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Direttore responsabile Alessandro Longo

Giustizia civile

Processo civile telematico, come cambiare la gestione dei dati per farlo funzionare

di Marco Cuniberti, avvocato e componente del gruppo di lavoro Osservatorio ICT & Professionisti, Politecnico di Milano

09 Nov 2017

9 novembre 2017

Il PCT non funziona come dovrebbe. Resta una duplicazione in formato digitale del processo analogico, invece di essere una procedura per far acquisire al giudice i dati in base ai quali possa decidere. Col digitale, bisogna andare oltre al concetto di atto/documento, ragionare in termini di “de-documentalizzazione”

Inutile nasconderlo: la giustizia civile italiana è un servizio inefficiente. Tempi eccessivi, costi alti, difficoltà burocratiche e scarsa qualità rendono tale servizio gravemente insufficiente per i cittadini e le imprese.

E questo malgrado le numerose riforme susseguitesi negli ultimi anni e sbandierate da alcuni pifferai magici come la soluzione al problema: termini sempre più brevi, adempimenti processuali (e pre-processuali) sempre più complicati e stringenti per le parti, tanto auspicati dalla magistratura come soluzione, si sono dimostrati forieri soltanto di decadenze pregiudizievoli e del tutto inutili ai fini del miglioramento del servizio giustizia (anzi, stanno dando origine ad un nuovo contenzioso, da parte del cliente nei confronti del difensore che sia incappato in una di tali decadenze).

Lo stesso dicasi, purtroppo, per l’attuale PCT, che, sebbene abbia segnato un importante cambio di marcia, un’innovazione (imprimendo una decisa spinta verso un uso finalmente adeguato delle tecnologie da parte del settore giustizia ed eliminando – purtroppo solo in parte – la necessità di adempiere fisicamente ad alcuni incombenti prettamente burocratici, creandone però altri), è purtroppo concepito in modo “vecchio” e concettualmente sbagliato (oltre a presentare difficoltà tecniche e giuridiche di non poco conto) e comunque non può minimamente influire sulla velocità e sull’efficienza del processo.

Il discorso sarebbe diverso se si adottasse un “buon PCT”: certo, non risolverebbe tutti i problemi della giustizia civile, ma renderebbe quantomeno più fruibile e più “giusto” questo servizio (perché tale bisogna ricominciare a considerarlo) per i soggetti che vi ricorrono.

Il “buon PCT” non dovrebbe, in primis, essere una mera duplicazione, in formato digitale, dell’attuale processo civile analogico, fatto necessariamente (in quanto analogico) di documenti e forme.

Il “buon PCT” deve invece essere un “processo”, nel senso più tecnico del termine: cioè una procedura per far acquisire al giudice i dati in base ai quali possa decidere (le parti, il Tribunale adito, la determinazione del petitum, l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda, le relative conclusioni, le prove, ecc.).

Col digitale, bisogna andare oltre al concetto di atto/documento, ragionare in termini di “de-documentalizzazione”.

Se fino a ieri l’unico modo di fornire dati era inserirli in un contenitore (il documento cartaceo, a sua volta nel fascicolo cartaceo) e portare al giudice il contenitore (depositare il documento), oggi è tecnicamente possibile fornire gli stessi dati anche senza contenitore (il documento) e direttamente al giudice (non più con un “deposito”, ma con un c.d. “upload”, cioè il caricamento dei dati in una piattaforma digitale), superando così i limiti che le suddette forme necessariamente comportano (la necessità di copie, dell’opera di archiviazione manuale, ecc.).

I dati verrebbero caricati “al loro posto” (ad esempio in un “form”: la determinazione del “petitum”, nel relativo “campo”; l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda in un altro “campo”, così come per le conclusioni; in un campo ancora si potrebbe dare spazio per ulteriori considerazioni; ecc.).

Lo stesso dicasi per la firma.

Il documento cartaceo veniva firmato (solo in calce all’ultima pagina) non certo per verificare con assoluta certezza l’identità del firmatario (nessun cancelliere ha mai effettuato alcuna perizia calligrafica sulla firma e molti atti sono stati sottoscritti… dalle segretarie), ma solo perché era il sistema più semplice e sufficientemente efficace per attribuire la paternità dell’atto; tantomeno la firma garantiva l’immodificabilità futura del contenuto del documento, assicurata invece esclusivamente (e sufficientemente) dalla conservazione effettuata dall’ufficio pubblico (la Cancelleria del Tribunale).

Lo scopo della sottoscrizione dell’atto processuale era quindi del tutto diverso da quello che, oggi, il legislatore vuole inspiegabilmente – e a tutti i costi – attribuire all’apposizione della c.d. “firma digitale” agli atti inviati telematicamente.

Fortunatamente, il regolamento EU N. 910/2014 (c.d. “eIDAS”) permette di superare, andare oltre al concetto “documento elettronico = duplicazione del documento analogico”.

Per eIDAS, il fulcro del documento elettronico diventa il contenuto, non più il contenitore.

Si passa da: “la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti” (definizione del vecchio C.A.D.) a “qualsiasi contenuto conservato in forma elettronica” (laddove “conservato” è solo la cattiva traduzione di “stored”, da intendersi più correttamente “memorizzato”, “archiviato”).

I “dati” sono documento elettronico indipendentemente dal supporto e/o dal formato dello stesso: sostanzialmente, i dati sono “documento” ex se, per cui viene a cadere l’assioma: “documento informatico” = “il file” legato a un formato predefinito (.pdf o .doc), addirittura da formattare.

Questa premessa si rende necessaria per poter comprendere che, per avere un “buon PCT”, non serve affatto che i dati siano contenuti in un file a formato vincolato (per cui sicuramente destinato all’obsolescenza), che si limiti a rappresentare la digitalizzazione di un foglio protocollo, con tutti i conseguenti limiti, a cominciare dall’impossibilità di sfruttare tutti i vantaggi del digitale.

Tantomeno è più necessario che i dati siano “firmati”: essi debbono essere inseriti nel processo previa autenticazione dell’utente nel sistema (con un metodo sicuro quanto si voglia) – tutti i dati inseriti dopo l’autenticazione non possono infatti che provenire da quell’utente, per cui non serve più una firma, né complicati surrogati della stessa – in modo che il sistema li elabori il più possibile da solo.

I dati, quindi, devono essere:

1) non più “depositati” (meno che mai “spediti”, come invece avviene assurdamente ora, con un sistema tanto inutile, quanto complicato e costoso), bensì “caricati”, “inseriti”;

2) caricati in modo (il più possibile) intelligibile dal sistema, autonomamente e oggettivamente;

3) (il più possibile) fruibili, senza vincoli portati dal “documento/contenitore” o da altri tipi di formalità (fortunatamente non più necessarie);

4) inseriti/caricati (=acquisiti al processo) nel modo più semplice possibile, con suggerimenti e “guide” del sistema (ad esempio, il procedimento non permette di proseguire, se non sono stati inseriti tutti i dati necessari e nel modo corretto), in modo da eliminare errori formali/procedurali, omissioni o decadenze, che portano solo a pregiudizi sostanziali per le parti (=ingiustizia) e fornire al giudice il quadro il più possibile completo e corretto, così da ottenere una decisione il più possibile esatta (=giustizia).

5) conservati con sicurezza dal fornitore del servizio, cioè il Tribunale.

Tutto questo permetterebbe finalmente di parlare di PCT, cioè di un processo nuovo rispetto a quello analogico, con la tecnologia che semplifica e aiuta davvero a fornire un migliore servizio giustizia (senza contare che semplificare il lavoro dell’avvocato – ora terribilmente burocratizzato – si tradurrebbe in costi inferiori per il cittadino).

E’ ovviamente solo l’inizio: a breve potremo introdurre nel processo – se appunto organizzato come gestione/organizzazione/elaborazione di flussi di dati – prove e procedure digitali che da un lato daranno certezze inoppugnabili dei fatti in contestazione (grazie anche all’IoT), dall’altro potranno essere “comprese” automaticamente dal sistema, alleggerendo di molto il lavoro del giudice civile, o addirittura rendendo non necessario il suo intervento in alcune questioni.

Ma di questo, parleremo nelle prossime puntate: per ora, limitiamoci a realizzare un “buon PCT”.

  • Marco Meneghello

    Riporto qui alcune considerazioni che ho scritto altrove:

    Ci sono molti concetti con i quali sono d’accordo, ed altri che per il momento non mi convincono.

    Partiamo dai principi.

    Credo sia chiaro a tutti che la “duplicazione” telematica del processo cartaceo sia stato un errore madornale. Se il telematico ha facilitato molte cose (soprattutto la necessità degli accessi fisici alle cancellerie del tribunale), d’altra parte ha inserito tutta una serie di problematiche, anche di carattere meramente tecnico, ma con conseguenze giuridiche, che prima non esistevano.

    Alcune di queste (molte?) sono dovute proprio ad una scarsa opera di pianificazione del nuovo processo, le cui modalità operative non sono state pensate con la dovuta lungimiranza. Ecco allora che ci troviamo ad utilizzare il peggior protocollo possibile per l’invio di file, SMTP, che rende tutti i messaggi molto più grandi del normale; ecco che dobbiamo duplicare, triplicare, quadruplicare le comunicazioni, i file, lo spazio occupato, la banda di trasmissione e, dunque, i costi di gestione; ecco che aumentano le possiblità di errore: destinatari inarrivabili, caselle piene, conservazione, ma anche software redattori, che allo stato rappresentano uno degli esempi della peggior specie di software rafazzonato, scritto male e sviluppato peggio, non se ne salva uno.

    Quel che si doveva fare, e anche qui sono d’accordo con te, Marco, è un sistema centralizzato, gestito dallo Stato, ove caricare una sola volta i file, e lasciare che sia la controparte a recuperare i propri, dietro comunicazione della loro disponibilità: maggiore velocità, maggiore efficienza, minori costi di realizzazione e gestione. Che poi è come fanno negli USA. Servirebbe giusto un browser per l’upload e un certificato per l’identità. Fine.

    Il punto sul quale non riesco ad essere d’accordo, però, è quello della disgregazione degli atti giudiziari. Io non credo che un atto giudiziario sia composto solo da “dati”. Il giudice ha certamente bisogno di tutti i dati disponibili, per decidere, ma non è tutto: servono spesso e volentieri dei ragionamenti giuridici che trovo pericoloso lasciare alla sola capacità personale del giudice. L’avvocato può e deve esporre il percorso logico giuridico che lo porta a determinate conclusioni, e ciò non può essere fatto, a mio avviso, nella rigida compilazione di campi precostituiti.

    Peraltro, l’utilizzo di campi pre costituiti comporta la previsione di ogni possibile elemento della causa, sia di fatto che di diritto, il che, francamente, mi pare impossibile.

    Altro problema non da poco: come faccio a verificare che il contenuto del campo corrisponda a quello per cui il campo è pensato? Certamente nessun sistema automatico potrà farlo, perché è semplicemente impossibile. Non si può ragionare per parole chiave, occorre analizzare il contenuto e a farlo, peraltro, deve essere qualcuno di qualificato, che conosca e riconosca diritto e procedura, almeno. Vogliamo dare ai giudici anche questa incombenza? Se non loro, chi lo farà? La forma libera elimina alla radice tutti questi problemi, non vedo perché introdurli.

    Il PCT al momento è complicato in modo inutile e in mano a privati in modo del tutto inappropriato. Deve essere semplificato nei suoi elementi tecnici e anche giuridici: impossibile, per me, pensare di introdurre il PCT senza adeguare la procedura. Una procedura pensata per i fogli di carta non è adatta ai bit.

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