiste al rafforzamento di politiche nazionaliste di frammentazione della Rete, in chiave repressiva di chiusura, controllo e sorveglianza digitale, i colossi del web (sebbene con interventi diversificati a “geometria variabile”) sembrano talvolta porsi come convinti paladini della libertà di espressione garantita online. Come nel caso che vede contrapposti Twitter e il governo indiano.

Ma siamo davvero di fronte ad un atto di sfida diretta agli Stati?

Twitter e l’ambiguo rapporto coi governi mondiali: quali regole per la libertà d’espressione

I fatti

La notizia sulla causa intentata da Twitter contro il governo indiano per opporsi agli ordini di rimozione dei contenuti prescritti dalle autorità nazionali sta facendo discutere.

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Il governo di New Delhi ha disposto, nel rispetto del quadro normativo vigente, il blocco degli account in relazione a comunicazioni condivise in contrasto con le recenti leggi, emanate in sostituzione della previgente disciplina risalente al 2011, nell’ottica di introdurre le nuove norme sulla tecnologia dell’informazione unitamente all’adozione di apposite linee guida per gli intermediari telematici mediante la formulazione del cosiddetto “codice etico dei media digitali”.

Superando il precedente “scudo” di immunità volto a esonerare gli intermediari virtuali dalla generalità degli addebiti ascrivibili a condotte poste in essere da utenti terzi, la nuova legge, motivata dall’esigenza di combattere i fenomeni dannosi e illeciti (fake news, revenge porn, ecc.) aggrava il regime di responsabilità dei gestori delle piattaforme, ponendo a loro carico l’obbligo – reso coercitivo anche dalla previsione di sanzioni penali in caso di violazione – della tempestiva rimozione dei contenuti incriminati entro 36 ore. Rientrano tra gli obblighi, anche il filtraggio automatizzato dei contenuti e l’identificazione dei relativi autori.

Dopo una prima fase di collaborazione generale (sebbene verosimilmente non del tutto spontanea, essendo indotta dalle recenti citate prescrizioni legislative) che ha reso possibile la sospensione degli account ostili al governo, si è così arrivati a disporre il blocco massivo di plurimi account e a oscurare il range di visibilità ad un numero considerevole di contenuti segnalati mediante l’utilizzo di svariati filtri selettivi. Quasi 5.000 le richieste legali di rimozione presentate nel solo semestre gennaio-giugno 2021, di cui circa il 12% sono state accolte, come si evince dal rapporto sulla trasparenza presentato da Twitter (che individua le maggiori percentuali di interferenze politiche sul blocco dei contenuti proprio in India, al pari di Giappone, Russia, Turchia e Corea del Sud).

Qualcosa è cambiato nei rapporti tra Twitter e New Delhi

Tuttavia, poi qualcosa è repentinamente cambiato nei rapporti tra Twitter e New Delhi.

Probabilmente il punto di non ritorno, come formale segnale di rottura, risale all’irruzione eseguita dalle forze di polizia presso gli uffici del “quartier generale” di Twitter, rea di etichettare i tweet pubblicati dai politici vicini al primo ministro Modi come “media manipolati” per aver attaccato i membri dell’opposizione che avevano criticato le politiche governative di gestione della pandemia.

In tale mutato scenario, Twitter ha recentemente adito le vie legali, invocando la salvaguardia prioritaria della libertà di parola messa in pericolo da politiche governative considerate eccessivamente “arbitrarie e sproporzionate” come vero e proprio “abuso di potere” addebitato a New Delhi nella rimozione dei tweet pubblicati. Si tratta quindi di una decisa inversione di tendenza sulla falsariga di altre analoghe iniziative dal medesimo tenore (emblematica la citazione in giudizio del governo indiano promossa da WhatsApp). Adesso anche Twitter sta assumendo una diretta reazione (di sfida?) alle autorità indiane rispetto alla più accomodante strategia satisfattiva delle pregresse richieste di rimozione pervenute nell’ultimo anno e mezzo in applicazione delle nuove disposizioni legislative approvate nel Paese, sia pure in un clima di crescenti tensioni interne rilevate nella governance aziendale della piattaforma social e culminate nelle dimissioni dell’amministratore delegato della succursale indiana della big-tech.

Una dura battaglia giudiziaria all’orizzonte

Sembra quindi profilarsi una dura battaglia giudiziaria che vede contrapposti, da un lato, Twitter impegnata (e direttamente interessata) a sostenere il massimo livello di libertà di opinione nella diffusione dei contenuti che circolano online (anche come esigenza di consolidamento del proprio modello di business digitale) e, dall’altro lato, le autorità indiane preoccupate dell’impatto che il flusso comunicativo può determinare sulla libera formazione dell’opinione pubblica, a presidio di esigenze di ordine pubblico e sicurezza nazionale, riconducibili alla proliferazione di politiche volte all’affermazione della sovranità statale digitale che si manifesta nell’ambito dell’avvento della cosiddetta “Splinternet”, come nuova forma di balcanizzazione della Rete.

La libertà di espressione in India

Al netto dei comprensibili interessi imprenditoriali sottesi alla decisione che ha spinto Twitter a ricorrere in giudizio, dando avvio ad un iter giudiziario tutt’altro che agevole e dai risvolti problematici, ove non si escludono colpi di scena in sede di decisione finale a conclusione del procedimento, emerge un interessante aspetto. In particolare, è sintomatico che il gigante tecnologico si faccia convinto portatore della libertà di espressione come “ratio” ispiratrice della scelta di adire le vie legali in un ordinamento giuridico in cui la cornice costituzionale vigente riconosce e garantisce i diritti fondamentali degli individui (ivi compresa la libertà di opinione), dando per scontato che la relativa garanzia sia prioritariamente salvaguardata e non risulti compromessa dagli stringenti interventi posti in essere proprio dalle stesse autorità statali preposte a presidiarne la relativa protezione.

Invero, contrariamente all’apparente percezione desumibile dall’analisi formale dell’assetto regolatorio indiano, gli studi di settore registrano un panorama angusto e profondamente restrittivo delle libertà civili e politiche.

Il report 2022 di Freedom House

Al riguardo, è sufficiente citare il report 2022 a cura di Freedom House per descrivere l’esistenza di uno scenario contradditorio (punteggio complessivo 66/100) in cui, “sebbene l’India sia una democrazia multipartitica, il governo […] ha presieduto politiche discriminatorie e un aumento della persecuzione che colpisce la popolazione musulmana. La costituzione garantisce le libertà civili, tra cui la libertà di espressione e la libertà di religione, ma le molestie nei confronti di giornalisti, organizzazioni non governative (ONG) e altri critici del governo sono aumentate in modo significativo”.

Peraltro, anche Freedom House censura le nuove regole a carico dei gestori delle piattaforme social nell’ambito di una precisa strategia di censura e controllo finalizzata a monitorare le attività, anche telematiche, di “importanti politici, attivisti, uomini d’affari e giornalisti dell’opposizione”, al punto da riscontrare un esponenziale incremento degli attacchi alla libertà di stampa soprattutto per effetto dei recenti vincoli introdotti dalle riforme legislative che, in combinato disposto con le finalità dissuasive e deterrenti degli interventi normativi volti a reprimere le condotte diffamatorie, la sedizione e l’incitamento all’odio, praticamente di fatto consentono di “mettere a tacere le voci critiche”. Si restringe così il libero spazio comunicativo del pluralismo informativo, non solo ulteriormente eroso da insidiosi meccanismi di autocensura in grado di “scoraggiare forme di espressione ritenute antinazionali”, ma anche oltremodo fuorviato dalla dilagante diffusione della disinformazione online.

Lo studio di Reporters senza frontiere

Dello stesso tenore le evidenze segnalate dall’ultimo studio a cura di Reporters without Borders, secondo cui “le violenze contro i giornalisti, i media politicamente partigiani e la concentrazione della proprietà dei media dimostrano che la libertà di stampa è in crisi”. Peraltro, pur esistendo un’ampia offerta di canali comunativi, in realtà “l’abbondanza di organi di informazione nasconde tendenze alla concentrazione della proprietà”, come criticità che si è ulteriormente aggravata a partire dall’insediamento al potere di Modi nell’ambito di un progressivo “riavvicinamento tra il suo partito, il BJP e il grandi famiglie che dominano i media”.

In altre parole, descrivendo l’India come “un colosso dai piedi di argilla” che presenta significative contraddizioni, il rapporto sottolinea l’esistenza di ripetute violazioni dei diritti in un contesto di progressiva riduzione del pluralismo informativo alternativo al “mainstream” corrispondente alla narrazione ufficiale a senso unico di fonte governativa, a causa di politiche repressive nei confronti dei media disallineati come voce fuori dal coro.

Si tratta di una tendenza che si è accentuata durante la pandemia “Covid-19”, al punto da considerare “l’India è uno dei paesi più pericolosi del mondo per i media”: i giornalisti che documentano le proteste anti-governative vengono spesso arrestati, talvolta detenuti arbitrariamente, subiscono imboscate di attivisti politici e rappresaglie mortali da parte di gruppi criminali o funzionari locali corrotti, con una media di tre o quattro operatori uccisi ogni anno in relazione al loro lavoro. Anche online e, in modo particolare, all’interno delle piattaforme social, “vengono condotte terrificanti campagne coordinate di odio e inviti all’omicidio”, nonché “campagne spesso ancora più violente quando prendono di mira le donne giornaliste”.

Anche il costante monitoraggio realizzato dall’Ong AccessNow consente di confermare la preoccupante escalation di repressione online ordita dal governo indiano mediante l’imposizione di formali ordini di rimozione rivolti ai principali social network e stabiliti ricorrendo a decisioni unilaterali dettate da motivi di urgenza, non ostensibili, in quanto documenti segreti, ai sensi dell’India’s Right to Information Act. Tale tendenza, sia pure al di fuori dell’ordinario circuito del controllo giudiziario senza il preventivo avallo o la tempestiva convalida ex post, viene assunta come una precisa strategia politica di repressione “tout court”, amplificata durante la “devastante seconda ondata di casi di Covid-19”, al fine di arginare la crescente spontanea segnalazione virtuale di assistenza e supporto sanitario (disponibilità di bombole di ossigeno, letti di terapia intensiva e vaccini).

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