Anti corruzione

Coppola: “Perché la Pa resiste al digitale, ecco il bilancio della mia inchiesta”

E’ evidente che la digitalizzazione della PA è stata frenata in questi anni dalla corruzione. Ecco perché la “battaglia” per una PA digitale non va ridotta solo ad una lotta per servizi più semplici ed efficienti, ma ad una lotta alla corruzione, in tutte le sue forme, compresa l’inerzia al cambiamento

28 Lug 2017
Paolo Coppola

Professore associato di informatica, Università di Udine, consulente Governo per progetti di digitalizzazione della PA

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Nove mesi di inchiesta sullo stato del digitale nella Pubblica Amministrazione mettono a dura prova l’ottimismo. Credo sia l’inevitabile conseguenza del fatto che la Commissione parlamentare di inchiesta sul livello di digitalizzazione e innovazione delle pubbliche amministrazioni si focalizza per la maggior parte del tempo sulle cose che non vanno, per cercare di trovare i motivi profondi della scarsa digitalizzazione della nostra PA.

Non credo sia una novità scoprire che il problema principale è dovuto al fattore umano, alla mancanza di cultura, alle scarse professionalità e all’insufficienza dei meccanismi meritocratici. Già in un rapporto CNEL del 1981 si poteva leggere che non esiste una buona informatizzazione della PA senza cambiamento organizzativo e che non esiste una buona riforma della PA senza informatizzazione. C’è un articolo di Manlio Cammarata che, su MCMicrocomputer n. 101, nel novembre del 1991 intervista Giancarlo Scatassa, Presidente dell’allora Commissione per l’informatica nella pubblica amministrazione istituita presso il Dipartimento della funzione pubblica, che quando lo leggi non sai se ridere o piangere. Cammarata chiede a Scatassa “l’ultimo schema di disegno di legge elaborato dalla Commissione informatica, parla, fra l’altro, di ‘eliminazione dei supporti cartacei’. Lei crede che sia possibile, in tempi ragionevoli, che dall’amministrazione dello Stato scompaiano le scartoffie?” e Scatassa risponde: “[…] Il problema è di mentalità. Noi dobbiamo superare il nostro modo di pensare. Non sono problemi tecnologici o normativi, ma di comportamento. Per questo credo che sarà necessaria una mobilitazione culturale, mi lasci usare questa espressione. Però io sono fiducioso […]”.

Ventisei anni e a leggerlo ora gli unici indizi che non sia un’intervista recente vengono dalla scelta dei termini “scartoffie” e “modo di pensare”. Ora diciamo che serve una “trasformazione culturale”, ma è evidente che la digitalizzazione della PA è stata frenata in questi anni dalla corruzione. Una PA digitalizzata correttamente è una PA in cui i processi sono formalizzati, senza ambiguità, dove è possibile misurare e definire le responsabilità e i meriti, dove lo spazio per l’arbitrio e la prevaricazione è fortemente ridotto. Non è un problema di risparmi, ma un problema di democrazia. Nella PA digitalizzata è più difficile nascondere il merito e quindi è anche più difficile nascondere la mediocrità.

In nove mesi di inchiesta appaiono evidenti errori strategici del governo del digitale nella PA, che aveva e ha tuttora bisogno di una massiccia immissione di professionalità nella macchina amministrativa, soprattutto nei livelli apicali. Francamente mi risulta inconcepibile come sia possibile che la PA affidi spesso la responsabilità di budget di milioni di euro a persone che, chiaramente, non hanno né i titoli né le competenze necessarie. Chi mai, dovendosi operare, si affiderebbe ad uno “bravo con i coltelli” invece di pretendere un chirurgo? Chi farebbe progettare e costruire una scuola da qualcuno bravo a disegnare invece che chiamare un architetto o un ingegnere? Nel campo dell’ICT, invece, fioccano titoli di studio di tutti i tipi, come se le competenze che si acquisiscono in cinque anni di corsi di studio superiore potessero essere surrogate dalla partecipazione a qualche seminario. L’ignoranza digitale è talmente grande che, purtroppo, spesso non esiste nemmeno la consapevolezza dei danni che la scarsa professionalità ha provocato al nostro Paese. Eppure basterebbe osservare la posizione ridicola che l’Italia occupa in tutte le classifiche che misurano il nostro livello di digitalizzazione. Per molti anni si è creduto alla “favola” per cui i decisori della PA potessero delegare completamente all’esterno tutte le competenze ICT, ma questa visione, tragicamente sbagliata, deriva dall’ignorare cos’è veramente la trasformazione digitale, dal pensare al digitale come qualcosa di relativo all’acquisto di tecnologia, funzionale e secondario alle decisioni strategiche. Un approccio tipico di alcuni economisti e sottostante alcune spending review, più attente a limare la spesa ICT che a capire come usare l’ICT per limitare la spesa pubblica, perdendo, però, di vista completamente la strategicità dell’approccio digital oriented nella definizione dei processi, nell’organizzazione delle risorse e nella definizione delle priorità e delle strategie. Il legislatore ha ben chiarito questa visione prevedendo la figura del responsabile alla transizione digitale all’interno della PA, così come disciplinato dall’art. 17 del CAD, una figura che è la naturale evoluzione del responsabile per i sistemi informativi automatizzati già previsto nel decreto legislativo 39 del 1993.

L’esistenza, o meglio, l’inesistenza di tale figura mi permette di far cenno ad un altro aspetto emerso dall’inchiesta e che ritengo del tutto inaccettabile: la sistematica inosservanza delle norme da parte della PA. La volontà della Commissione di indagare sullo stato di attuazione del CAD si è infranta già al primo passo quando, chiedendo ai Ministeri non solo il nome del responsabile della transizione alla modalità digitale, ma anche il decreto di nomina secondo l’art. 17 comma 1-ter, abbiamo scoperto che nessun Ministero l’aveva nominato. Una figura che sostanzialmente era presente nell’ordinamento da 24 anni e che da almeno 10 anni doveva occuparsi, fra l’altro, dell’analisi della coerenza tra l’organizzazione dell’amministrazione e l’utilizzo delle ICT al fine di migliorare la soddisfazione dell’utenza e la qualità dei servizi, nonché di ridurre i tempi e i costi dell’azione amministrativa.

Quale attuazione del CAD ci si potrebbe aspettare da una PA che non ne ha nemmeno nominato il responsabile? Solo ed esclusivamente quella che i dipendenti riescono a realizzare “nonostante” la miopia ignorante dei vertici. Che qualità è possibile aspettarsi da sistemi informativi realizzati su commissione di chi, per sua stessa ammissione, non ha le competenze necessarie e quindi è completamente in mano ai fornitori?

Anche il modello di gare per la gestione dei sistemi informativi della PA va profondamente rivisto. Come si reagirebbe se un’amministrazione mettesse a gara un bando quinquennale di manutenzione e costruzione di un “certo” numero di edifici, valutando a spanne i metri cubi, deducendo, sempre a spanne, un monte ore di lavoro da architetto o da geometra o da muratore e mettendo a gara una sorta di grosso “global service” senza specificare quali edifici abbia intenzione di costruire e come saranno fatti? Eppure in alcune gare ICT con basi d’asta multimilionarie si fa così: manutenzione di tot function point, evoluzione per tot function point, e così via, con procedure di definizione requisiti e collaudo dettagliatissime. Ma se il committente non ha le competenze per valutare di cosa ha bisogno e cosa è possibile aspettarsi dato lo stato dell’arte delle tecnologie, come è possibile sperare che i soldi pubblici siano ben spesi? Se il committente non ha la posizione e la forza all’interno della PA per scardinare le prassi e per modificare le organizzazioni, come è possibile evitare di informatizzare l’esistente?

Eppure in questi mesi d’inchiesta risulta evidente che la soluzione sia alla portata di tutti. Esempi virtuosi esistono ed in comune hanno il rispetto della legge, del CAD e del Dlgs 150 del 2009: valorizzazione delle competenze, pianificazione, definizione degli obiettivi e misurazione dei risultati. Occorre però una volontà politica più forte e determinata. Sicuramente i Governi della XVII legislatura e in particolare il Governo Renzi hanno dato una forte spinta, ma il nostro Paese è ancora distratto. L’opinione pubblica percepisce il disagio di una macchina amministrativa spesso lenta e distante, ma non vede quanto questo sia legato all’uso sbagliato o assente delle ICT . La “battaglia” per una PA digitale non va ridotta solo ad una lotta per servizi più semplici ed efficienti, ma ad una lotta alla corruzione, in tutte le sue forme, compresa l’inerzia al cambiamento che diventa costi in più che devono pagare i cittadini, ed è per questo che non ha a che fare con le tecnologie e non può essere affrontata in modo solamente tecnico, ma riguarda le persone e va affrontata, con competenza, in modo politico.

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