Il caso

YouTube kids e i minori in rete: gli unici veri filtri sono genitori e scuola

Lasciare che i bimbi navighino soli in rete non è una scelta saggia, ma non lo è neanche lasciare soli i genitori, il cui ruolo di supervisione è fondamentale. Il recente caso di YouTube kids riaccende i riflettori su due serie questioni: l’accesso a video inadatti e la raccolta dei dati dei minori. Cosa può fare la scuola

05 Lug 2019
Daniela Di Donato

Docente di lettere, Dottoranda di ricerca presso Sapienza Università di Roma-Dipartimento di Psicologia dei processi di sviluppo e socializzazione, Collaboratrice del Crespi

YouTube-kids

Quando si parla di bambini in rete, torna sempre l’annoso dilemma: controllo o educazione? E cosa deve fare la famiglia e cosa può fare la scuola?

La domanda si ripropone con forza dopo l’ultimo caso con protagonista YouTube: l’accusa della Federal Trade Commission è di aver violato la legge sulla protezione della privacy online dei bambini, avendo reso accessibili filmati inappropriati ai più piccoli frequentatori della rete proprio sul canale a loro dedicato: Youtube kids.

La tendenza che si va affermando  – promossa dalla cosiddetta umanistica digitale – è quella di non affidarsi ai colossi del web senza spirito critico e di non lasciare soli i figli davanti agli schermi, ma neanche i genitori.

Ma veniamo al caso specifico di YouTube.

YouTube Kids, le questioni aperte

I gruppi di difesa dei consumatori hanno sostenuto che YouTube, che è di proprietà di Google, è in grado di raccogliere dati sui minori di tredici anni attraverso il suo sito principale, dove cartoni animati, video di filastrocche e popolari clip per pubblicizzare giocattoli guadagnano milioni di visualizzazioni. Chiedono quindi che predisponga strumenti per difendere i bambini, faccia controlli più severi sull’età degli utenti che si iscrivono alla piattaforma e verifichi i contenuti prima della pubblicazione per assicurarsi che siano adatti ai più piccoli.

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Youtube Kids in Italia è arrivata da meno di un anno, ma la versione dedicata ai più piccoli è la miglior soluzione che la società aveva trovato per evitare altre denunce. Il limite d’età per poter accedere a Youtube è appunto tredici anni, ma è facile violare questo limite: basta cambiare la data di nascita. E allora ecco spuntare la versione kids, che va bene fino agli otto anni e negli Usa è partita nel 2015. Le questioni aperte sono due: l’accesso a video inadatti e la raccolta dei dati.

Per quanto riguarda i video, neanche questo adattamento per bambini può veramente evitare che episodi come quelli già accaduti, accadano di nuovo e allora il canale scrive i suoi avvertimenti. Nel regolamento troviamo dichiarazioni molto chiare circa l’impossibilità da parte di Youtube di riuscire a filtrare tutto: l’algoritmo che seleziona i video non è perfetto e nonostante una combinazione di filtri, feedback degli utenti e intervento dei revisori nulla può assicurarci che i video che YouTube Kids mette al servizio delle famiglie siano sempre adeguati.

La palla torna nelle mani dei genitori e questi sono gli strumenti, che il canale rende disponibili:

  • Un Timer, che regola per quanto tempo il bambino può rimanere a navigare;
  • La possibilità di controllare che cosa è stato guardato dall’account del proprio figlio;
  • La possibilità che sia il genitore a selezionare i contenuti (si possono aprire fino a otto account separati) in modo da inibire la possibilità di fare ricerche autonome.

Che cosa invece possono controllare bambini e genitori? Poche funzioni: effetti sonori, musica nell’app, abilitazione della trasmissione e l’attivazione dei sottotitoli.

Le misure del più grande social media di video sharing al mondo non rispecchiano però quelle dell’edizione ridotta. Ogni mese accedono a YouTube senior oltre 1,9 miliardi di utenti e ogni giorno i visitatori guardano oltre un miliardo di ore di video, generando miliardi di visualizzazioni. Più del 70% del tempo di visualizzazione di YouTube viene totalizzato sui dispositivi mobili e ci sono versioni locali di YouTube in più di 91 paesi. È possibile navigare su YouTube in 80 lingue diverse, coprendo così il 95% della popolazione di Internet. La fascia d’età degli utenti più fedeli è tra i 18 e i 34 anni. Youtube Kids è stato scaricato da meno di ottocentomila utenti. È evidente che i bambini continuano a frequentare Youtube dei grandi e che la proposta è solo una formula per provare a colmare il gap tra le richieste delle famiglie e le misure di controllo e di sicurezza ancora del tutto insoddisfacenti.

Bambini online, tutte le contraddizioni della rete

Ci sarebbe da chiedersi che cosa dovrebbero guardare i ragazzi tra i 9 e i 13 anni non compiuti, considerati da Youtube troppo grandi per guardare la versione kids, ma troppo giovani per la versione dei grandi.

Nonostante le dichiarazioni ufficiali ecco l’ennesimo paradosso, che rappresenta bene le contraddizioni della rete (non solo di Youtube): si chiama Ryan Toys Review ed è il canale Youtube di un ragazzino di otto anni (in rete da quando ne aveva sei), che insieme alla madre e alle sorelle è in cima alla classifica dei dieci youtuber più seguiti. Il suo canale, sul quale recensisce giocattoli, ha 20 milioni di iscritti ed è un milionario del web, che richiama bambini e ragazzi da tutto il mondo.

Non è la prima volta che si tenta di modificare le consuetudini degli utenti più giovani mettendo in rete strumenti considerati adeguati alle esigenze di bambini e ragazzi, con un limite alla raccolta dei dati degli utenti.

Le (poche) eccezioni

Tra i motori di ricerca ci sono almeno cinque prodotti in versione kids, tra questi Ricerche maestre per esempio è italiano e senza alcuna pubblicità e il francese Qwant Junior, un motore di ricerca che dichiara di garantire la tutela della privacy dei suoi utenti e di non utilizzare alcun cookie o altro dispositivo di tracciamento, che consentirebbe di individuare i siti visitati o di definire il profilo. A QWant sembra non interessi sapere chi siamo o che cosa facciamo quando utilizziamo il loro motore di ricerca. Dichiarano infatti i proprietari che nei casi in cui siano obbligati a raccogliere dati, si asterranno dal comunicarli o rivenderli a fini commerciali o di altra natura, ma li utilizzeranno solo per fornire i loro servizi.

Insomma, si torna sempre al punto di partenza: controllo o educazione?

Diciamo che al momento l’unico vero filtro ai social, che siano kids o no, rimane la supervisione degli adulti. Il paesaggio del digitale dedicato ai più piccoli ha un orizzonte molto controverso e limitato ufficialmente, quando nei fatti tutti accedono a tutto.

Il ruolo della scuola

Il circuito si chiuderebbe qui se non fosse che la scuola potrebbe contribuire e rinnovare alleanze forti con le famiglie, per puntare di più sulla Media Literacy e costruire percorsi di avvicinamento, magari anche utilizzando le versioni kids sperimentali e meno appetibili delle altre, come esercizio per affinare le competenze di discernimento tra le onde della rete.

Come direbbe Jeffrey Schnapp, direttore del metaLAB dell’Università di Harvard e punto di riferimento nel campo dell’umanistica digitale, parlare di Digital humanities vorrebbe dire riorganizzare il sapere tenendo conto dei grandi cambiamenti in atto, con l’obiettivo di ridisegnare anche le pratiche culturali e trasformare la vocazione degli spazi. Di questi scenari fa parte anche la cultura legata a Youtube e alla sua fruizione. Affidarsi ai colossi del web, senza alcuno spirito critico, o demonizzarli lasciando soli i figli ma anche i genitori potrebbe non essere la scelta più saggia per il futuro, né per gli adulti né per i bambini.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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