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Legal Innovation in Italia, a che punto siamo? Che serve per la svolta

Il mondo giuridico italiano è molto interessato alle tematiche legate all’innovazione legale. In prospettiva, si affermeranno nuovi percorsi di carriera ibridi, in cui le competenze legali saranno arricchite ed affiancate da competenze tecnologiche e di design. Ma cosa manca per vincere la sfida?

10 Feb 2022
Tommaso Ricci

Avvocato, Data Protection & LegalTech Specialist presso DLA Piper

Luca Visconti

CEO di HEU

A che punto è l’innovazione in ambito legale, dove si sta facendo strada anche in Italia, sebbene in ritardo rispetto ad altri ambiti?

Per appurarlo, la Community Young Legal Innovators[1], ha condotto una survey sullo stato della Legal Innovation nel 2021 in Italia, intervistando avvocati, in-house counsels, professori, CEO ed altri professionisti.

Analizziamo qui di seguito i risultati delle centinaia di risposte sullo stato del Legal Tech, Legal Design e Legal Project Management.

La survey su legal tech

I dati sul Legal Tech confermano le tendenze registrate a livello internazionale[2]: c’è un chiarissimo interesse da parte di tutti gli intervistati ed un tasso di utilizzo degli strumenti crescente. La maggioranza degli intervistati è interessata ad introdurre nuovi strumenti Legal Tech nella propria attività ed il 64% ritiene che il fornitore più affidabile sia uno studio legale specializzato in collaborazione con una società informatica ed un team di designer: ciò conferma la necessità di creare sinergie e consentire contaminazioni nel settore legale, aprendosi a collaborazioni e partnership con altri professionisti.

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Un dato rilevante emerge rispetto al livello di soddisfazione sulle procedure aziendali: più del 30% si dichiara non soddisfatto ed addirittura il 94.4% degli intervistati è interessato introdurre un tool Legal Tech nella propria organizzazione per migliorare la fruizione, l’accessibilità e la applicazione delle procedure interne. È chiaro che il meccanismo tradizionale di fruizione della normativa interna non funziona: le procedure rilegate ad una cartella sharepoint sulla intranet o affisse in una bacheca polverosa in sala caffè non sono efficaci e non garantiscono una rapida ed adeguata accessibilità da parte di tutti i dipendenti. C’è un evidente necessità di innovare e migliorare le modalità di condivisione e messa a disposizione delle misure organizzative interne.

I risultati della survey mostrano che oltre l’82% degli intervistati è molto interessato ad introdurre strumenti Legal Tech nella propria organizzazione, mentre solo nel 53% dei casi si discute concretamente di tale opportunità all’interno dell’azienda. Per conoscere a cosa è dovuto il gap e cosa si può fare per compensarlo e sensibilizzare internamente le organizzazioni, abbiamo intervistato Matteo Colonna e Carlo Succo, In-House counsels del Gruppo Lavazza: “Il dato che emerge dalla survey evidenzia un sostanziale abisso tra l’attrattività teorica delle soluzioni di legal tech e la loro effettiva implementazione. Questo divario così marcato può essere effetto di diversi fattori convergenti: la cronica difficoltà nel nostro Paese di ottenere finanziamenti per start-up innovative, il freno al mercato legal tech generato dal diffuso scetticismo degli investitori legato alla Pandemia, un “digital divide” che ancora gioca un ruolo fondamentale e, infine, un alone di diffidenza circa la reale efficacia degli strumenti adottabili, la loro sicurezza e scalabilità.

Come colmare i gap in ambito legal tech

Partendo da queste considerazioni e provando a trovare delle soluzioni utili a colmare il gap di cui sopra, riteniamo innanzitutto che gli operatori del diritto (siano essi professionisti di studi legali, giuristi d’impresa, operatori della pubblica amministrazione) debbano adottare una strategia improntata ai principi del design thinking e propria delle startup: un learning by doing che metta al centro gli utenti interessati dallo strumento e le necessità che gli stessi avvertono nell’attività quotidiana.

Infatti, è indispensabile mettere a fuoco ed approfondire concretamente i reali benefici e gli efficientamenti derivanti da un investimento in ambito Legal Tech. Per questo, è altresì, propedeutico diffondere all’interno delle organizzazioni legali una cd. “cultura tecnologica” adeguata a far comprendere a tutti gli stakeholder interni i vantaggi portati. Nella nostra esperienza, la rappresentazione dei processi attualmente impiegati, l’individuazione di quelle inefficienze che minano l’operato dell’organizzazione legale e la successiva analisi critica volta a focalizzare tutte le possibilità di automatizzazione degli stessi, sono risultati gli elementi vincenti nella scelta prima, e nell’introduzione poi, di tool mirati a soddisfare gli obiettivi di trasformazione digitale che sono analoghi e ampiamente diffusi (come anche evidenziato dalla survey) tra gli operatori”.

Legal design, l’esigenza di bilanciamento tra forma e sostanza

La domanda che ci poniamo e alla quale proveremo a dare una risposta è semplice: cos’è il legal design? Ad una prima impressione può essere banale per chi è del settore ma, analizzando a fondo la questione, scopriremo che la risposta tanto semplice non è.

Ci chiediamo quindi: legal design è il processo che consente di migliorare la comprensibilità di un atto giuridico (e quindi il design thinking applicato al mondo legale) o anche semplificare e migliorare il layout di un documento può essere considerato legal design?

Il mondo accademico appare schierato in maniera netta: legal design è il design thinking applicato al mondo del diritto.

I risultati della survey svolta da Young Legal Innovators, invece, evidenziano però un dato interessante: secondo il 92% degli intervistati, infatti, è possibile migliorare la comprensibilità di un documento legale soltanto migliorando il layout dello stesso. Quindi una semplice modifica grafica, come l’inserimento oculato di icone, di immagini o di mappe concettuali ad esempio, consentirebbe all’utente di comprenderne meglio il contenuto.

Chi ha ragione quindi?

Per andare più a fondo nella questione occorre fare una distinzione tra leggibilità e comprensibilità di un testo.

Molto spesso, infatti, i due concetti vengono confusi, forse perché strettamente interdipendenti.

La leggibilità di un testo è il grado di semplicità con cui si legge un testo. La comprensibilità di un testo, invece, è la capacità dello stesso di essere compreso nel suo contenuto.

Nel momento in cui si va a migliorare l’impostazione grafica di un documento, molto spesso, si va a modificare la leggibilità dello stesso.

Per migliorare la comprensibilità, invece, è importante svolgere il lavoro tipico del design thinking e cioè interrogarsi su chi sia l’utente finale del documento, cercare di utilizzare un lessico a lui familiare e impostare il documento in modo che possa essere da lui ben compreso.

Va da sé che un testo altamente comprensibile ma scarsamente leggibile non raggiungerà comunque lo scopo di essere letto.

Ecco perché leggibilità e comprensibilità, elementi grafici e contenuto testuale, vanno a braccetto e uno non può prescindere dall’altro.

Per gli amanti delle risposte nette, quindi, purtroppo oggi non siamo in grado di accontentarvi: non possiamo dire chi ha ragione e chi ha torto tra il mondo accademico e il mercato. Probabilmente entrambi.

Un altro dato interessante emerso dalla Survey riguarda il grado di affidabilità percepito di un documento. Molti professionisti – legali e non – fino ad oggi, percepivano come più affidabile e professionale un documento legale di solo testo in bianco e nero.

Non è ciò che pensano gli intervistati da Young Legal Innovators: il 70% infatti non considera un documento con immagini, colori e icone meno affidabile di uno “tradizionale” e il 65,6% ha provato a migliorare la comprensibilità dei documenti con immagini, disegni ed esempi.

In aggiunta, un dato rilevante è che “solo” l’80% degli intervistati ritiene che un documento legale debba essere compreso da tutti e non solo dagli addetti ai lavori. Sembra strano che ci sia ancora un 20% di professionisti che ancora reputa la comprensibilità un’esclusiva di pochi.

Il detto “patti chiari, amicizia lunga” dovrebbe essere il wallpaper di ogni giurista. Creiamo patti quotidianamente, che consentono relazioni di ogni tipo, è giusto che chiunque sia in grado, facilmente, di comprenderli ed applicarli.

Legal Project Management, ancora poche applicazioni concrete

Il Legal Project Management[3] ha visto una crescita significativa a livello internazionale, affermandosi come una risposta critica alla pressione dei clienti e una strategia chiave per mantenere (o migliorare) la redditività degli studi legali. In Italia si registra tanta curiosità, ma ancora poca consapevolezza.

Secondo Anna Marra, esperta di Legal Project Management, “richiama l’attenzione che a più di 10 anni dalle prime implementazioni a livello internazionale, il 67% degli intervistati dichiara che non conosce questa disciplina. Pertanto, solo 1 su 3 intervistati ha chiaro il concetto di LPM, tuttavia quando si chiede di fare esempi concreti sulle tipologie di strumenti pertinenti che si conoscono, solamente il 12% offre una risposta. Si menzionano strumenti e tecniche di project management predittivo, agile e di process improvement. Positivo il dato di quando si chiede se esistono e si applicano nell’ambito dell’organizzazione sistemi che permettono la gestione efficiente del lavoro: quasi il 50% risponde affermativamente e quasi la totalità degli intervistati considera che organizzare l’attività legale in base a principi di LPM sarebbe un valore aggiunto importante. Attitudine che si conferma per la disponibilità quasi totale ad essere parte di un progetto pilota di applicazione del LPM.

Cosa aspettarsi nel 2022

Le risposte alla Survey sono incoraggianti e dimostrano che il contesto giuridico italiano è altamente interessato alle tematiche legate all’innovazione legale. Nel corso del 2022 le aziende ripartiranno alla massima velocità e richiederanno sempre maggiore efficienza ai propri consulenti ed avvocati. La crescente domanda di servizi innovativi a valore aggiunto consentirà la nascita e l’affermazione di nuovi percorsi di carriera ibridi, in cui le competenze legali saranno arricchite ed affiancate da competenze tecnologiche e di design: per vincere la sfida dell’innovazione non basterà un visore 3D per muoversi tra le norme, ma riuscire a combinare l’esperienza consolidata sul campo con una visione di lungo termine scevra da condizionamenti e preconcetti.

Note

  1. Young Legal Innovators è la prima community italiana dedicata all’innovazione legale, totalmente libera, aperta e democratica, che riunisce oltre 500 innovatori legali tra avvocati, in-house counsels, designers, sviluppatori, professori e studenti.
  2. Si veda, ad esempio, la survey condotta dall’International Legal Tech Association disponibile qui.
  3. Il Legal Project Management è definito come “l’applicazione dei principi e delle pratiche di project management per migliorare la realizzazione dei servizi legali”.
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